«Is somebody gonna match my freak? Is somebody gonna match my nasty?», cantava Tinashe, nel 2024, sulle note di quello che sarebbe diventato uno dei brani più diffusi su TikTok, tra clip e battute divertenti. Affettivamente, sulla piattaforma, si trattava infatti di aspirare a trovare una persona che potesse apprezzare i lati più quirky, weird, stravaganti e strani della propria personalità, di poterci condividere gli interessi più nerd, selvaggi o di nicchia. «Found somebody that matched my freak and now we aren't on speaking terms/he almost sent me into psychosis», era la mia versione preferita del meme.
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Pochi mesi fa, in Fastlife 5, Gué e Enny P rappavano, sul beat di Cookin Soul, rispettivamente: «Cercavo una freak, non una girlfriend» e «Voglio un vero freak boy, non un boyfriend». Nel 2026, la vera storia d'amore, quella travolgente, impulsiva e passionale, quella che ti fa dimenticare le cose della vita e ti fa credere che tutto sia possibile è quella tra i freaks. A dimostrarcelo, ancora, è il nuovo film di Maggie Gyllenhaal, La sposa!, un adattamento, più che del romanzo fantascientifico di Mary Shelley, Frankenstein; or, The Modern Prometheus (1818), dell'horror classico del 1935 The Bride of Frankenstein (La sposa di Frankenstein) di James Whale.
La sposa! (The Bride!), il nuovo film ispirato a Frankenstein: trama e recensione
La pellicola della regista de La figlia oscura (The Lost Daughter, 2022) arriva a confermare il trionfo gotico degli ultimi mesi: dopo Mia Goth (Elizabeth/Claire) in Frankenstein di Guillermo del Toro e Margot Robbie in Cime tempestose! di Emerald Fennel – entrambi con Jacob Elordi come lead role maschile, ora è il momento di Jessie Buckley (l'abbiamo amata in Hamnet con Paul Mescal, per la regia di Chloé Zao) straordinaria nel suo doppio ruolo di Mary Shelley e Iva/Penelope/Penny/La sposa! e del Frank (la creatura) di Christian Bale.
A raccontare la storia d'amore tra i freaks inizia proprio l'autrice britannica del capolavoro letterario che, mentre intrappolata in un limbo post-mortem in bianco e nero, si lamenta di avere ancora molto da dire, oltre alla sua opera più famosa – il tumore al cervello del 1851 le avrebbe impedito di finire quello che aveva iniziato e intende farlo ora, possedendo il corpo di una donna degli Anni '30 del Novecento: «Chiamiamola Ida, almeno finché non troverà il suo vero nome», dice Shelley.
Senza entrare troppo nei dettagli: la creatura, dopo tanti anni di solitudine, Frankenstein (la creatura che ha adottato il nome del suo dottore), ancora in giro e con una nuova abitudine cinefila – ha sviluppato una passione per lenire il suo senso di isolamento trovando conforto nei musical del ballerino di tip-tap Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal) –, si reca a Chicago per convincere l'eccentrica scienziata Dr.ssa Euphronious (Annette Bening) a creargli una compagna. Dopo qualche resistenza, soprattutto all'idea che lei si occupi di fornire donne a uomini in cerca di compagne preconfezionate, accetta di accompagnarlo a dissotterrare un cadavere da rimettere in vita, che si rivela essere quello di Ida, una "bar girl", una donna pagata per intrattenere nei locali il clan mafioso che risponde al boss, Mr. Lupino (Ida muore nella scena iniziale, posseduta dal fantasma di Mary Shelley, mentre rivela i suoi crimini efferati, gli omicidi commessi nei confronti delle donne, di cui è solito collezionarne le lingue tagliate). Quello che segue è un caotico road movie, pieno di riferimenti ai film del passato, un eccentrico miscuglio di massimalismo in cui i mostruosi Bonnie e Clyde tentano di sfuggire, da un cinema di New York a un altro statunitense, ai detective che li cercano (una di loro è Penelope Cruz) e ai gangster che li inseguono.
Tutto molto bello, considerato le promesse di emancipazione femminile che il film contiene, se non fosse che, effettivamente, insieme alle emozioni che potrebbe suscitare ma fallisce, si sentono poco sullo schermo e nei sensi.
Jessie Buckley è stupenda ne La sposa!, forse il femminismo del film un po' meno
Bravissima a switchare tra accento british (Mary Shelley) e parlata americana (Ida), bravissima a perdere la testa e provare sentimenti, bravissima ad avere i capelli spettinati e pazzi, delle calze blu, una gamba rotta con tutore, un vestito semi stracciato e dei boots rossi, bravissima a essere una freak, una che sa quello che vuole (anche se non si ricorda niente della sua identità dopo essere resuscitata) e una lover girl. L'intensità, la potenza che proviamo guardando La sposa! è quasi tutta merito suo, più una grande professionalità ai costumi (Sandy Powell) e al make-up (Nadia Stacey).
A livello politico, il film da subito insiste su un tema in particolare, quello del nome e dell'identità femminile. Ancora oggi, le donne vengono spesso definite, sui media e altrove, in relazione a chi si accompagnano, oppure, per diminuirne il valore, solo attraverso nome proprio: la moglie di, la fidanzata di, la sposa di, la mamma, Ida, Penny, Mary... A insistere su come si dovrebbe chiamare la protagonista del film è prima di tutto Shelley, anche lei una che di nomi ne aveva tanti: prima di essere Mary Shelley, in seguito alle nozze con il poeta Percy Bysshe, era Mary Wollstonecraft Godwin. William Godwin, il padre, era un giornalista, uno scrittore e un filosofo politicamente impegnato mentre la madre, Mary Wollstonecraft, un'intellettuale precursora del movimento femminista (morì dando alla luce la figlia, a cui passò però il cognome da nubile, che non volle abbandonare mai). In principio, il personaggio di Buckley è solo Ida, ma ci sarà una fase intera in cui Frank, che invaghito di lei sin dal principio e inventandosi un'elaborata storia per convincerla di essere sua moglie e condividere un significativo passato, le da il nome di Penelope "Penny" Rogers (lei non voleva usare Ginger Rogers). Sul principio, infatti, Ida non ricorda praticamente nulla della sua identità, l'unica cosa che sa è che non ha la minima intenzione di rimanere lì come cavia da laboratorio della dottoressa, né di essere accoppiata con Frank. Mantenendo il suo atteggiamento scontroso fugge, dicendo: «Tutto quello che so è che sono abbastanza sicura di non vivere qui». In qualche modo, rimanendo insieme, Frank e Penny si innamorano e la questione del nome verrà scoperta non solo da Ida, ma da tutti noi. La sua risoluzione, infine, è quella che aspira ad essere uno degli elementi femministi chiave della sceneggiatura di Maggie Gyllenhaal: in una scena, Shelley sussurra alla mente della protagonista: «Tu non sei più Ida. Non sei Penny. Sei solo la Sposa e basta, perché non appartieni a nessuno ma soltanto a te stessa». A parte che dai grandi del cinema ci si aspetterebbe artifici ed espedienti narrativi magari meno scontati, ma poi rimane un po' incerto il risultato: Jessie interpreta comunque una sposa, una che per molti minuti di film è stata soggiogata a un'identità imposta con l'inganno da un uomo, che poi finisce per amare. Non sono contro le donne che finiscono per amare i propri abuser o, in generale, gli uomini – not all men ma sempre un man sbaglierà qualcosa –, ma sullo schermo sembra tutto un po' troppo debole, nonostante appunto le promesse.
Non è finita qui e, anzi, forse peggiora. Come sostiene Eileen Jones su Jacobin definendo quelli di The Bride! dei «goffi tentativi di rilevanza femminista», Frank segue quella che comunque è stata risorta e progettata per essere la sua compagna nonostante il suo iniziale rifiuto, in uno strano, lungo e prolungato corteggiamento, autoproclamandosi suo protettore: «Un ruolo necessario – ironizza la critica – , dato che il suo comportamento selvaggio sembra renderla un bersaglio costante per la polizia e per i potenziali stupratori», aggiungendo che «durante le proiezioni di prova, il pubblico ha sollevato obiezioni riguardo alle lunghe scene di violenza sessuale, che Gyllenhaal sostiene essere una critica sociale a "una realtà importante della cultura". Ma chi ha sollevato obiezioni ha ragione: le scene sono palesemente provocanti, con una deliberata creazione di suspense ed eccitazione riguardo alla possibilità che Frank la salvi prima che avvenga la penetrazione».
Interessante è il simbolismo che prende forma sul viso di Jessie Buckley, quella macchia nera che non è altro, narrativamente, che un segno che appare sulla bocca e sulla sua guancia destra post-intervento, a causa di un imprevisto avvenuto durante la rianimazione. Un make-up look, fatto di inchiostro, che simboleggia sia la sua stravaganza che la sua rabbia, che si trasforma in collettiva e in lotta popolare (bello quando tira fuori la lingua nera, in barba a Lupino). A un evento dell'élite, un gran ballo di personalità di spicco, Ida/Penny, al grido di «Brain attack!» rivela e denuncia pubblicamente le violenze patriarcali perpetrate nei confronti delle donne; un urlo che viene ripetuto poco dopo nelle strade, da ragazze come noi che la società continua a ostracizzare, etichettare come pazze, esagerate, intense, mentre vogliamo essere solo considerate come loro. «La rivolta sociale ispirata dalla sposa – commenta Jones – viene rappresentata mostrandoci diverse donne che ne imitano l'aspetto, dipingendosi la lingua di nero e il viso con la stessa macchia d'inchiostro sul lato della bocca. Si scatenano, affrontando violentemente gli uomini e urlando: "Attacco cerebrale!", l'intera sequenza "brides rebellion" è racchiusa in un montaggio che dura circa un minuto e non ha alcun effetto sulla trama».
Il problema del film non è di certo l'opposizione alla violenza di genere o la freakness di massa, ma è che non si spinge abbastanza in là, ha qualche cliché tipico del femminismo, a «qualche sprazzo di immaginazione, ma manca di una visione coerente». È un perfetto esempio della tendenza narrativa delle piccole scintille motivanti che però si spengono troppo in fretta, senza lasciarci nulla se non una sensazione di cringe e amarezza. Come quando Ida, scagliandosi contro gli abusi maschili grida, in un assurdo momento di attualità: "Me Too! Me Too!", suonando quasi più come una presa in giro all'intero movimento recente, che ad una critica puntuale e precisa del sistema.
Jones è critica anche sui detective, su quello di Myrna Malloy (Penélope Cruz) e s quello di Jake Wiles (Peter Sarsgaard), losco e inutile che quando si tratta di indagini, è un incapace che si affida alla sua "assistente", in realtà è la mente del gruppo: «Gyllenhaal sembra voler inserire a forza la detective Myrna nel film, presentandola come un altro esempio di donna oppressa i cui talenti vengono soffocati dal patriarcato». Jessie Buckley allora ci regala una protagonista in cui tifare e in cui rivederci, che ci rappresenta: facciamo il tifo per le ragazze crazy e per i mostri, che sono quelli capaci di amare davvero considerato cosa fanno gli uomini in questo periodo, ma forse, in generale manca qualcosa al film. Un livello di autenticità, di spontaneità e profondità che ci faccia dire con convinzione: ha davvero matchato il nostro freak.












