C’è una parola che in Italia descrive, meglio di molte altre, il cuore pulsante di Love Me, Love Me: malessere. Non come disagio passeggero, ma come attrazione magnetica verso ciò che sappiamo poterci ferire. Quel tipo di amore che nasce storto, che vibra di tensione, che confonde desiderio e pericolo. Ed è proprio lì che il film trova la sua identità.
Love Me, Love Me è un racconto generazionale che mette in scena un triangolo sentimentale privo di certezze, in cui nessuno è completamente innocente e nessuno davvero colpevole. I personaggi si muovono tra bisogno di sicurezza e desiderio di fuga, tra solitudine e paura di scegliere, spesso più impegnati a convincere se stessi di ciò che provano che a vivere l’amore.
Tratto dall’omonimo romanzo di Stefania S., la storia affronta anche ciò che di solito resta ai margini del genere: la tossicità emotiva mascherata da passione, l’anestesia affettiva, l’uso di farmaci e sostanze, l’umiliazione pubblica nell’era dei social, il peso delle famiglie assenti o ingombranti. Tutto contribuisce a costruire un racconto in cui l’amore non è mai un rifugio sicuro, ma un territorio instabile da attraversare.
A raccontarlo sono Mia Jenkins, Pepe Barroso Silva e Luca Melucci, rispettivamente June, James e Will: tre ragazzi in bilico tra cuore e caos, in una storia che non cerca assoluzioni, ma comprensione.
From enemies to lovers: come cambia il racconto dell’amore quando nasce dal conflitto invece che dall’attrazione immediata?
Mia Jenkins: «Quando l’amore nasce dal conflitto, nasce dall’intensità. Le emozioni sono fortissime e possono trasformarsi rapidamente: rabbia, frustrazione, passione. È un percorso più instabile, ma anche più interessante».
Luca Melucci: «Ogni volta che c’è uno scontro, tutto diventa più coinvolgente. Nei film e nella vita: quando sei distante da qualcuno e poi scopri cosa vi lega davvero, l’emozione cresce. È più… divertente da guardare».
Pepe Barroso Silva: «C’è anche un lato pericoloso. A volte ci innamoriamo non di chi una persona è, ma di chi pensiamo possa diventare. Se una relazione nasce in modo conflittuale, questo meccanismo può essere ancora più forte».
In Italia James verrebbe definito un “malessere”: affascinante ma potenzialmente tossico. Cosa vi interessava raccontare di questo tipo di attrazione?
Luca Melucci: «È una parola perfetta, perché “malessere” è qualcuno che ti attira, ma ti fa stare male… è quasi una “sickness”. E poi è super popolare: tutti amano il malessere, però alla fine scelgono il “good guy”. Nel film mi piace proprio questo: all’inizio James sembra il peggiore malessere possibile, e invece ha un cuore d’oro ed è anche dolcissimo. E poi Will, che sembra l’amico perfetto… ha delle ombre dentro, non è così “safe” come pensi».
Mia Jenkins: «Sì. E infatti nessuno è solo una cosa. È questo che rende i personaggi umani».
Pepe Barroso Silva: «Esatto».
Il triangolo sentimentale è centrale, ma non segue i cliché del genere. Come avete lavorato per renderlo meno prevedibile?
Pepe Barroso Silva: «L’obiettivo era far sentire il pubblico riconosciuto, non giudicato. Abbiamo cercato di far sì che si potesse entrare nella storia da prospettive diverse. Ogni personaggio ha note precise, e a quell’età sei pieno di insicurezze: a volte scegli chi ti dà sicurezza, a volte chi ti capisce davvero».
Luca Melucci: «È tutto già nella scrittura. Stefania ha fatto un lavoro enorme per creare personaggi in cui puoi rispecchiarti, con tutte le cose di cui parlava Pepe: è la bellezza della storia».
Mia Jenkins: «Sembra proprio la vita reale: nessuno è perfetto, tutti abbiamo difetti e fragilità. E questo non ci rende meno degni d’amore».
I personaggi sembrano spesso convincersi di amare per non restare soli. Quanto è difficile distinguere l’amore dal bisogno?
Mia Jenkins: «La solitudine fa paura. June attraversa un momento in cui sente di aver perso tutto, amici inclusi… e dev’essere una sensazione terribile. In quel vuoto è facilissimo aggrapparsi a qualcuno che in quel momento è lì. È una sensazione molto reale».
Luca Melucci: «Nella storia ci sono tre solitudini diverse: June arriva ed è sola, James vuole essere solo, Will invece non vuole restare solo… ma lo è. Me ne sto rendendo conto adesso, giuro: wow. Ed è questo che permette al pubblico di riconoscersi».
Pepe Barroso Silva: «E dare visibilità a quel tipo di momenti è importante. Anche perché affrontare la solitudine è una delle cose che ti fa maturare di più».
La tensione emotiva è costante. Come avete trovato un equilibrio tra desiderio, conflitto e vulnerabilità?
Luca Melucci: «Abbiamo passato ore a rileggere la sceneggiatura insieme — anche solo noi tre con Roger. E fuori dal set eravamo sempre insieme: ti senti libero di abbassare le barriere, ed è naturale fidarti sul set».
Pepe Barroso Silva: «Non è un caso: già dal casting c’era l’idea di mettere insieme un gruppo di persone che funzionasse anche umanamente. E poi eravamo tutti lontani da casa, a vivere a Roma per mesi… quindi non era solo set: era vita».
Mia Jenkins: «Roger ha creato un’atmosfera super sicura: potevi provare, rischiare, non trattenerti. In un film così, con tutte quelle emozioni, se ti trattieni… si vede».
L’Italia poi non è solo uno sfondo, ma un vero stato d’animo. Cosa ha portato al film?
Pepe Barroso Silva: «Un’energia mediterranea. Socializzi, parli, bevi, stai insieme. È una cultura che ti spinge a essere presente, nel momento. E fuori dal set finivi per fare sempre “qualcosa”: cena, passeggiata, tempo di qualità. E quella cosa entra nel film.»
Mia Jenkins: «Roma è unica. E anche solo viverci un po’ ti cambia l’occhio: l’architettura, la luce, è tutto pazzesco. Il cibo era incredibile, ho imparato anche qualche parolina. E poi sì: sono andata a vedere una partita della Roma, mi sono divertita tantissimo. Non eravamo tutti insieme — io sono andata con Roger e la sua famiglia, perché ormai sono tipo la sua figlia adottiva — però è stata proprio un’immersione. E, davvero: non esiste una città come Roma e non esiste un Paese come l’Italia.»
Nel film contano molto anche i silenzi. Quanto è stato importante il non detto rispetto ai dialoghi?
Luca Melucci: «I momenti in cui non parli sono importantissimi. Io mi sono divertito un sacco in una scena in discoteca dove non dovevo dire nulla: Roger mi ha detto “fai quello che senti” e basta. A volte ti inventi conversazioni nella testa, le leghi a momenti che hai vissuto… e funziona.»
Mia Jenkins: «Puoi dire tantissimo senza dire niente. È il bello dei copioni: c’è il subtesto tra le righe, e spesso non dici davvero quello che intendi. Quei silenzi spingono la storia.»
Pepe Barroso Silva: «E danno anche una pausa al pubblico: un momento per pensare a cosa sta succedendo.»
Quando l’amore entra in gioco, l’amicizia viene messa alla prova. Cosa racconta il film su questo equilibrio?
Luca Melucci: «La relazione tra Will e James è bellissima: c’è cura, c’è amore, c’è competizione — anche se stanno combattendo per la stessa persona. Will vuole essere come James, e avere qualcuno che ti ispira è una cosa necessaria anche nella vita. È una forma d’amore diversa, ed è molto reale.»
Il rapporto con la famiglia pesa anche quando è fatto di assenze. Quanto influisce sulle scelte emotive?
Mia Jenkins: «A quell’età è normalissimo respingere i genitori, rifiutare l’autorità. È un comportamento molto “teen”. Però alla fine è abbastanza chiaro che i genitori vogliono il meglio. E sì: è importante che i ragazzi facciano i loro errori, altrimenti non imparano.»
Pepe Barroso Silva: «È anche un tema importante del film: sono ragazzi in una fase in cui devono fare scelte e capire il peso di ogni decisione. C’è un momento di realizzazione, di priorità.»
Il film parla di farmaci, droghe e alcol senza moralismi. Più che di eccesso, sembra parlare di anestesia emotiva.
Pepe Barroso Silva: «Sì. A un certo punto serve consapevolezza: la salute fisica non va data per scontata, devi prendertene cura. E magari mettere da parte ciò che “desidera il cuore” e scegliere di proteggerti.»
L’umiliazione online e il backlash pubblico sono temi centrali. Quanto è violento oggi lo sguardo degli altri?
Mia Jenkins: «È super attuale. È quasi un’epidemia, con i social: hate, cancelling, tutto. Non potevamo fare un film contemporaneo senza includere quel tipo di danno. Abbiamo lavorato tanto sul contenuto che viene condiviso e sull’effetto che tutto questo poteva avere su June. E spero che qualcuno ci si riveda e capisca che si può tornare indietro da quelle cose.»
Luca Melucci: «E infatti anche nel film la gente vede una cosa e viene manipolata: dovrebbe fermarsi e chiedersi se è vero.»
Se doveste raccontare Love Me, Love Me senza usare la parola “amore”, quale usereste?
Luca Melucci: «Questa è difficilissima. Direi: connessione. Relazioni. Non solo amore: anche amicizia.»
Pepe Barroso Silva: «Adrenalina.»
Mia Jenkins: «Passione.»













