Uno dei primi pensieri che ho mentre guardo alcune vecchie clip di America's Next Top Model è un sincero: "Grazie a Dio questa cosa mi ha trovato che avevo 30 anni e non 12". Lo show di Tyra Banks, che nei primi Anni Duemila attirava milioni di spettatori all'apice del suo dominio culturale, è tornato ancora a far parlare di sé, anche nel 2026. Se il reality e le sue ventiquattro edizioni – cicli, in questo caso – promettevano a giovani ragazze ordinarie la possibilità di entrare a far parte del mondo della moda, diventandone la prossima grande star, questa volta le premesse sono diverse: la docu-serie in tre episodi su Netflix, Reality Check: Inside America's Next Top Model ha ora l'obiettivo di svelare i retroscena di quello che è stato criticato per essere un programma tossico, apertamente discriminatorio e che metteva in pericolo le sue stesse partecipanti.



A parlare sono Tyra Banks stessa, ex top model ideatrice, produttrice e presentatrice dello show, Ken Mok, produttore esecutivo, i principali giudici – J. Alexander, "regina del catwalk", maestro di portamento e allenatore di pista, Jay Manuel, direttore creativo, Nigel Barker, fotografo di moda – e alcune delle partecipanti più significative, dalla prima stagione in avanti. Man mano che le domande vengono poste e le risposte vengono pronunciate, diventa sempre più chiaro che quello presentato anni fa come un'opportunità per realizzare i propri sogni e diventare modelle influenti a tantissime giovani e ambiziose ragazze, spesso e volentieri provenienti da background faticosi (migratori, razzializzati o poveri), non era altro che un miscuglio di intrattenimento e industria, di storytelling e sfruttamento, operato senza scrupoli alcuni sulle spalle di altre persone. «Era la mia vita e ci hanno giocato», afferma un'ex partecipante col senno di poi.

Il punto di partenza di Banks (afroamericana) poteva anche essere un'intuizione genuinamente positiva: permettere alle donne nere e a qualsiasi altro tipo di corpo che non rientrava nei canoni di avere una chance all'interno del crudo mondo moda, di iniziare a narrare tutta una serie di soggettività, fino ad allora rimaste taciute in ambito fashion – ma non solo –, per celebrare la bellezza in tutte le sue forme. «Tyra Banks in the Netflix Documentary: "Being a black woman is so hard, so we decided to make it harder on my show"», recita un contenuto andato virale su Instagram e TikTok. Diventa presto evidente come questa inziale scintilla di cambiamento, che pure avrà avuto un ruolo (e nessuno glielo vuole negare), sia stata presto sostituita da un ideale tradito per aumentare engagement, reach, ascoltatori. E quindi soldi, potere e successo (è famosissima la citazione di Audre Lorde, poetessa, scrittrice e attivista afroamericana che recita: "Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone"). Un po' come rimane evidente e, infine, non convincente, il tentativo di Banks di riabilitarsi (e magari proprio per ritornare con un 25esimo ciclo, come suggerisce a un certo punto del documentario).

Cosa è cambiato e cosa da no da America's Next Top Model?

Chi nel 2023 non seguiva il reality show sulle modelle americane e, per caso, si ritrovasse a guardarlo ora, a distanza di più di vent'anni, non ha dubbi: quello che andava in onda all'epoca era pura follia. Dall'incitazione ai disturbi del comportamento alimentare via i commenti più cattivi, e comunque falsi, dei giudici, fino a episodi di classismo e razzismo neanche troppo velati – la reiterazione stereotipica della donna nera arrabbiata, maleducata e chiassosa non era una verità storica, ma una scelta narrativa precisa (Tyra Banks non dovevi aiutare le donne nere?).

Allucinante è constare come il programma non solo veicolasse pura violenza nei confronti delle sue aspiranti modelle, ma anche la perpetuazione della stessa: ad un certo punto, la produzione costringeva una ragazza a farsi chiudere lo spazio tra i denti, portandola dal dentista. I patti erano chiari: o ti aggiustavi il diastema o venivi eliminata. Non si è poi così liberi di scegliere quando l'equilibrio dei poteri non è distribuito in modo equo, ma soprattutto: chi poteva decidere di valorizzare un tooth gap su un sorriso ha deciso di non farlo (quella è una scelta libera), obbligando una giovane a modificare il suo copro anche quando non voleva (e lo aveva dichiarato apertamente). Naturalmente, alcune stagioni dopo, lo spazio tra i denti sarebbe andato di moda. La storia di Shandi, in aggiunta, ci fa addirittura chiedere come Tyra Banks, o chi per essa, possa ancora non essere in carcere. Ciò che succedeva in televisione a un'altra ragazza, mentre tutti la ricordavano come "The Girl Who Cheated", nell'episodio di Milano, era a tutti gli effetti un crimine, uno stupro, un'aggressione sessuale. Stando alle sue dichiarazioni, dopo una festa, un modello esterno invitato dallo show aveva avuto un rapporto sessuale con lei. Di questo rapporto, subito in uno stato in cui Sullivan non poteva esprimere il suo consenso, lei non si ricordava quasi nulla, solo la sensazione che stava accadendo, mentre le telecamere giravano 24/7, il mondo intero si preparava a vederlo in TV e nessuno interveniva. Come se un SA in mondovisione non bastasse, l'indomani la conduttrice vittimizzava un'altra volta l'aspirante modella, facendola sentire in colpa per "aver tradito" il suo fidanzato a casa. Come se non bastasse, veniva ancora ripresa mentre cercava di telefonargli e spiegargli l'accaduto ("Ci dispiace averti dovuto riprendere", le avrebbero detto i cameraman dopo). Quello che vedeva lo spettatore era una ragazza a terra, devastata dal pianto e tormentata dai suoi sentimenti e dai traumi, che con ogni probabilità non aveva capito nemmeno cosa le fosse successo, venire violentata ancora e ancora da un programma che prometteva di farle diventare una modella famosa. Ancora più allucinante è constatare che l'unico motivo dietro alla validazione di questi comportamenti fosse meramente la capitalizzazione economica.

Interrogata sulle circostanze che hanno portato a questa tremenda vicenda, Banks sostiene che la produzione non era il suo territorio (ah no?), rimettendosi a Ken Mok, il quale invece afferma che intervenire avrebbe violato l'etica del loro documentario. «La moda è sempre stata piena di personaggi violenti, lavoratori non pagati e standard impossibili. Trova un compagno nei reality, un altro settore tristemente non regolamentato che sfrutta le aspirazioni della classe operaia. I survival show contemporanei dimostrano che il desiderio dietro le quinte di creare drammi continua ad avere la precedenza sul benessere dei concorrenti», commenta la giornalista Jenna Mahale su Dazed.

Se non in pochissimi casi, Reality Check non riesce comunque nel svelare i retroscena di un abuso legittimato quotidianamente via cavo, ma sembra più che altro essere una giustificazione lunga tre ore di come e perché sia successo quello che è successo: una volta eravamo così, adesso non si potrebbe più, allora non lo sapevamo, la moda era quella – stavamo solo facendo vedere alle modelle come sarebbe stato il mondo una volta fuori di lì (senza contare che poi, nei piani alti dell'industria non ci sarebbero mai arrivate per via dello stigma che verteva su Top Model. Le modelle che vincevano quasi non lavoravano nemmeno. Banks ringrazia per i call out e si invita a fare meglio).

È vero, infatti: dopo il 2020, Black Lives Matter e MeToo non siamo più gli stessi. Durante il Covid, tra pandemia e lockdown, in concomitanza con il risveglio politico e femminista delle coscienze, centinaia di utenti si muovevano su TikTok dopo aver iniziato il rewatch di ANTP – consentito dal tempo libero: forzati a stare a casa, la gente stava molto online – per denunciarne i metodi. Nessuno, sei anni dopo, permetterebbe mai, almeno spero, a contenuti del genere di venire trasmessi ad audience di queste dimensioni, avallandone anche la riproduzione e l'imitazione di massa (non si contano i reel di ragazze che hanno detto di aver sofferto di dca proprio per via dello show – fortunatamente mi ha trovato a 30 e non a 12 anni). Ma siamo sicuri di essere cambiati, di essere davvero migliori? Gli ultimi tempi suggeriscono che sì, la narrazione è migliorata: forse è diventata più rispettosa, più attenta, meno discriminante, ma ciò non toglie che possa essere diventata anche più astuta. Il mea culpa di Tyra Banks in Reality Check, infatti, suona falsissimo (non ha mai voluto il bene delle ragazze). Se da un lato, e grazie a Dio, "non si può più dire tutto", per parafrasare i detrattori del politically correct, a cui spiace solo non poter più essere delle merde senza venir denunciati pubblicamente, e non lo si può fare di certo più in televisione, cosa pensiamo che succeda tuttavia, ancora oggi, nel mondo? Come pensiamo vengano trattate, oggi, le modelle? E le persone? Come sostiene ancora Mahale, «mentre le critiche al presunto sfruttamento da parte di Mok e Banks hanno raggiunto il proprio apice, tutto indica che, a livello sistemico, gli stessi atteggiamenti degli Anni Duemila permangono nell'industria della moda». A ottobre, Vogue Business ha riportato che l'inclusività delle taglie sulle passerelle «è rimasta minima» nella stagione primavera estate 2026, comprendendo il 97,1% di modelle con taglie normali, il 2% di taglie medie e lo 0,9% di taglie forti, evidenziando un cambiamento culturale conservatore legato alla diffusione di «idee suprematiste bianche». Negli Stati uniti, le persone continuano a morire per mano degli agenti dell'ICE, in Italia, i ragazzi per quella dei poliziotti. Le donne continuano a venire stuprate e uccise da mariti, compagni ed ex violenti; il mondo continua a essere un posto impossibile per la gente che non è un uomo, non è bianca, non è eterosessuale. Non stiamo dicendo che non sia stato giusto cambiare il modo di parlare e di raccontare le cose, ma se facciamo solo quello, non potrà mai essere abbastanza. Citando Gil Scott-Heron, La rivoluzione non passerà di certo in televisione (tantomeno su ANTP), ma nemmeno potrà essere solo verbale.