«Hai una foto di Heathcliff? Mi serve una fotografia di Jacob Elordi presa dal posto del cinema», è il messaggio che mi arriva su WhatsApp dopo la prima proiezione al Colosseo di Milano di "Cime tempestose" (con le virgolette) di Emerald Fennell. A scriverlo è una cara amica, con cui sono andata a vederlo; vuole postare nelle storie Instagram uno scatto dell'attore che al momento, più di tutti, è in grado di proseguire l'eredità del giovane DiCaprio in Titanic, in uno degli adattamenti più dibattuti e attesi della storia, quello dell'opera letteraria omonima del 1847 di Emily Brontë. Un romanzo evangelico, di culto, per molte delle ragazze Millenial che passano, e hanno passato, tanto tempo online.



La foto di Elordi ovviamente ce l'ho – non sono una fan dei purismi (tranne forse quelli brontiani), l'ho fatta con la luminosità del telefono al minimo – ed entrambe la pubblichiamo affiancata a ad alcuni Kaomojis, emoticons testuali d'influenza giapponese (che utilizzavamo quando le emojis non esistevano ancora) che rappresentano espressioni facciali cute attraverso combinazioni di caratteri. Forse quello che si è visto sul grande schermo è riassumibile con questa immagine.

"Cime tempestose" di Emerald Fennell: trama, recensione e critica

Non ci dilunghiamo sulla storia: Cathy è figlia di proprietari terrieri, Heatchliff è un trovatello dark-skinned (in teoria) che viene adottato dal padre di lei, ma più che visto come un figlio, viene utilizzato come schiavo. I due, che crescono insieme nelle brughiere dello Yorkshire, condividono una connessione senza precedenti, ma non riuscendo a conciliare passioni e convenzioni sociali, non essendo in grado di accettarsi e di riconoscersi, compiono azioni dalle conseguenze tragiche e irreversibili, venendo così schiacciati dal sistema e dalla fragilità cruda e violenta delle emozioni umane.

Il 12 febbraio 2026, in sala, si ha tuttavia l'impressione di assistere a tutta un'altra storia; un film per le ragazze che sono "Just a girl" , hanno un set di nails stilosissimo, mentre, falsamente innocenti, ne stringono un'unghia tra i denti perché "ops, siamo queste"; indossano mollettine Kawaii e ascoltano Addison Rae con le loro "Headphones on". A questa categoria moderna, di cui mi sento partecipe devota, che sia a piaciuta o meno la pellicola, che abbia dissacrato o meno il libro sacro della Girlhood, forse non interessa nemmeno troppo. A San Valentino, le ragazze vogliono stare tranquille, non cedere agli snobismi critici da maschio etero, guardare Jacob Elordi infilare le dita in bocca a Margot Robbie – nei panni di Catherine Earnshaw (e poi Linton) – soddisfare alcuni dei kink più interessanti del panorama pornografico (sembra quasi di stare su Pornhub a leggere "cuckold" o "donna tradisce il marito mentre è al telefono con lui", nella scena in cui lo fanno rough, su un tavolo, mentre lei professa amore per Edgar Linton, che ha sposato senza amore, per convenienza economica. Guardarla è una sensazione un po' demotivante, a cui fa seguito un sorrisino, quasi arrendevole, che pare ammettere che sì, siamo horny e ne siamo fiere, ma che questa roba è imbarazzante).

Andrebbe tutto sommato anche bene, se non fosse che è quasi troppo evidente il tentativo (riuscito) della regista (che ci aveva convinto a giurarle fedeltà eterna dopo il suo esordio con Una donna promettente) di voler vendere, piuttosto che di volere sublimare le emozioni con la scrittura e la sceneggiatura (la cosa che invece dovrebbe fare l'arte, anche la settima). Ed è, senza rischiare di passare per snob, un po' un peccato; il target siamo noi e siamo talmente stanche che ci va bene anche così. Almeno non è l'ennesimo uomo a voler trarre profitto e diventare fenomenale sulle spalle della femminilità, ma una donna che credevamo essere come noi – forse sono io, ma avevo apprezzato anche le scene più cringe di Saltburn; geniale quella di "fare sesso" con la tomba di chi si aveva desiderato visceralmente in vita. Datele comunque tutti i soldi che potete, penso.

Ci sono però troppe cose in "Wuthering Heights" che sembrano messe lì apposta per diventare un meme, circolare viralmente sui social e coltivare contenuti dalla forma e dall'estetica perfette, ma dalla sostanza vuota: Elordi che infila le dita nell'albume e nel tuorlo di un uovo crudo sembra, senza troppi scrupoli, voler replicare il successo dell'iconica "scena della pesca" di Chalamet in Chiamami col tuo nome. Solo che Guadagnino lo faceva 9 anni fa (che nel tempo di internet sono tantissimi anni) e meglio, in modo più genuino; non poteva saperlo con certezza che sarebbe stata ovunque sul web, poco dopo. Quando Robbie si perde nelle sue fantasie erotiche guardando una cuoca lavorare un impasto, sembra di stare su TikTok nei video di ricette di giovani hot chef (l'archetipo è Carmy Berzatto) che, anche bene, simulano gesti sessuali per ottenere più engagement (lo apprezzo su TikTok, un po' meno in Cime tempestose). I riferimenti espliciti alla vulva e al fallo – un fiore e un fungo, mi pare – mentre Cathy sfoglia un album di disegni, vanno oltre al cringe, diventando terrificanti.

Non è nemmeno troppo una questione, come si sta leggendo ovunque in questi giorni, di quanto Fennell abbia semplificato la trama del libro gotico, riducendo a storia d'amore harmony o romance una delle narrazioni più importanti dell'intera esistenza umana – Brontë la scriveva a 27 anni, nelle colline isolate inglesi (come ci sarà mai riuscita? Non era di questo mondo). Certo, c'è anche quella componente: eliminare l'identità etnica di Heathcliff castando un uomo bianco (e uno dei più belli) per rappresentarlo, non può funzionare nella resa di un conflitto che, dalla questione di classe attraversa anche quella della razzializzazione, diventando centrale per l'efferata sete di vendetta che, per forza, non può non caratterizzare il personaggio; fare lo slalom tra l'effetto devastante che le scelte moralistiche e i sentimenti come la gelosia possano avere sugli individui, generazione dopo generazione, evitandone i risultati, non può essere del tutto accettabile. O meglio, potrebbe esserlo nel momento in cui si riuscisse a farlo bene.

Ma non è questo il caso: nel film di Fennell sembrano funzionare molto bene alcune cose, nessuna delle quali è davvero la più importante, la più autentica: le ambientazioni, la fotografia, i costumi di scena e le acconciature sontuose, i dettagli delle pareti che riproducono la pelle di Margot Robbie, il press tour (l'abilità dei due attori di farci sognare un legame fra loro anche off-screen) e la colonna sonora ad opera di Charli XCX – quella sì che si sente nella pancia come sublimazione sonora di un'emozione –, infine, anche il sesso.

Più o meno come in Heated Rivalry è innegabile che quello che succede a livello fisico tra Connor Storrie e Hudson Williams lo sentiamo anche dentro di noi, così tra Jacob Elordi e Margot Robbie (che sì, hanno chimica), anche gli spettatori si sentono partecipi della tensione che guida i loro scambi, i loro baci. In prima fila, sotto l'enorme schermo, ancora più intensamente (chissà come sta lei, si chiedono alcune su TikTok, se pure noi stiaamo così). La sala applaude eccitata quando Heatcliff ritorna ripulito, con un orecchino in pieno identikit da fuckboy, il buco tra i denti riempito con un canino (o un incisivo) dorato, ora ricco e ancora più sexy. E il film, che non riesce a condannarci, non riesce a ossessionarci, non riesce a prendere qualsiasi forma e a farci impazzire, non riesce a stare sempre con noi e, infine, ci abbandona in un abisso in cui non possiamo trovare Emily ("Be with me always – take any form – drive me mad! Only do not leave me in this abyss, where I cannot find you!") sembra essere un accozzaglia di microtrend legati insieme solo dall'horniness condivisa. Almeno di quella, le ragazze se ne stanno appropriando (ai tempi di Brontë non ne potevano nemmeno parlare, e infatti nel romanzo i rapporti sessuali sono taciuti, tutti impliciti). E allora è inutile che critichiamo la regista per la scelta di Jacob Elordi, se quello che volevamo era esattamente lui, e ce l'ha dato. Lo dimostra il trend per cui fuori dalla sala ci stiamo facendo i selfie con il poster ufficiale del film, sostituendo a Margot Robbie la nostra faccia, per baciarlo noi stesse.

Se penso a come ho bagnato di lacrime le pagine del nostro romanzo preferito, a come le ho accartocciate nei miei pugni freddi dal tanto che erano disturbanti e dolorose, da come siamo riuscire a capire il potere devastante e tragico dell'ossessione tossica, che letteralmente e come un fantasma torna a tormentare anche post-mortem, non posso affermare a cuor leggero che il film di Fennell ci si avvicini a livello emotivo e formativo, anche solo lontanamente, al libro. Ma è questo che importa davvero? Forse quello che mi lascia questo film, oltre ai meme e ai cute symbols delle ragazze, a un momento di amicizia e collettività spensierata, oltre a un grosso desiderio sessuale, è la volontà di interrogarmi tristemente, e sempre di più, su come in questa società post-Black Lives Matter e post-MeToo, non abbiamo nemmeno più le forze che pensavamo di avere cinque anni fa per combattere il Capitalismo e le sue manifestazioni. E pur con consapevolezza, stremate, ci arrendiamo alle briciole di gioia che ci consente di assaggiare. Non saremo sazie se non ritornando a leggere Wuthering Heights, senza virgolette.