"Dov'è la mamma?", chiede ancora non troppo preoccupato Robert Pattinson nei panni di Jackson, rivolgendosi al figlio di sei mesi avuto con Grace, interpretata da un'estrema e magistrale Jennifer Lawrence. Mentre la domanda viene ripetuta fino allo sfinimento – un espediente che verrà riproposto sottoforma di altre distorsioni sonore angoscianti, lungo tutto il corso del film – sappiamo che la mamma è lì, a gattoni in mezzo ai fili d'erba, oscura e misteriosa ma dai capelli dorati di miele, mentre avanza con passo felino e, sdraiandosi sul prato, si mette una mano nelle mutande per masturbarsi, mentre con l'altra – non capiamo perché – tiene stretto un grosso coltello.



Lawrence è animalesca, forse un po' fanciulla, così come animalesco è il suo sesso con Pattinson: una sorta di danza primitiva ritmata da movimenti di tensione e di riposo, di vicinanza e allontanamento, fra desiderio carnale e passione intestina. Da queste prime immagini di Die My Love, pellicola del 2025 (uscita nelle sale a fine novembre) diretta dalla regista scozzese Lynne Ramsay, adattamento cinematografico del romanzo Matate, amor (Ammazzati amore mio, 2012) della scrittrice argentina Ariana Harwicz, potremmo già capire molto del racconto, di quello che ci vuole comunicare. Ma in qualche modo abbiamo bisogno di continuare a guardare le scene che scorrono sul grande schermo per le seguenti due ore disturbanti: i comportamenti sono spesso fuori dalle righe, i personaggi sempre sull'orlo di esplodere, il volume della musica è in costante innalzamento e spesso in modo fastidioso. Un cane abbaia incessantemente finché Lawrence non gli spara con un vecchio fucile. Lo spettatore rimane a metà tra la consapevolezza che senza dubbio non si tratti di un gesto umanamente ok, ma in realtà per fortuna ha smesso di piangere.

La trama di Die My Love

Die My Love racconta la storia di Grace, una giovane madre e scrittrice, bellissima e sensuale che insieme al marito Jackson, lascia New York per trasferirsi nella remota campagna del Montana, nella vecchia casa di famiglia di lui. L'idea è quella di ricominciare da capo, lontani dal caos della città ma dopo la nascita del bambino, Grace scivola lentamente in una depressione post-parto che l'isolamento e il silenzio della vita rurale non fanno che amplificare. L'ispirazione per scrivere, così come il senso di farlo, non torna più. Quella che doveva essere una casa accogliente diventa una gabbia, un luogo in cui il tempo sembra deformarsi, il giorno e la notte si sovrappongono, confondendosi, mentre la realtà perde consistenza.

Col passare dei giorni, il disagio di Grace evolve in una psicosi sempre più evidente: i suoi comportamenti diventano irrazionali, angoscianti, talvolta violenti, segnando una frattura profonda tra lei, la maternità e la percezione di sé. La regia evita diagnosi o spiegazioni cliniche, scegliendo invece un'espressione sensoriale e immersiva del suo disordine interiore, fatta di immagini e suoni che trasmettono la sua discesa nel caos, nel fuoco. Nel frattempo, anche la relazione con Jackson si incrina. Il trasferimento, il peso della maternità e l'incapacità di comunicare davvero l'uno con l'altra rendono sempre più difficile sostenere la vita familiare. Mentre Grace affonda nelle sue oscurità, il matrimonio si sgretola, lasciando emergere tutta la solitudine emotiva che circonda entrambi i personaggi. Un alone di mistero, poetico e sublimato, avvolge tutto il film. La maggior parte del tempo la passiamo a pensare perché i protagonisti stanno facendo quello che fanno – le risposte però non arrivano mai (perché i due decidono di sposarsi nonostante la loro relazione sia degenerata nel chaos? Jackson ha veramente tradito Grace o sono solo suoi deliri? Che ruolo assume l'uomo (Lakeith Stanfield) con cui invece, e per certo, lei tradisce il marito? E la madre, il padre di lui?). Quello che ci lascia è forse solo un grande senso di smarrimento, di mancanza, di solitudine e di crisi esistenziale. Di discorsi sul post-partum ci si riempie spesso la bocca, ma siamo sicuri di riuscire davvero a capire e ad accettare quello che prova una donna in quella condizione?

Nel nome del girl power: Jennifer Lawrence in Die My Love rappresenta le donne oltre la depressione post parto

Jennifer Lawrence in Die My Love ci regala una performance disturbante di cosa significhi perdere ogni certezza dopo la nascita di un figlio. Un po' hippie e un po' rock, vorrebbe continuare a bere birra, a girare senza vestiti per casa e a vivere senza davvero fare nulla, ma non è nemmeno sicura che sia quello che davvero vuole fare.
La relazione con Jackson va in frantumi nei mesi successivi al parto, mentre Grace scivola oltre ogni confine di lucidità, logorata dall'isolamento, dal rifiuto sessuale di lui e da tutte quelle piccole, estenuanti brutalità della maternità: i capezzoli che gocciolano latte, le ceste del bucato che si accumulano, un uomo che continua a trascinarsi addosso lo stesso nauseante accappatoio giorno dopo giorno. «Credo che sia diventata una condizione molto comune tra molte donne nel post-parto: non sei arrabbiata con il tuo bambino, sei arrabbiata con il tuo fottuto marito, che può semplicemente andare in palestra», afferma Lawrence alla stampa riguardo al suo ruolo. Una cosa è certa all'interno del film: Grace ama suo figlio alla follia, non è mai crudele con lui.

I cliché della maternità

Il film distrugge senza pietà i cliché sul post-parto: Grace non aspira alla maternità perfetta e non è troppo esausta per desiderare di scopare. Cammina scalza, sporca, tiene sveglio il bambino per semplice noia e si getta addosso a Jackson con una fame brutale, ma ogni volta senza risposta. «Nei panni di Grace, [Lawrence] striscia nell'erba alta stringendo un coltello da macellaio e vaga sotto la luce lunare che precede l'alba, disperata che qualcuno la scopi, o forse che la decapiti – scrive sapientemente Jia Tolentino in un profilo dettagliato dell'attrice sul New Yorker – I suoi occhi si spalancano, crepitando di elettricità. Vibra di irrequietezza e rabbia. Si vede sul suo volto la distanza cognitiva tra lei e la realtà aumentare, centimetro dopo centimetro», ma nonostante ciò, non ci è dato sapere fino in fondo il perché di quell'agitazione.

Che poi, si fa davvero disturbata: mentre amici e parenti le dicono che passerà, che basta resistere un po', superare la tempesta e tutto tornerà a posto – e in queste scene si percepisce benissimo come qualsiasi discorso sulla salute mentale abbia davvero poco senso alle orecchie di chi ascolta, o che livello di solitudine e di incomprensione tali condizioni possano generare – per lei non succede mai. Al contrario, Grace scivola in uno stato mentale ossessivo e psicotico, un’alienazione fatta di esplosioni di rabbia che si alternano a momenti di falsa calma. È inquieta e inquietante allo stesso tempo, arrivandoci addosso in forma di provocazione, di disagio fisico, quasi di scossa elettrica. I segnali che lancia sono brutali: sfonda una porta a vetri, devasta il bagno graffiando le pareti finché non sanguina, e in un'occasione, anche dopo il matrimonio, si scaglia da sola contro lo specchio, colpendosi la fronte con deliberata violenza. Finché non viene internata. Delle cure in ospedale sembrano l'unica cosa da fare, a questo punto, e per un momento la trama ci fa credere abbia funzionato. Ma la realtà è molto più sfaccettata e complessa di così, così come le malattie mentali o le soluzioni che razionalmente possono essere concepite dalla mente umana. Non c'entrano a tal punto nulla con la razionalità, eppure cerchiamo di spiegarle in termini terreni. Grace infine non può fare altro che abbandonarsi al fuoco che non può spegnere. A uccidere l'amore, il suo.

Die My Love non racconta solamente l'abisso della depressione post-partum, ma ci invita a renderci conto di quanto questa condizione, specialmente femminile, sia ancora oggi scarsamente (e il più delle volte in maniera fallimentare) narrata. Facendoci sollevare dei dubbi: davvero pensiamo di sapere cosa passano le donne quando vivono attraverso questa malattia? Davvero possiamo permetterci di giudicare Grace/Jennifer Lawrence? Non la potremo mai capire, forse nemmeno se l'abbiamo vissuta e superata anche noi; perché ogni condizione mentale è personale e, spesso, incomunicabile, ma rimane valida, oltre la comprensione umana.