Dal 18 al 29 marzo 2026, Londra ospita il BFI Flare: London LGBTQIA+ Film Festival, giunto alla sua quarantesima edizione. L’evento si conferma come il più grande festival queer del Regno Unito e uno dei principali appuntamenti internazionali per il cinema LGBTQIA+. Quest’anno il festival offre un programma ricco e variegato, con oltre cento proiezioni tra lungometraggi e anteprime mondiali, ma anche panel e incontri con registi e personalità di rilievo del cinema e della televisione. Un’edizione che celebra più che mai la storia del festival, le sue radici indipendenti e il suo ruolo nel raccontare esperienze spesso marginalizzate.
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BFI Flare, un erasmus inclusivo attraverso le immagini
L’edizione 2026 di BFI Flare si distingue per la ricchezza e l’ampiezza del suo programma, che comprende oltre cento film provenienti da tutto il mondo con numerose anteprime mondiali e nazionali. Il film di apertura è Hunky Jesus, scelta che riflette l’impegno del festival nel presentare opere audaci e culturalmente rilevanti fin dal primo giorno.
Tra le opere più attese c’è Madfabulous, una narrazione che porta in scena una figura storica fuori dagli schemi, offrendo uno sguardo originale su temi di identità e storie queer poco raccontate. Il festival è articolato in varie sezioni tematiche consolidate: Hearts, che esplora le relazioni e le storie d’amore LGBTQIA+ in tutte le loro declinazioni, Bodies con il focus sulla corporeità e la sessualità attraverso linguaggi cinematografici innovativi e Minds, pensata per le opere che promuovono riflessioni sociali sulle identità queer. A queste si aggiunge Treasures, una sezione speciale creata per celebrare il quarantennale: materiali d’archivio restaurati e opere che raccontano l’evoluzione del queer cinema dagli anni '80 a oggi, offrendo al pubblico una prospettiva storica più ampia. Accanto alle proiezioni, il programma include talk, panel e incontri con registi, sceneggiatori e critici cinematografici. Tra gli ospiti di rilievo attesi quest’anno c’è Russell T Davies, noto autore inglese che ha rivoluzionato la rappresentazione LGBTQIA+ nella televisione contemporanea e discute di come i media possano influenzare la percezione delle identità queer.
Quarant’anni di storia: dall’indie underground al festival internazionale
Il BFI Flare nasce nel 1986 come una piccola rassegna cinematografica indipendente dedicata alle comunità gay e lesbiche del Regno Unito. In un’epoca in cui la rappresentazione LGBTQIA+ nel cinema mainstream era estremamente limitata, questa iniziativa offrì per la prima volta uno spazio dedicato alla diversità culturale e sulle esperienze queer. Il ruolo di BFI Flare si è trasformato da semplice rassegna di nicchia a piattaforma culturale globale, in grado di influenzare la conversazione sul cinema queer e di promuovere opere che affrontano tematiche sociali complesse come diritti LGBTQIA+, discriminazione, questioni di genere e narrazioni di comunità marginalizzate.
Celebrare quarant’anni di cinema queer significa dunque non solo guardare alla ricchezza delle storie raccontate, ma anche riconoscere il valore sociale e politico di un evento che ha contribuito a trasformare il cinema e le narrative culturali sulla diversità e l’inclusione. Ecco perché oggi BFI Flare è riconosciuto come uno dei festival cinematografici LGBTQIA+ più influenti al mondo, capace di dar voce a registi emergenti e affermati.
« Ho iniziato come volontario al Flare nel 2015 ed è stata un'esperienza magica guardare film realizzati da e per la nostra comunità. Mi sono sentito accolto e supportato», ha raccontato a AnOther Amrou Al-Kadhi, scrittore, performer e regista.
Negli anni '80 e '90 sono stati proiettati titoli come Kamikaze Hearts (1986) di Juliet Bashore (che mostrava la sessualità lesbica in maniera diretta e provocatoria) e Paris Is Burning (1991) di Jennie Livingston. Un must nel mondo dei documentari queer che esplora la scena ballroom afroamericana e latina a New York.
Il festival ha continuato a promuovere opere chiave del New Queer Cinema come Swoon (1992) di Tom Kalin e Go Fish (1994) di Rose Troche, che hanno aperto la strada a storie più audaci e rappresentazioni autentiche di donne lesbiche sullo schermo. Negli anni 2000 e 2010, film come Mysterious Skin (2005) di Gregg Araki e Lilting (2014) di Hong Khaou hanno affrontato temi di perdita e relazioni intergenerazionali. Tra le produzioni più recenti, Layla (2024) di Amrou Al-Kadhi racconta la vita di un performer non-binario britannico-palestinese, incarnando il dialogo tra cinema queer contemporaneo e l'attualità più contemporanea.










