Ogni mattina un ventenne si sveglia e fa swipe, cerca una conferma nel match e ottiene la sua dose quotidiana di autostima. O almeno così ci ritraggono i più grandi. In parte è vero, le dating app sono sicuramente un fattore importante del tutto, ma la realtà è ovviamente più complessa: da sempre l'amore è il termometro della società, dei valori e paradigmi culturali e dei bisogni di generazioni sempre più distanti fra loro. Più che fare swipe, allora, forse bisognerebbe dire che ogni giorno nel 2024 una giovane ragazza si sveglia e inizia la sua battaglia per emanciparsi dal patriarcato anche attraverso nuovi modi di amare, utopistici, che vivono di ideali, in rapporti che sono sempre meno carnali. Forse così è più corretto.
L'amore ai tempi di Tinder dice molto dei giovani di oggi, e dell'individuo che, tra vita reale e digitale, vive nel segno dell'integrità morale e rifugge l'incontro fisico, tanto che le dating-app ormai sono solo un boost di autostima, un album delle figurine per collezionare più cuori possibile. Ma, alla fine, si tratta sempre di vite che si incontrano, del bisogno degli individuo di conoscere l'altro, di cui non potrà mai fare a meno.
Ce ne parla Carolina Bandinelli, autrice per Laterza del nuovo libro Le post-romantiche, che del desiderio ha fatto materia di studio e di ricerca, in un testo che «ha il titolo di una band rock femminista, un po' electro-indie pop, con synth e tastiere, hai presente? Ci piaceva molto. E poi, no, seriamente, il titolo parla di noi che abbiamo superato il concetto di amore romantico, senza poter mai emanciparcene del tutto».
Tre parole per descrivere l'amore della Gen Z?
«Efficiente, sano e innocuo. L'amore non deve far soffrire».
Scrivi che, per i più giovani, "se la sofferenza in amore è inevitabile, allora meglio non innamorarsi". Lo stesso emerge anche dalla nostra inchiesta sulle relazioni, dove in molti hanno risposto: “Non mi preoccupa il dating, ho più paura dell'innamoramento".
«In inglese si dice "to fall in love": per amore si cade, si perde la testa, non si capisce più niente, in italiano colloquiale ci si prende "la cotta", è l'area semantica del dolore. E per una generazione che vuole l'integrità dell'io, empowered ("potenziato"), allora l'amore romantico è una minaccia. Uno degli imperativi della società digitale è quello di essere se stessi, un'identità da proteggere da ciò che può minacciarla, in questo caso "l'altro" inteso in senso ampio. Oggi vogliamo che l'io sia forte, resiliente, ottimizzato. Vogliamo produrre una versione sempre migliore per noi stessi, in crescita: in questo, l'innamoramento può essere un ostacolo».
Come si lega questo al tema dell'autostima?
«L'io virtuale, potenziato e integro ha bisogno di essere alimentato. Abbiamo bisogno della validazione, che qualcuno ce lo dica. La società e la cultura digitale si basano su un'economia della reputazione per cui il nostro valore è quantificabile in termini di like e follower. Allo stesso tempo però non vogliamo l'incontro fisico per non rischiare che l'altro ci ferisca e ci scombini, che ci mandi all'aria i piani che avevamo per questo io così importante. E quindi cosa c'è di meglio di una dating app? In cui tramite i match, i messaggi, possiamo mettere alla prova la nostra desiderabilità senza esporci al pericolo di un incontro di persona?»
L'amore di oggi è un sentimento iper-analizzato, lo conferma il linguaggio specifico delle varie situazioni che si possono presentare (ghosting, situationship, haunting, love bombing ecc).
«La tendenza è dare all'amore connotazioni di tipo terapeutico, clinico, una trend figlio di una cultura che, a ragione, identifica nell'amore romantico eterosessuale delle patologie, delle malattie delle aree corrotte delle cose che non vanno bene e cerca di sanarle. L'amore romantico viene visto come una dimensione corrotta, contaminata, che si potrebbe e si dovrebbe sanare».
Quindi l'amore eterosessuale è una minaccia? E perché è così un-cool oggi essere etero?
«Il senso di il sospetto o l'imbarazzo associato all'essere eterosessuali è dovuto al fatto che è da sempre luogo teatro dell'oppressione delle donne, a vantaggio del maschio oppressore. La Gen Z e gli ultimi Millennial dimostrano una rinnovata consapevolezza soprattutto post #MeToo, dopo generazioni che avevano normalizzato questo tipo di relazione di potere in tv, nei libri, al cinema: per decenni le donne sono state ritratte come il sesso vulnerabile, emotivo, da tutelare, con ineguaglianze e asimmetrie di genere che sono state normalizzate all'interno di una società patriarcale. Quindi nelle relazioni non eterosessuali oggi si cerca la possibilità di codici nuovi, perché lì non ci sono delle sceneggiature già scritte o norme calcificate negli anni».
E in questo paradigma come si colloca il desiderio? Se voglio un amore carnale con un uomo, sono maschilista?
«È molto difficile rispondere, perché da una parte il desiderio è politico e culturale. Se una donna ha fantasie che riproducono un certo tipo di modelli (es. avere un rapporto sessuale con un uomo forte che sa quello che vuole), è probabile che sia un desiderio figlio della cultura in cui cresciamo. Il desiderio non sarà mai autentico al cento per cento, ma sempre contaminato e mai libero: il personale è anche politico, e mai completamente autentico. Allo stesso tempo credo che non si possa fare la morale al desiderio: la sessualità è il terreno attraverso cui si elaborano esperienze traumatiche, dove vivono i nostri desideri più mostruosi, non è il giardino degli orsetti del cuore. Una sessualità ricca è anche una sessualità che attinge dai fantasmi che attinge dai traumi e li rende a qualcos'altro.
In che direzione stiamo andando?
«Mi occupo di cultural critique, non sono una veggente (ride, ndr). Secondo me alla fine si parla sempre di due corpi che si incontrano, magari nudi, da qualche parte, o perché no, tre o quattro corpi. Tutto quello che ci si costruisce intorno è interessante da analizzare, ogni cultura si da i suoi codici, ma siamo esseri incarnati. Il merito dei giovani di oggi è che nel voler soffrire sempre meno identificano i meccanismi di oppressione e le relazioni sbilanciate, che è fondamentale mettere in discussione. Ma è utopistico pensare all'amore senza il rischio, il sesso senza il potere, l'incontro senza il trauma. È il film di una società che vuole la birra senza alcol, il pollo senza pollo, il caffè senza caffeina. Detto questo io ho appena finito di bere un caffè senza caffeina e stasera mi cucino il mio kebab vegano quindi penso che ci sono dentro con tutte le scarpe, no? Però penso che bisogna trovare un altro modo, che il trauma, che il negativo non si possa estirpare, ma si debba analizzare, comprendere, che questa smania di bonifica, di terapia, possa occludere lo spazio per la ricerca di una verità».
Carolina Bandinelli è Associate Professor in Media and Creative Industries all’Università di Warwick. Da più di dieci anni contribuisce al dibattito culturale, in Italia e all’estero, con interventi su desiderio e media digitali e sul lavoro creativo. È autrice dei saggi Social Entrepreneurship and Neoliberalism: Making Money While Doing Good (Rowman & Littlefield International), Fashion as Creative Economy (con A. McRobbie e D. Strutt, Polity), Il miglior lavoro del mondo (Doppiozero/CheFare) e di numerosi articoli. La sua ricerca è apparsa su testate internazionali tra cui BBC, New York Times, El País.











