È a qualche giorno dall'uscita di un progetto fenomenale che i "critici" su TikTok si radunano per stabilire cosa, di tale progetto, ha funzionato e cosa invece no, per deciderne, più o meno consapevolmente, gli aspetti che diventeranno virali, cristallizzandoli nella memoria digitale collettiva – e patrimonio culturale – per sempre. O anche solo per un po', almeno fino a quando il ciclone delle tendenze non ne sostituirà il dibattito con quello sul progetto successivo, ancora più fenomenale.



Sta succedendo in questo stesso momento anche a "Cime tempestose" di Emerald Fennell, l'adattamento cinematografico del romanzo ottocentesco di Emily Brontë, nelle sale internazionali dal weekend di San Valentino. Le cose più interessanti viste sulla piattaforma, ad oggi, sono: i meme sulle scene già culto tra l'Heathcliff di Jacob Elordi e la Catherine di Margot Robbie – «Letting my man know I'm back», scritto in sovraimpressione a un video di una ragazza che appoggia sul materasso del letto alcune uova, oppure quello di un'altra che si siede sopra le sue coperte, senza che accada nulla, affiancato al testo «Still waiting to feel the eggs under my sheets»; ma anche i riferimenti al momento erotico più teso fra i due protagonisti (uno dei pochi in cui non stanno facendo effettivamente sesso), quando nella scuderia osservano i domestici praticare quello che sembra quasi un momento BDSM e lui (Elordi) copre lo sguardo di lei (Robbie) con le mani, grandi: «Women everywhere tonight», e «If you've seen Wuthering Heights you know about the hand over the eyes and mouth scene. I just saw a comment on a TikTok saying her boyfriend did it when they got home without being asked. All I have to say is: how does it feel to live my dream?», sono i commenti world-whide. Il tutto, su uno dei brani a scelta della colonna sonora di Charli XCX – "Chains of Love", "Always Everywhere", "Dying for You".

A raccogliere un consenso straordinario sui social e oltre è però soprattutto la figura di Isabella, interpretata da un'inarrivabile Alison Oliver, che ci fa uscire dal cinema regalandoci la nostra prossima nuova grande personalità.

La Isabella di Alison Oliver è il personaggio più interessante di Cime tempestose

Andando al cinema a vedere il film della regista di Una donna promettente, ci saremmo aspettati di rimanere folgorati dalla Cathy di Margot Robbie: una scelta fortissima per il cast, sia per qualità recitativa che per impatto scenico e pubblicitario. Forse è la sceneggiatura già poco convincente, sovrastata invece da una scenografia sontuosa, ma la protagonista principale del film fatica ad arrivare emotivamente al pubblico. Da un lato, Cathrine dovrebbe essere mora e adolescente (niente che Robbie sia – forse era meglio la Kaya Scodelario/Effy Stonem del 2011 di Andrea Arnold), dall'altro non è per niente automatico rivedersi in un'attrice del suo calibro. Robbie è una Barbie, una vera star secondo il suo stereotipo; come la sua Cathy, piace sempre a tutti, è la prima scelta di chiunque: niente di male, ma chi si sente davvero così, per la maggior parte del tempo? Non noi. Non ci lascia quasi niente, non ci fa nemmeno arrabbiare: lei e Heatcliff, nel film, non sono cattivi nemmeno la metà di quello che dovrebbero essere – Nelly Dean (Hong Chau), al contrario, è fin troppo cattiva. Sembra quasi sia tutta colpa sua e Megan Burbank, su Them, non ha dubbi sul fatto che sia stata messa da parte, ne sia stato offerto un ritratto deludente.

Il vero turning point della messa in scena 2026 è la rivelazione piacevole, interessante e creativa, tutta ad opera dell'attrice Alison Oliver, già collaboratrice della regista in Saltburn, astro nascente irlandese classe 1997, che si è fatta notare per le sue doti in Conversations with Friends. Non che anche nel suo caso manchino le critiche al personaggio: nel testo originale, innanzitutto, si chiama Isabella Linton ed è sorella di Edgar (il marito di Cathy), mentre nella resa cinematografica diventa invece semplicemente Isabella, trasformandosi in una sorta di sua pupilla protetta, non legata a Linton da alcuna parentela, ma che comunque vive con lui (e infatti non si capisce bene perché).

Oltre a questi sorvolabili dettagli, il nodo più cruciale su cui si insiste riguarda invece la riscrittura di alcune vicende traumatiche e della sua psicologia. Nella caratterizzazione brontiana, Isabella è una vittima di violenza domestica, abusata e umiliata da Heathcliff. Dopo il matrimonio (per cui inizialmente lei nutre una speranza quasi infantile), si inizia a sciogliere, nell'intreccio, l'unico vero intento di Heatcliff, che la utilizza come strumento per compiere la sua vendetta efferata nei confronti di Cathrine e di chiunque lo abbia discriminato (Isabella Linton stessa, poi, riuscirà a fuggire e a vivere in città, segnalando una leggera dose di rivalsa femminile, punita comunque con la morte e con la continuazione del trauma generazionale sul figlio). È proprio in questa narrazione che si percepisce al massimo del suo potenziale il carattere estremamente spietato del protagonista, mentre nel film appare decisamente più innocuo, quasi come se fossimo portati a scusarlo, a dover perdonare Heathcliff (che poi è Elordi, con cui comunque nessuno se la prenderebbe) attraverso il consenso di Isabella.

In "Cime tempestose" con le virgolette, infatti, l'abuso crudo descritto da Brontë diventa quasi un gioco di kink sub-dom, quando Isabella sceglie – anche se in questo Oliver è eccezionale – di prestarsi alle dinamiche violente perpetuate da Heatchcliff. Così, in tanti fra gli spettatori si chiedono che senso abbia questa rilettura di Fennell e quale sia il motivo di non ingaggiare un discorso sulla natura misogina dei mariti dell'epoca, ma anche attuali, in una società che verte nelle condizione (tragiche) in cui verte.


La chiave di volta, per comprendere Isabella 2026, ce la regala proprio l'interpretazione di Oliver, che con astuzia, estro, chimica e intelligenza riesce a salvare il suo personaggio dall'anonimato, dall'ennesima occasione mancata, dalla pellicola, di raccontarci qualcosa che rimanga, di lasciarci qualcosa che duri. Non sappiamo se eticamente sia abbastanza (probabilmente no), ma sappiamo che lei ci è piaciuta a tutti molto.

Ci viene presentata per la prima volta sullo schermo a un tea party: ha un vestito drappeggiato in tonalità giallo canarino, un'ossessione per i fiocchi tra i capelli (e chi no, negli ultimi due anni?), degli occhiali da nerd (o da topo di biblioteca) e sta tutta incurvata con le spalle mentre racconta la tragedia di Romeo e Giulietta come se stesse facendo gossip con le amiche, narrando l'ennesimo storytime di un Hinge date andato male. È la sintesi della weird girl, quella che probabilmente si è ritrovata bruttina, o più che altro incompresa, a leggere (divorandole) le pagine tormentate di Cime tempestose originale, immaginandone l'oscurità, in qualche modo anche sognandola (la letteratura le ha dato sempre qualcosa in più della realtà). Se in Margot Robbie è impossibile rivedersi, Alison Oliver lo rende persino troppo facile, ma non meno divertente: la sua Isabella parte impersonificando la protagonista più classica di una romcom americana Anni Duemila – la storia della sfigata della scuola che diventa bella all'improvviso e si fidanza con il quaterback (e chi non si è ritrovato in tutte loro) –, per sfociare in un personaggio curioso e sorprendente, assolutamente controverso e affascinante. Non è solo una ragazza che attraversa una scoperta e una crescita sessuale, un risveglio formativo delle sue passioni, e se ne lascia sopraffare, facendosi maltrattare da un uomo bellissimo e cattivo, come spesso accade; c'è una consapevolezza quasi squilibrata, una scintilla quasi folle, nel modo in cui accetta di farsi incatenare come un cagnolino in una casa sporchissima, per poi iniziare ad abbaiare, con la lingua di fuori, verso Heatchliff e davanti a Nelly.

Abbiamo iniziato ad adorarla nella scena in cui lui le chiede se deve fermarsi prima di sedurla; "Amo noi", abbiamo immediatamente sussurrato all'amica seduta di fianco al cinema, nel vederla scuotere la testa, facendo segno di no ripetutamente, ipnotizzata da quei muscoli elordiani, cosciente di non volere e non potere dire nient'altro che no, quasi come forma di dovere scientifico nei confronti del genere femminile intero. Sul finale, (la scena delle quattro zampe su TikTok è commentata: «Isabella you're so real, if Heathcliff asked I'd be barking too girl») ne abbiamo concepito il genio disturbante e destabilizzante: la Isabella di Alison Oliver non è una vittima ingenua, è l'unico elemento davvero gotico e inquietante del film, eppure in qualche modo poetico. C'è qualcosa di abissale, pericoloso, inspiegabilmente intrigante, clownesco e irresistibile negli occhi, nel sorriso, nei gesti dell'attrice. C'è qualcosa di Emily Brontë in Alison Oliver, c'è (finalmente) qualcosa di Emily Brontë nel film di Emerald Fennell.