Le volte in cui mi sono arrabbiata in città non le conto più. Non posso occupare liberamente le strade che abito e che percorro ogni giorno; che mi hanno vista cadere nelle loro buche, piangere, baciarmi, torturarmi e fortificarmi. Non conto più gli appuntamenti a cui ho rinunciato per non tornare a casa da sola la sera, o i viaggi notturni e interminabili sulla 90, per non dovere pagare taxi che non posso permettermi. Alcuni momenti non ho scelto di perderli, ma li ho persi comunque. Altri ho scelto di non perderli, ma li ho vissuti con gli occhi della circonvallazione addosso, i suoi pericoli, le sue molestie.

Immagino solo quanto possa arrabbiarsi, in città, una persona che nel luogo in cui abita non solo è costretta a perdere le feste, ma la casa, o addirittura la vita. «A Milano ci sono circa 11 mila alloggi popolari non abitati. Secondo i dati sono ben 17mila 500 le famiglie in attesa di una casa. Qualcosa non quadra, evidentemente. E quel qualcosa è il riconoscimento del diritto alla casa», scrive Martina Micciché in Femminismo di periferia. Volume in cui, ancora, spiega: «La vivibilità urbana per le persone razzializzate è gravemente compromessa, lasciata a margine come se fosse cosa di poco conto. Dalla segregazione occupazionale alle molestie di strada, dalla discriminazione abitativa alla violenza delle forze dell'ordine, passando per la cultura cittadina e le sue rappresentazioni, le città si rivelano profondamente razziste». Nata in Comasina, quartiere alla periferia di Milano, Micciché è una scienziata politica che lavora come fotoreporter e scrittrice. Attraverso le lenti dell'intersezionalità e dell'antispecismo, l'autrice del saggio pubblicato da Edizioni Sonda a gennaio 2024 illustra la correlazione che esiste fra condizione sociale, politica, economica e familiare dei soggetti oppressi (donne, anziani, soggetti razzializzati, persone disabili, animali non umani...) e il loro luogo di residenza in una zona decentrata della città. Il concetto recente di femminismo periferia che Micciché indaga sapientemente (un femminismo 2.0, o meglio, 4.0 - siamo negli anni della quarta ondata), ci aiuta a unire i puntini fra le esperienze ingiuste che, in città e nel mondo, accomunano gli individui marginalizzati, e a trovare soluzioni nella collettività, invece che nell'individualismo. Ci spiega, infatti, che «l'architettura cittadina è modulata su un’idea di umanità molto ristretta. Un mucchietto di persone, una manciata microscopica. Tutte le altre persone, invece, sono gremite dalle ombre urbane. Cancellate, annaspano in deficit di spazio. Uno spazio che spetterebbe loro. Si muovono tra le maglie del sistema, in cerca di percorsi alternativi, tastando il terreno, costruendosi certezze nei vuoti urbani».

«Comasina, Bruzzano, Quarto Oggiaro, Barona, Baggio o Rozzano [...] Porta Palazzo a Torino, lo Zen di Palermo, il Begato di Genova, Librino a Catania, Forcella a Napoli o Serpentone Corviale a Roma», abbiamo intervistato Martina Micciché per capire come si intreccino queste e le altre periferie, non solo a livello geografico, con le pratiche femministe.


Femminismo di periferia: l'intervista a Martina Micciché

Che cos'è la periferia da un punto di vista politico sociale? E il centro?

«La periferia è tutto quello che viene considerato margine e, per questo, marginale. Il centro è quello spazio economico, socio culturale e politico che si definisce per contrasto ad essa e che, allo stesso tempo, si arroga il potere di definirla. La città in questo è un esempio, perché l’organizzazione centro-periferie è molto più ampia e interessa tutti gli aspetti del nostro sistema sociale, proprio perché basato su un centro di accumulo di potere e infinite periferie da cui drenarlo».

Nel tuo libro parli di "organizzazione sessista delle città". Che cosa intendi? In che modo la progettazione urbana delle città diventa un riflesso del patriarcato?

«La città, come tutti i prodotti umani, è il frutto di precise interazioni e relazioni di potere. Per questo non può che emanare a sua volta la cultura patriarcale in cui è stata progettata. Banalmente, basta pensare al tipo di percorsi che caratterizzano le città: tendenzialmente segue l’asse produzione-consumo, senza integrare quindi la cura, piuttosto che il piacere senza consumo economico. Le stesse costruzioni cittadine sono ispirate ad un mantenimento simbolico delle gerarchie, dai campanili dei paesi ai grattacieli delle città, siamo circondati monumenti fallici di dominio, ma questo lo spiega meglio di me Leslie Kern ne La città femminista».

Ci parli del tuo incontro con il femminismo? Dove e come è avvenuto?

«Per scoprire il femminismo sono dovuta uscire dal mio quartiere. Relazioni personali, studi e spazi politici mi hanno dato la possibilità di politicizzarmi e prendere parte a questa lotta».

Cosa significa invece l'espressione "razzismo urbano"?

«Il razzismo urbano è l’intreccio tra il razzismo istituzionale e l’architettura cittadina, sia quella materiale sia quella sociale. Gli ambienti urbani indirizzano le nostre interazioni, quindi se la città è divisa in base a criteri di privilegio, inevitabilmente le sue strutture saranno pensate di conseguenza. La sorveglianza urbana, ad esempio, tende ad acuire il monitoraggio sulle soggettività razzializzate sulla base di un pregiudizio in quello che è comunemente noto come racial profliling».

Nel tuo libro analizzi anche la violenza delle città nei confronti degli animali non umani (e la loro esclusione)

«Sì, gli animali non umani, tendenzialmente, non sono considerati soggetti. Messi da parte, usati, progettati e consumati, diventano oggetti di scena di un sistema che se ne serve fingendo che non siano individui e, soprattutto, che l’essere umano non sia un animale. L’antispecismo è una lotta politica e materiale che contrasta l’idea che sia giusto subordinare gli animali non umani, e con loro tutte le soggettività subumanizzate, all’interesse e al valore dell’animale umano. Il transfemminismo, come lotta, rivendica il diritto alla soggettività e al consenso, come pure alla libertà e alla liberazione del corpo mente. Già solo in questo si percepisce la continuità con una lotta che si impernia sulla liberazione degli animali non umani. Le gerarchie, quali che siano, sono il prodotto e il riverbero di relazioni di dominio. Perché queste vengano meno è necessario lottare anche contro il proprio privilegio, compreso quello di specie. L’antispecismo è quindi parte integrante del transfemminismo intersezionale, perché si tratta, essenzialmente, di riconoscere le compagne oltre la specie, di creare alleanze e sorellanze e una lotta comune. Nelle città vediamo chiaramente la presenza di una gerarchia di specie e proprietà: ci sono animali che in città possono entrare a precise condizioni e animali che ne sono espulsi. Gli ingressi sono consentiti ai non umani considerati ornamentali o da compagnia, ma non ai selvatici. Come se non bastasse, ci sono animali il cui ingresso in città può avvenire solo da morti, in forma di tranci conservati al freddo e venduti per essere consumati. Cosa succeda loro prima poco interessa: processo e soggetto vengono rimossi per mantenere in piedi il dominio e l’abuso prodotti dagli animali umani».

Come si intreccia la crisi climatica nella dimensione cittadina?

«La crisi climatica è entrata di prepotenza nelle città, ma soprattutto nei centri del mondo. Ha colpito prima le periferie globali, il Sud del Mondo, e ora sta sciogliendo, essiccando, inondando e gelando, gli ambienti del centro globale, il Nord del Mondo. Banalmente, sappiamo che i quartieri periferici, come pure alcune province o zone industriali, sono molto più inquinati rispetto ai centri cittadini, ma sono proprio questi ultimi ad essere più tutelati quando si tratta di inquinamento o qualità dell’aria. Un’assurdità che ci ricorda a forza quali corpi contano e quali no».

Che cos'è dunque il femminismo di periferia? Quali sono/potrebbero essere le sue manifestazioni concrete? Cosa vuole ottenere? In cosa è diverso da un "femminismo del centro"?

«Il femminismo di periferia è il femminismo dei margini, quello resistente, fatto di alleanze, che mette in discussione il sistema nella sua interezza e gli contrappone alternative. Esistono diversi spazi e diversi contesti in cui si trova: dai centri sociali alle collettive transfemministe, passando per gli spazi occupati e i rifugi antispecisti transfemministi come Ippoasi e Grugno Clandestino. Il femminismo del centro, invece, segue un modello liberista, che non mette in discussione certe estensioni di privilegio di cui beneficia. Non si decostruisce, ma occupa lo spazio mediatico raccontandosi come l’unico modello ed è per questo premiato dal sistema che non solo ama i monopoli ma è ben felice di depotenziare le lotte commercializzandole. Il transfemminismo di periferia è invece un'inesauribile fonte di immaginari possibili che compagne, ovunque, stanno realizzando per cambiare realmente e radicalmente le cose».