Quando incontro Francesca Colucci è emozionata e contenta di poter finalmente chiacchierare della serie Netflix Mr Playmen senza paura di incorrere in troppi spoiler. Mi parla di quell'ansietta che dura qualche attimo appena prima di buttarsi a capofitto in qualcosa di importante per lei, come girare una scena o avere la possibilità di parlare del proprio lavoro: «Recitare mi aiuta a vedere le cose in modo diverso. Per me è una questione molto emotiva, perché devo essere aperta e vulnerabile, ma è anche un lavoro molto concreto, secondo me, perché alla base sta il capire un altro punto di vista e spostare il pensiero dal tuo a quello di un altro. È sempre un'occasione di crescita personale».
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Originaria di Avellino, Francesca Colucci inizia a frequentare corsi di recitazione da giovanissima, comincia come modella e partecipa a diversi progetti tra cui video musicali e spettacoli teatrali. Il suo primo provino per la serialità è quello per Romulus, con regia di Matteo Rovere, Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale. Poi arriva il ruolo di Chicca in Un professore (2021 - in corso) e oggi è al suo debutto su Netflix con Mrs Playmen, uscito il 12 novembre. Una storia che fa (ri)scoprire alle nuove generazioni il mito di Adelina Tattilo e del suo Playmen, la rivista erotica italiana fondata nel 1967 che mise per la prima volta al centro lo sguardo delle donne, con un ruolo d'avanguardia nella liberazione dei costumi dell'epoca.
Se al centro del racconto c'è Adelina Tattilo, interpretata da Carolina Crescentini, il Francesca Colucci interpreta una donna originaria della periferia romana, Elsa. Un personaggio dalla grande forza interiore. Quando alcune foto intime di Elsa vengono pubblicate su Playmen senza il suo consenso da una persona di cui si fidava e, in un secondo momento, subisce una violenza, Elsa fa una cosa impensabile per l'epoca: rifiuta il matrimonio riparatore e comincia a lavorare per Adelina Tattilo. Comincia per lei un processo di evoluzione, interiore ed esteriore. Passa dal montone alle camicette bon ton, dagli orecchini a cerchio a minuscoli punti luce, rimanendo però salda nei suoi stivali con tacco. La forza di Elsa si deduce anche da questi piccoli dettagli, a corolla dell'interpretazione quasi simbiotica che ne dà Francesca Colucci e di cui ci siamo fatte raccontare tutto in questa intervista.
Com'è stata la tua prima volta su un palco?
«La mia prima esperienza nel mondo dei grandi è stata verso i 17 anni, quando ho cominciato a stare sui set come modella. Avevo i capelli corti e ossigenati, mi allenavo per nuoto sincronizzato quattro volte a settimana. Di quei set iniziali ricordo la sensazione piacevole di muovermi da sola, conoscere persone, poter esplorare. La primissima vera e propria esperienza sul palco è stata invece un saggio che ho fatto dopo un corso di recitazione. In quell'occasione avevamo adattato 8½ di Fellini per il teatro, inserendo coreografie stupende. Io facevo Claudia Cardinale e ho provato per la prima volta quell'ansietta che hai prima di entrare in scena, quella che senti proprio in tutto il corpo. Poi, appena ho cominciato, si è trasformata in un'altra cosa, in una sensazione che mi ha fatto capire quanto la recitazione fosse importante per me».
Quali sono i personaggi dei film che ti hanno portata a dire "voglio farlo anche io"?
«Sicuramente Angelina Jolie, Ragazze interrotte. Poi ci sono tutti i personaggi di Wes Anderson, come in Moonrise Kingdom, con attori che riescono a comunicare un'interiorità profondissima pur apparendo quasi dissociati dal mondo reale. Un'altra scoperta è stato il personaggio di Ryan Gosling in Drive, di Refn. C'è un momento in cui Gosling si sposta e, mentre cambia luce, cambia anche la sua espressione, come se accedesse all'altra parte del personaggio. Mi piacciono quei film in cui si esplorano tutte le possibilità con cui un attore può comunicare. Ah, da bambina mi piaceva tantissimo Ursula de La Sirenetta».
In che modo ti ha formata la prima esperienze di Romulus?
«Romulus è stata la mia prima esperienza, quella che ho vissuto con l'ingenuità e l'emozione degli inizi, per cui la conservo ancora come un momento di emozioni fortissime. Tra le sfide più interessanti c'è stata quella di recitare in protolatino, che è una lingua ancora diversa rispetto al latino che avevo studiato al Liceo, e che ti costringeva a mettere da parte proprio il "che cosa devi dire" per preoccuparti non delle parole, ma del sottotesto, di interpretare ciò che stava succedendo davvero. Sulla serie c'erano tre registi e, anche se io ho lavorato principalmente con Matteo Rovere, si percepiva che tutte le persone coinvolte avevano l'urgenza di dare vita a questo progetto, ne erano davvero fieri. La porto con me come un'esperienza magica: poi dopo cresci, subentrano un po' di paranoia e disillusione, ma quel ricordo non cambia».
E il tuo ruolo in Un professore come ti ha preparata a Mrs Playmen?
«Quello che ho imparato è la velocità della grande serialità, l'essere davvero focalizzata. Dal set di Un professore custodirò sempre l'incontro con il regista Alessandro D'Alatri, recentemente scomparso. Lui è stato in grado di creare un clima sereno per tutti i ragazzi e per gli attori più adulti, un'atmosfera di unione reale che, secondo me, si percepisce chiaramente anche sullo schermo. Mi ha anche detto una frase che penso sia la più bella che mi abbiano mai detto: "Io sono contento di aver lavorato con te, perché ho la sensazione che qualsiasi cosa ti chieda di fare, anche se non la sai fare, tu ti metti, impari e la fai"».
Mi racconti il personaggio di Elsa in Mrs Playmen?
«Elsa è molto fisica, piantata a terra, ipervigile, è sempre pronta a reagire in caso di pericolo. Ha un'idea chiara di come vuole essere vista, o meglio, non vuole. Odia essere etichettata come vulnerabile, ignorante, fragile, infantile, quindi a volte si atteggia, specialmente nei momenti di disagio, quando non vuole nulla far trapelare quel sentimento. In realtà è anche una persona sensibile. Lei viene dal Mandrione, zona periferica di Roma, da cui vuole scappare perché non vuole essere incastrata nei codici sociali, di comportamento e anche legali che rifiuta categoricamente. Nella periferia, non erano gli Anni '70 delle rivoluzioni studentesche, c'era una mentalità ancora più retrograda. Elsa rifiuta il matrimonio riparatore dopo l'abuso e se ne va. Con coraggio, molla tutti e tutto, parte da sola cercando una sua indipendenza economica. Decide di lavorare per Playmen e lì, in un primo momento, si sente fuori luogo. Ma poi comincia la sua evoluzione: cambia prospettiva, cambia abiti e look, è un cambiamento evidente in tutto».
In che modo le rivendicazioni dei diritti delle donne negli Anni '70 si rispecchiano in ciò per cui combattiamo oggi?
«Il personaggio di Elsa apre un enorme discorso sul consenso e sulla fiducia. Lei decide di realizzare quegli scatti perché decide di fidarsi di una persona che già conosceva, con cui aveva un rapporto. È una storia riferita agli Anni '70, ma è anche molto attuale e si collega senza difficoltà a tutto un discorso di consenso e diffusione di materiale intimo, di revenge porn. Ovvio, da un punto di vista legale, alcune cose sono cambiate. Per esempio, quando Elsa va a denunciare lo stupro, la prima domanda che le fanno è "Quanti centimetri?" perché sotto a una certa numerica la penetrazione non era etichettata come stupro, ma come "Atto di libido". In quegli anni era ancora legale il matrimonio riparatore e il divorzio non esisteva quindi, in questo senso, la nostra società ha fatto passi da gigante. Ma nella realtà, proprio nel modo di percepire le cose, bisogna continuare a discuterne, per sradicare davvero ciò che ci portiamo dietro, che è radicato nella cultura patriarcale».
Mrs Playmen lascerà spiazzato chi si aspetta un Supersex al femminile...
«In Mrs Playmen si trovano tante tematiche diverse, e il focus è sul piacere delle donne. Tutti i personaggi cercano di scardinarsi da una realtà in cui sono incastrati, vogliono una possibilità di scelta, la possibilità di essere liberi. E questo vale anche per i personaggi maschili. Comunque non è tutto dramma, c'è il giusto equilibrio tra momenti catchy. Come serie, mi sembra una buona occasione per lasciare un po' di consapevolezza nella mia generazione e in quella più piccola, riguardo a cosa è stato fatto prima, le conquiste della società. Per farne tesoro e aprire un dialogo».
Com'è stato lavorare al fianco di Carolina Crescentini e interpretare personaggi con un rapporto conflittuale?
«Il mio personaggio e la sua Adelina vengono da due contesti completamente diversi: Lina è borghese, Elsa proletaria. Onestamente, il pensiero di Elsa sulla borghesia non è per nulla conciliante, li vede molto concentrati su problemi intellettualoidi e poco reali. La sua è una realtà molto più cruda e dolorosa. Quindi è interessante la dinamica che si crea tra i due personaggi. Umanamente è stato molto bello lavorare con Carolina. Lei è stata subito molto accogliente: è un'attrice che sta davvero con te, è estremamente appassionata e la cosa che mi piace un sacco di lei è la sua curiosità. Mi ricordo che aveva le letture e voleva sapere tutto, non per controllo, proprio per entusiasmo. Questa cosa la trovo bellissima ed è quello che forse abbiamo in comune: la vera passione per questo lavoro. In generale, il set di Mrs Playmen è stato molto divertente, anche con gli altri attori e i ragazzi della redazione. Mi sono trovata molto bene».
Cosa vedi nel tuo futuro?
«Voglio approfondire l'inglese e il francese, per provare a fare esperienze nella recitazione all'estero. Mi piacerebbe moltissimo poter lavorare con registi e registe giovani ed emergenti. Magari è un'idea mia, però mi viene da pensare che potrebbe essere il modo per creare un vero flusso di scambio, per far fluire le idee e dare vita a una visione collettiva».













