Quando raggiungo Fotinì Peluso al telefono lei è immersa nel caos romano, la stessa città in cui è ambientato Non è la fine del mondo il film con regia di Valentina Zanella, al cinema dal 26 marzo, di cui è protagonista. Io me la immagino che passeggia per le vie assolate proprio come la Emma del film. Tra clacson in sottofondo e un calendario fittissimo di appuntamenti, Fotinì mi racconta ridendo: «Io vivo a Parigi e quando torno a Roma ho sempre una quantità di cose da fare che si intersecano e non so come gestire. Vorrei pagare qualcuno della mia famiglia per farmi da segretario... Anzi gliel'ho anche proposto, ma giustamente mi hanno mandata a quel paese».
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È raro avvertire la solarità di una persona attraverso la cornetta, eppure Fotinì sembra essere genuinamente positiva verso il mondo. Lo è anche il suo personaggio in Non è la fine del mondo, un ruolo insolitamente comico per lei che, da quando ha 17 anni, è abituata a masticare tragedie, distopie e film dal carico emotivo importante. Attiva nei cinema, tv e teatri, francesi (Paese dove vive), greci (la madre è di origini greche) e italiani (è cresciuta a Roma), Fotinì ha recitato in molte produzioni italiane di successo come Il Colibrì di Francesca Archibugi, La Compagnia del Cigno di Ivan Cotroneo, nella serie Netflix Tutto chiede salvezza; nel Dieci minuti di Maria Sole Tognazzi.
Adesso è il turno di Non è la fine del mondo, commedia romantica tratta dal romanzo omonimo di Alessia Gazzola, in cui la protagonista, Emma, lavora nella produzione cinematografica, con il compito di «scegliere le storie giuste da trasformare in film». La storia segue la sua lotta serrata con il precariato, punteggiata da incontri sgradevoli - come il produttore Rocco Manzelli (Paolo Ruffini) - appassionati e romantici - come quello con l'altro produttore Pietro Scalzi (Andrea Bosca) - o illuminanti, come il rapporto con la sarta interpretata da Barbara Bouchet e lo scrittore tormentato Oscar Tessai, recitato da Paolo Rossi. Il romanzo di formazione di Emma procede, avvicinandola di ostacolo in ostacolo al proprio sogno, ovviamente a suo modo, tra goffaggine, positività e la capacità di non lasciarsi abbattere.
Al telefono, Fotinì mi dice ridendo: «Ultimamente sono un disastro ambulante, la mia vita sta somigliando molto di più a quella di Emma, il che mi preoccupa, perché io ero più tranquilla prima». Eppure, Fotinì Peluso sembra aver interiorizzato anche un altro dettaglio del film, il mantra di Oscar Tessai: «Il talento è un dono che riceviamo e che poi dobbiamo restituire al mondo».
Qual è stato il primo incontro tra te e Non è la fine del mondo?
«In realtà tutto è cominciato tantissimo tempo fa, quando ho incontrato Valentina Zanella per la prima volta in un caffè, per parlare della sceneggiatura, doveva essere l'estate 2024. Il primo anno, il film non si è fatto per una serie di esigenze di produzione e per altri miei impegni, però ci eravamo fatti una promessa di realizzarlo davvero, e l'abbiamo mantenuta tutti. Nonostante le vicissitudini e le difficoltà, se si vuole veramente fare qualcosa insieme si fa e questo è un po' l'emblema di questo progetto.»
Come ti sei approcciata a questo ruolo comico?
«Quando mi è arrivata la sceneggiatura e inteso che si trattava di una commedia romantica, da brava scettica, l'ho associato a un tipo di recitazione che non mi appartiene fino in fondo. Però ho voluto approfondire, perché la comicità è qualcosa che avevo sempre voluto fare. Appena ho letto la sceneggiatura di Valentina, tutta d'un fiato e finita veramente in un paio d'ore, ho riso un sacco, mi sono immedesimata tantissimo con il personaggio. Emma è un personaggio anche goffo, che si esprime con positività verso il mondo, che mi ha subito ispirata. Soprattutto la proposta è arrivata in un periodo in cui avevo recitato in una mini serie greca che era un enorme tragedia e il periodo in cui ero recitavo al Teatro Greco di Siracusa, nell'Antigone. Quindi ho deciso di spezzare queste due tragedie con una commedia, ci voleva proprio. Egoisticamente, in quanto attori, scegliamo i film anche in base a quanto ne abbiamo la necessità e Non è la fine del mondo è capitato proprio a pennello. Avevo bisogno di questo film anche all'interno della mia vita privata, insomma, mi ha molto aiutata».
Come è stato dare vita a Emma?
«Abbiamo cercato di costruire un personaggio che fosse fine, delicato, ma che allo stesso tempo avesse una visione della vita intraprendente. Emma, in tutta la sua gentilezza e timidezza con cui guarda il mondo, non è un personaggio passivo. Ne abbiamo discusso veramente tanto con Valentina e con gli altri attori. Una cosa molto importante è che Valentina ci ha dato lo spazio per improvvisare, stare molto in ascolto degli altri. Non è la fine del mondo è un film empatico, molto calibrato su delle delicatezze, dei dettagli, ed è stato un esercizio molto divertente trovare quell'equilibrio, soprattutto quando lo fai con Paolo Rossi.»
Nel film il personaggio di Paolo Rossi è il tuo mentore, lui lo è stato anche sul set?
«Assolutamente sì, è stata una persona con cui ho scambiato tanto. La cosa bella di trovarsi a recitare insieme è che con lui non puoi avere un copione. Sul set Valentina, che moriva dalle risate dietro al monitor, ci lasciava andare a rotta di collo e si creavano delle situazioni veramente magiche. Ci sono delle parti dalle nostre scene che hanno tagliato, ma spero monteranno in una serie di spezzoni per la promozione perché sono troppo divertenti.»
E nella tua carriera chi ha avuto questo ruolo di guida?
«Credo che a seconda delle fasi della vita una persona abbia bisogno di stimoli diversi, di supporti e ispirazioni differenti, quindi non c'è stata sicuramente una figura univoca. Una su tutte però è Francesca Archibugi, che per me è stata una maestra di cinema, una persona che ha avuto sconfinata fiducia in me e che ha sempre cercato di stimolarmi. Lei è stata la prima che mi ha dato tutto quel supporto di cui io avevo bisogno anche per credere in me e soprattutto nelle mie capacità.»
Francesca Archibugi, Maria Sole Tognazzi, Valentina Zanella: hai lavorato con molte registe. Pensi ci sia abbastanza rappresentazione nel cinema italiano?
«Io ho collaborato con moltissime registe, forse persino più che registi, e credo che un cambiamento sia effettivamente in atto. Penso, nonostante ciò, che non bisogna troppo esaltarsi con le piccole conquiste. In quanto donne ci è stato buttato tanto di quel fumo negli occhi, tanta superficialità rispetto all'accettazione del nostro ruolo nella società, nelle arti, che non bisogna rischiare di accontentarsi.»
Ti vedi, in un futuro, alla regia?
«Sì, è una parte del cinema che mi attira tantissimo. Non so ancora se ne sarei in grado, ma non voglio chiudermi nessuna possibilità. Nella vita privata penso di poter fare tutto da sola, tendenzialmente questo è un tratto del Capricorno, ma nel lavoro è tutto l'opposto. In quanto attrice ho profondamente bisogno degli altri per entrare nelle storie che cerchiamo di raccontare, e lo stesso sarebbe se per caso volessi fare un tentativo alla regia. Intendo dire che mi circonderei di tutta una serie di persone che mi possano ispirare e dare una mano. Il cinema per me è una visione collettiva.»
Non è la fine del mondo è tratto da un romanzo e ruota attorno al fascino dei libri, tu che lettrice sei?
«Io amo molto leggere, ma lo faccio talmente tanto per lavoro, con le sceneggiature e il resto, che quando arrivo a casa, purtroppo, ho le forze giusto per friggermi il cervello con una serie che sia il più leggera possibile. In altri momenti della mia vita, però, la lettura è stata fondamentale per me. Quando andavo alle elementari c'era appeso a scuola questo poster con gli animaletti e la scritta leggere rende liberi. Quello è stato il mio manifesto: leggevo più libri possibile. L'ho trovata da subito una frase molto vera e ci credo tanto ancora oggi. La lettura, la scrittura, il cinema e l'arte in generale è qualcosa che ci fa uscire dalle nostre quattro mura e ci salva.»
A questo punto devo chiedertelo: la tua serie guilty pleasure?
«Più di tutto c'è stato il mio periodo K-drama, nel 2023, che poi è lo stesso anno in cui non ho lavorato e che mi sono presa per viaggiare. Io amo viaggiare da sola e in quel periodo mi sono fatta mezza Asia, fondamentalmente spinta dalla curiosità che mi avevano innescato i K-drama. Guardandoli vivo delle storie d'amore completamente fittizie, perché penso 'se non la posso vivere io la vivrò comunque così, appropriandomi delle vite degli altri'. Altre serie che ho visto e amato molto negli anni sono, tra le tante, Twin Peaks, Fleabag, Killing Eve, la miniserie thriller di Xavier Dolan, The Night Logan Woke Up.»
Cosa ti riserva il futuro attoriale prossimo e indefinito?
«Voglio fare tante cose diverse, la commedia mi piace tantissimo, il dramma, il teatro. Per quanto mi riguarda, la parola d'ordine è 'non escludere nulla'. Occorre fare delle scelte, ovvio, ma non voglio escludere nulla a priori. Come attrici interpretiamo la vita e la vita ha infinite possibilità. Per quanto riguarda quello che uscirà, ho appena finito di girare una serie francese molto divertente, d'avventura, che è la storia rimaneggiata de Il Conte di Montecristo. Dopodiché ho girato un film in Grecia, lo scorso autunno, che si chiama
Recrucified, tratto da un libro di Theo Papadoulakis che è un must della letteratura greca, è una distopia, un film molto disturbante.»
Cosa potrebbe imparare il cinema italiano da quello greco e francese?
«A valorizzarsi meglio. Ci sono dei ragazzi, amici anche, che escono dalle scuole di cinema che sono dei talenti puri e vedo molto spesso purtroppo questa tendenza del cinema italiano a scartare storie originali e orientarsi verso l'estero, riproponendo all'infinito remake e copia all'italiana di tutta una serie di cose. Negli ultimi due anni, per fortuna, durante i premi abbiamo visto un sacco di sceneggiature ex novo. Credo che sia questa autenticità che abbiamo noi come italiani e come storia del nostro cinema, che non debba essere assolutamente sottovalutata.»













