Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare da una ragazza che ha studiato letteratura, specializzandosi attraverso l'approccio critico dei Feminist Studies, a me piacciono i film "per maschi etero". Una cosa non esclude l'altra e, anzi, forse sono direttamente connesse fra loro. Mi piacciono i personaggi che rincorrono la grandezza, dimenticandosi di chiunque altro incontrino, se interpretati da attori affascinanti; tendono a piacermi gli uomini disfunzionali, non solo sulla pellicola.
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Amo Bob Dylan, il relativo biopic A Complete Unknown e il suo interprete, Thimothée Chalamet. Va da sé che Marty Supreme, con l'it boy per eccellenza come protagonista, mi sia piaciuto – ma non è che le cose che piacciono a me siano per forza okay. Mi incuriosisco quando le cose culturalmente maschili e relativamente inutili, come il ping pong, diventano ossessione, e mi diverte pensare a un ragazzo etero che gioca a tennistavolo come se stesse salvando vite (come da lui stesso affermato, Chalamet si allenava dal 2018 a giocare a ping pong, per prepararsi a questo ruolo). È un confine labile e contraddittorio, quello fra il ridere con e il ridere di. A volte le due pratiche coesistono, se possibile.
Fatto sta che Marty Supreme mi è piaciuto e ho bisogno di capirne il motivo. Perché se poi penso che noi donne non saremmo giustificate allo stesso modo, se agissimo in modo così egomaniac, mi arrabbio molto: che dire del delirio frenetico di scene che si susseguono – tra noir, comedy, teatro dell'assurdo e gangster movie – ambientato nella New York degli Anni '50 e in cui recita anche Tyler, The Creator?
Dopo aver visto Marty Supreme, in conclusione, non posso non impuntarmi sulle performance e sui personaggi della recente promessa hollywoodiana, Odessa A'zion (acclamato anche il suo recente ruolo, Gen Z at its finest, nella serie comedy I Love LA di Rachel Sennott), e della collega Gwyneth Paltrow in questo suo stiloso ritorno sul grande schermo. Di cosa ci parlano? Sono simbolo di girlpower o meno?
Il ruolo delle protagoniste femminili in Marty Supreme
La storia di superficie di Marty Supreme, oltre la trama, è quella di un uomo che pensa di essere il migliore a fare qualcosa e che concentra tutte le sue energie nella realizzazione di un sogno, in questo caso tipicamente americano, senza troppa considerazione di chi lo circonda, dalle relazioni romantiche a quelle amicali. Durante la proiezione viene più volte da chiedersi in che mondo una donna possa permettersi di avere la stessa presunzione di Marty Mauser, protagonista della pellicola uscita nelle sale italiane il 22 gennaio, liberamente ispirato al leggendario giocatore di ping-pong newyorkese, Marty Reisman. La risposta? Non questo. Culturalmente e generalmente, non siamo portate a credere di meritarci niente e, anche nei casi di narcisismo estremo, viene comunque difficile immaginarsi una Marty Supreme donna o una soggettività comunque non privilegiata agire in maniera così leggera e allo stesso tempo così impunita (su Letterboxd parlano di "straight dude audacity"). Anche perché non riceverebbe il plauso dello spettatore: questa, nel migliore dei casi, infastidirebbe. Cosa che evidentemente, e ci mettiamo dentro tutti, a Timothée Chalamet non succede. Un uomo sicuro di sé, anche quando è un narratore inaffidabile come nel caso di Marty, non appare straniante, è normalizzato. Al contrario creerebbe delle crepe non indifferenti. E infatti, per tutta la durata del film, le protagoniste femminili sembrano rimanere ancorate a ruoli di rilevanza secondaria nei confronti dell'uomo attorno a cui, non si sa bene per quale motivo (come scrive Eileen Jones su Jacobin), orbitano; il che andrebbe anche bene – non è che non può più esistere un film con un uomo come protagonista. Ma sarebbe bello comunque poter notare in loro una sorta di agency, non una mera posizione satellite che in qualche modo si incrocia lateralmente alla vera storia, quella più importante, del campione. La sfida è quindi cercare di capire, innanzitutto, come vengono raccontate e poi cosa ci possono, se possono, insegnare i personaggi di A'Zion e Paltrow nel film più discusso della stagione, che ha ottenuto ben nove candidature diverse agli Oscar.
Odessa A'zion è Rachel Mazler
Rachel è una giovane donna degli Anni '50, amica d'infanzia del protagonista. Sono cresciuti insieme a New York e nel corso della storia la loro relazione si è evoluta, diventando affettiva e complicata: lei è sposata con un altro uomo che non ama, lui, Marty, nella prima scena in un magazzino di un negozio di scarpe in cui lavora, sta avendo un rapporto sessuale con lei. Il suggerimento che quello nella pancia di Rachel sia il figlio di Marty arriva pochi istanti dopo, con le immagini di alcuni spermatozoi che raggiungono un ovulo per fecondarlo. Da quel momento in avanti Rachel appare incinta, alle prese con la sua solita vita ordinaria, mentre Marty è impegnato in giro per il mondo a sfidare e sconfiggere ogni avversario di tennistavolo – tranne il campione giapponese Koto Endo –, dimenticandosi di rispondere alle sue chiamate, senza contattarla (o pensarla) in nessun modo. È quando il campione rientra a New York e ha bisogno di racimolare denaro per permettersi di volare ai mondiali (al pancione di lei proprio non ci pensa, anzi, nega che possa essere opera sua) che Rachel incomincia a lottare per quello che vuole davvero, (ancora un po' inspiegabilmente, un po' no) probabilmente una vita con lui e suo figlio, che si rivela più stratificata del previsto, con le sue ambizioni, le sue vulnerabilità e la propria influenza. Anche se i suoi obiettivi sono comunque di tipo sentimentale, la Rachel di A'Zion non è mai banale o drammatica nel cercare di raggiungerli, non sembra affidarsi totalmente a lui, non sembra non essere in grado di avere una vita senza di lui. È determinata, sicura di sé, non dipendente, audace e unapologetic – negli Anni '5o tradire, lasciare il marito per andare con l'amante non era del tutto semplice, per una donna; finge di avere subito violenza dall'ex per assicurarsi una fuga da una vita senza amore, rapisce il cane di un malavitoso e ne chiede il riscatto con decisione.
Personalmente non credo che il finale rappresenti la parabola del sogno americano che va in frantumi. Marty torna da Rachel e da suo figlio, che nel frattempo è in un letto di ospedale appena nato, senza essere riuscito a partecipare ai mondiale ma avendo vinto contro la sua nemesi in un torneo informale (in fondo, a un maschio bianco etero cis importa solo di dimostrare di essere il migliore). Tenendo il neonato in braccio, l'eroe scoppia in un pianto liberatorio, come a segnalare che senza affetti nella vita non si va da nessuna parte, che la solitudine della gloria non riesce a battere l'importanza delle relazioni. Ma le lacrime di Chalamet sembrano stridere sullo schermo, negli ultimi minuti delle riprese, diventando quasi macchiettistiche. Non ci vedo un uomo che ha capito cosa sia importante, ma uno che ha riconosciuto, tra le altre, una cosa importante, che non esiterà a mettere nuovamente da parte, a tradire, a bistrattare, nel momento in cui si presenteranno nuove gare in cui potersi cimentare, nuovi giocatori da battere, nuove occasioni di dimostrare a chiunque quanto sia bravo. La Rachel di Odessa A'zion magari in un futuro si riscatterà ancora di più, anche se finora non è del tutto tragica.
Gwyneth Paltrow è Kay Stone
Durante il soggiorno a Londra, Marty fa di tutto per avere una camera lussuosa al Ritz Hotel, dando la colpa dell'upgrade agli organizzatori dell'evento di teninstavolo. È lì che incontra l'ex attrice e regina del botteghino Kay Stone (Gwyneth Paltrow): la vede camminare nell'atrio e si sente immediatamente attratto da lei, dal suo potere di star anche se un po' sbiadito. Marty si insinua nella vita di Kay con pura spavalderia, cercando persino di coordinare accordi commerciali con il ricchissimo marito Milton Rockwell (Kevin O'Leary), mentre lui va a letto con la moglie.
Anche qui, tornano in mente le parole di Jones su Jacobin: «Marty tratta Rachel, l'amica d'infanzia che porta in grembo suo figlio, con una crudeltà enorme, ma lei gli resta comunque devota in una serie di avventure pericolose. L'unica spiegazione plausibile è che le altre opzioni a sua disposizione siano perfino peggiori. E anche la diva del cinema ancora affascinante, Kay Stone, cede più volte ai dubbi "incanti" di Marty. Perché? Lo sa solo dio. Ha un matrimonio infelice, ma dovrebbe potersi permettere di meglio di Marty in qualsiasi momento». La critica cinematografica e autrice del podcast Filmsuck afferma di aver detestato la pellicola perché i personaggi si fanno abbindolare da un protagonista insopportabile (e perché esisterebbero troppe distrazioni al tema più interessante, quello delle classi sociali e di quanto sia impossibile per le persone povere avere e coltivare un sogno nella società occidentale: «per tutta la durata del film ho avuto la vaga sensazione di trovarmi davanti a una prospettiva da alta borghesia sulle classi popolari, una fascinazione morbosa per i bassifondi più sordidi, così insidiosi, così truffaldini, eppure in fondo così sentimentali e comicamente inetti da non riuscire mai a portare a termine i loro arroganti tentativi di forzare i cancelli del mondo delle élite»), ma non tutti la vedono allo stesso modo. Peter Bradshaw, sul Guardian, dando un po' di credito anche a Kay Stone scrive: «Paltrow ci offre un contrappeso intelligente e arguto al narcisismo pulsante di Marty; è divertente e sensuale, vede cosa sta facendo Marty e lo capisce meglio di quanto lui stesso possa fare». Ed effettivamente, Paltrow si allontana dai cliché che potrebbero appesantire il personaggio di Kay: non si innamora perdutamente del migliore giocatore di ping pong al mondo, non crede per un secondo alla parabola romantica che lui cerca di proporle quando le riporta la collana falsa che le ha precedentemente sottratto. Nonostante ciò, si abbandona lo stesso alle sensazioni piacevoli che la circondano; non c'è morale, e menomale, sembra esserci solo tanta voglia di vivere ancora.
In generale, come afferma Jones, i personaggi femminili per qualche ragione sono tratteggiati in modo superficiale, compresa Fran Drescher, nel ruolo della madre, che ha pochissime battute nelle scene iniziali e, poi, si limita a lanciargli silenziosamente sguardi supplichevoli o di rimprovero, per la restante durata del film, simbolo di una fantomatica trappola domestica in cui lui non vuole cadere. Si potrebbe dire che ciò che fa Marty nei confronti di Rachel e Kay (e di tutti gli altri), è, in sequenza, truffare, sedurre, manipolare e non sarei in disaccordo; vero è, però, che in qualche modo le interpretazioni di A'zion e Paltrow riescono a riconsegnare valore a personaggi ancora troppo poco inesplorati, che non sembrano soccombere del tutto all'egemonia del maschio bianco etero pieno di sé.












