In Cime Tempestose (al cinema dal 12 febbraio) nulla è pensato per essere semplicemente guardato. Tutto deve essere sentito. I set non cercano l’accuratezza storica, non vogliono rassicurare chi conosce a memoria il romanzo di Emily Brontë. Vogliono destabilizzare. Perché l’obiettivo di Emerald Fennell non è mai stato quello di ricreare fedelmente il mondo del 1847, ma di mettere in scena la versione del romanzo che ha preso forma nella sua mente la prima volta che lo ha letto.
La regista mette subito le cose in chiaro: questo non è un adattamento fedele, né vuole esserlo. Ogni ambiente è progettato per amplificare i sentimenti dei personaggi e restituire la versione del romanzo che la regista ha immaginato nella sua testa, lontana anni luce da qualsiasi realismo ottocentesco.
E no, non è una rilettura sobria. Né composta. Né minimamente prudente.
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Dal simbolismo della brughiera all’eccesso visivo
Nel romanzo originale, le brughiere dello Yorkshire sono un paesaggio carico di simbolismo: pioggia, nebbia, vento e distanza fisica diventano metafore di pericolo, isolamento ma anche di una libertà selvaggia e indomabile. La natura separa, minaccia, attrae.
Nel film del 2026, Emerald Fennell traduce tutto questo in un linguaggio completamente diverso. Le pareti letteralmente sudano. L’umidità è ovunque. Ogni inquadratura è carica, stratificata, quasi soffocante. Il design non accompagna la storia: la invade. Non c’è nulla di sottinteso, perché Fennell non crede nella misura. Nulla è mai abbastanza.
I set diventano un’estensione diretta dei sentimenti dei personaggi, amplificati fino all’eccesso, come se l’ambiente non potesse fare a meno di reagire a ciò che accade al suo interno.
Due case, due mondi (e nessuna vera fuga)
Cime Tempestose e Thrushcross Grange non sono solo due luoghi: sono due stati emotivi contrapposti.
Cime Tempestose sorge in cima a una collina battuta dal vento incessante. È buia, fredda, invasa dalla natura. È il luogo in cui Catherine e Heathcliff si formano, si riconoscono, si legano da bambini. Un posto che gli abitanti desiderano lasciare, ma che li trattiene come una maledizione.
Non a caso, Fennell introduce un enorme arco da attraversare ogni volta che i personaggi entrano o escono dal cortile: una soglia fisica che rappresenta il passaggio tra il mondo interiore, doloroso e irrisolto, e le possibilità che esistono “altrove”. Attraversarla non significa salvarsi, ma illudersi.
Quando Catherine arriva per la prima volta a Thrushcross Grange, tutto cambia improvvisamente tono. L’immagine diventa quasi technicolor, come se lei stesse vedendo qualcosa che non aveva mai nemmeno immaginato. Le pareti della sala da pranzo brillano, ornate da gocce trasparenti che sembrano sudore, ma un sudore positivo, vitale.
Eppure, quando Catherine si ammala, anche quella casa si ammala con lei. Le pareti della sua stanza — progettate per assomigliare alla sua pelle — iniziano a gocciolare del suo stesso sudore di sofferenza. Il corpo e lo spazio diventano una cosa sola.
Case infestate da corpi, non da fantasmi
Emerald Fennell sceglie di rinunciare quasi del tutto all’elemento soprannaturale del fantasma di Catherine per concentrarsi sul corpo terreno, sul desiderio, sulla prigionia fisica. Eppure, le case sembrano comunque infestate.
Thrushcross Grange è disseminata di parti del corpo: mani di gesso ovunque. Sono calchi delle mani della troupe cinematografica, trasformati in portacandele, sculture che emergono dai camini, decorazioni sui rosoni dei soffitti. Un simbolismo gotico esplicito, quasi disturbante, che suggerisce un’idea precisa: questi personaggi mettono le mani su tutto, si possiedono, si trattengono, si feriscono.
Altri elementi umani completano il quadro. Un tavolo con una tenda di capelli. Le pareti della camera da letto di Catherine a Thrushcross Grange realizzate per sembrare identiche alla sua pelle. Per ottenere questo effetto, la scenografa ha stampato un’immagine del braccio di Margot Robbie su tessuto, poi ricoperto di lattice teso per creare pannelli murali. A tratti si distinguono persino le vene.
Anche nel lusso, Catherine resta prigioniera
La cosa più interessante è che, nonostante l’opulenza cromatica e visiva di Thrushcross Grange, Catherine non trova mai davvero la libertà. Quando sposa Edgar Linton, entra in una gabbia diversa, più elegante, ma non meno soffocante.
Il desiderio per Heathcliff continua a perseguitarla, a reclamarla. E le scenografie lo raccontano chiaramente: anche nel lusso, anche nella bellezza, Catherine è intrappolata. Le pareti che prima brillavano ora stringono. Lo spazio che prometteva possibilità diventa una nuova prigione. Quelli di Cime Tempestose non sono semplici set. Sono storytelling tridimensionale. Non servono a spiegare la storia, ma a farla sentire sotto pelle.














