«È curioso, quasi paradossale, ma questa è la prima tappa del nostro tour. Siamo di nuovo tutti insieme, e sì, questa è davvero l’ultima corsa», esordisce Gaten Matarazzo, con la voce di chi ha imparato a convivere con le emozioni più intense, ma preferisce ancora sfiorarle più che abbandonarvisi del tutto. Fuori dalla stanza, la quiete prima di Halloween: il giorno dedicato a Stranger Things al Lucca Comics & Games, dentro niente Demogorgoni, né eco di walkie-talkie, solo la presenza gentile di un attore che ha trasformato un personaggio di culto in un viaggio di crescita condiviso.

Crescere tra l’Upside Down e Hawkins non è solo sopravvivere ai mostri o correre tra luci tremolanti, è imparare a mostrare fragilità e trasformarla in forza. Per Gaten, interpretare Dustin Henderson è stato tutto questo: un passaggio dall’adolescenza all’età adulta sotto gli occhi di milioni di persone. Noi siamo state proprio a Lucca per raccontarvi il red carpet e il Q&A tra il cast e i fan alla manifestazione. Proprio in occasione di quelle giornate abbiamo intervistato il protagonista della quinta stagione di Stranger Things, per parlare dell'ultimo attesissimo capitolo della saga.

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Victoria Stevens

Quando eravate sul set vi dicevate: «Ci rivediamo al press tour». Ora ci siete davvero. Come ti senti sapendo che è l’ultimo giro?

«Sono emozionato, soprattutto perché ci divertiamo sempre molto durante questi tour. È l’occasione per vedere posti fantastici e passare tanto tempo insieme. Scherzavamo sempre: piangeremo alla fine delle riprese, ma ci rivedremo subito dopo. Ed è proprio quello che sta succedendo. Siamo ancora troppo immersi nell’azione per vivere davvero il lato nostalgico. Ma so che arriverà, e sarà un colpo. Per ora, ce la godiamo».

Per noi spettatori sarà difficile dire addio. Per te, che ci sei cresciuto dentro, cosa rappresenta questo finale?

«È un po’ come chiudere l’anno scolastico più lungo della vita. Mi sarebbe più facile dirti cosa non mi ha cambiato. Mi sarebbe più facile contare le cose che non mi ha cambiato. È stato tutto: un lavoro, un laboratorio, un rifugio. Mi ha dato sicurezza in un’industria dove iniziare così giovane è una sfida più che un privilegio. Ha rassicurato la mia famiglia e mi ha permesso di affacciarmi al cinema con una base che pochi hanno. E soprattutto mi ha dato una tribù. Quella non la dimentichi mai».

E i segreti? Come fai a non spoilerare nulla?


«Per me è quasi un gioco. Mi piacciono i segreti. Sembra strano, ma mi diverte sapere qualcosa che gli altri non sanno. È un lusso che dura poco, quindi me lo godo. Non mi è mai venuto naturale rivelare cose. Certo, devo stare attento… perché a volte basta un attimo. Ma so che i miei agenti stanno pregando che resti così per tutto il tour».

Il pubblico ti sente vicino. Ti abbraccia per strada come se fossi un vecchio amico. Com’è stato abituarsi a tutto questo affetto?

«All’inizio era strano, non tanto perché le persone venissero a salutarmi, quanto per come lo facevano. Non si presentavano, non si avvicinavano con cautela: arrivavano come se fossimo amici di lunga data, quando in realtà era la prima volta che ci vedevamo. Spesso iniziavano con un grande abbraccio, con un’intimità immediata che all’inizio, soprattutto da giovanissimo, poteva essere un po’ travolgente. Ma poi ho imparato ad apprezzare quanto tutto questo fosse speciale per loro. Anch’io ho attori che ammiro e a cui vorrei dire quanto hanno significato per me. È anche vero, però, che proprio perché ho vissuto approcci un po’ invadenti, ho imparato cosa significa avvicinarsi a qualcuno con rispetto. Ed è una lezione che porterò sempre con me. Alla fine, questi incontri sono quasi sempre dolci e positivi, e raramente qualcuno mi ha fatto sentire a disagio. E se capita, beh, di solito diventa un buon aneddoto da raccontare».

Hai mai incontrato il tuo “Dustin” allora? Com’è stato stare dall’altra parte?

«Oh, sì. È una sensazione incredibile. Non mi piace parlare di “idoli”, perché sarebbe come mettere le persone su un piedistallo, e non è così che le vedo. Ci sono tanti artisti il cui lavoro ammiro profondamente, ma quando li incontro cerco di ricordarmi che sto parlando a una persona, non a un personaggio o a un'icona. Di solito mi presento, stringo la mano, dico semplicemente: “Ammmiro il tuo lavoro”. E poi li lascio andare per la loro strada, a meno che non siano loro a voler continuare la conversazione. So che vengono interrotti continuamente, quindi cerco di non rubare loro troppo tempo.
Però ci sono stati momenti speciali, davvero unici. Quando ho recitato in Sweeney Todd a New York, tanti grandi sono venuti a vederci. Tra loro, una sera, c’era Julie Andrews. Tutto il cast era in estasi. Nessuno è riuscito a restare composto. Una leggenda assoluta del cinema e del teatro. È stato uno di quei momenti che ricordo ancora con stupore: un incontro che ti fa sentire piccolo e al tempo stesso parte di qualcosa di grandissimo».

In questa stagione Dustin cambia, si fa più duro, più arrabbiato. La nostalgia degli inizi si intreccia con una nuova consapevolezza, più cupa e adulta. Come avete conciliato l’innocenza delle origini con temi più maturi come il dolore, la perdita e la lotta per ciò che davvero conta?

«È difficile da spiegare. Direi che è stato un processo quotidiano. Nessuno di noi ragazzi, anche se ormai non lo eravamo più, si preoccupava davvero di preservare l’innocenza dei personaggi. Dopo quattro stagioni avevamo già vissuto tantissimo e, crescendo insieme ai nostri ruoli, eravamo entusiasti di affrontare nuove sfide. Non ci siamo mai detti: “Questo li farà diventare troppo grandi”. Anzi, eravamo elettrizzati all’idea di vederli evolvere. Le resistenze, semmai, arrivavano da alcuni fan: “Sembrano parecchio più grandi per interpretare dei diciassettenni”. E io rispondevo: "È perché siamo dei diciassettenni, ora". È strano vedere come il pubblico sia affezionato all’immagine di noi bambini, quando dentro la storia, e fuori, non lo siamo più. Finalmente abbiamo potuto affrontare l’aspetto più autentico della crescita, con tutte le sue difficoltà».

Non è facile vedervi cambiare…

«So che anche per Matt e Ross (i fratelli Duffer, creatori dello show, ndr) non è stato facile. A volte leggevamo le scene e dicevamo: “Davvero stiamo ancora pedalando?” Quando ormai avremmo potuto guidare. E loro rispondevano: “No, non potete. Non ancora”. Anche se in realtà eravamo prontissimi».

Il rapporto con Steve è uno dei più amati della serie. Com’è nato quel legame?

«È stato facilissimo. Joe (Keery) è una persona incredibilmente gentile, carismatica, rilassata. Come attore è uno che sa adattarsi, capace di creare subito una connessione. Quando ci siamo ritrovati a lavorare insieme per la prima volta, è stato tutto molto naturale. Siamo rimasti sorpresi nel vedere quanto i Duffer volessero mantenerci insieme e alla fine, siamo stati fianco a fianco per quasi tutte le stagioni. In questa stagione, però, abbiamo affrontato una nuova sfida. Mi piaceva l’idea di un cambiamento nella loro relazione, e soprattutto di un Dustin diverso, più complesso».

Un Dustin che ha perso il suo Eddie, la sua guida verso l’essere se stessi.

«Ammetto che mi ha fatto un po’ male rendermi conto che l’ultima volta che ho interpretato il “vecchio” Dustin è stata nella quarta stagione. C’è stata una parte di lutto, sì. Mi mancava quella complicità leggera, quella giocosità che c’era prima. Era come un’innocenza che apparteneva solo a quei primi anni. Questa nuova versione è diversa, più aspra, ma comunque divertente in un altro modo».

Se Dustin fosse reale oggi, per quali ideali combatterebbe?


«Dustin è uno che non si piega. Dice quello che pensa, difende chi è messo all’angolo, sfida le etichette. Non ha mai scelto i “popolari” né si è accontentato delle opzioni facili. Cerca chi è diverso, perché sa che sono proprio le differenze a rendere tutto più interessante. E credo che oggi farebbe lo stesso. Senza esitazioni».

E ora che la serie finisce, cosa succede? Hai paura o ti emoziona il prossimo passo?


«Entrambe le cose. È bellissimo poter dire sì a progetti che prima dovevo rifiutare. Ma è anche strano non avere più quella sicurezza annuale di sapere che tornerai sul set. Mi mancherà quella routine. Ma allo stesso tempo… credo di aver bisogno anche di fermarmi un attimo. Respirare. Pensare davvero a come voglio che siano i prossimi anni, perché ora dipende tutto da me. Ed è una sensazione bellissima».