Al cinema Anteo di Milano eravamo io e altre tre persone, un martedì pomeriggio. Ci avevano messo nella sala più piccola. Sapevo un po' cosa aspettarmi dalla visione di Tre Ciotole di Isabel Coixet, perché l'informazione più diffusa a riguardo è principalmente una: il film del 2025 è tratto dall'omonimo libro, l'ultimo prima dei seguenti postumi, di Michela Murgia.
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In generale non mi piacciono le storie in cui il protagonista si ammala di cancro, o altre malattie, ma qui non stona: le vicende della scrittrice, una degli intellettuali più rilevanti degli ultimi anni, che ha contribuito allo sviluppo del femminismo moderno, specialmente italiano, hanno inevitabilmente stabilito il tono di quello che sarebbe stato un prodotto personale, ma anche universale, in cui autobiografia e fiction si mescolano, amalgamandosi alla perfezione. Di Murgia, nel film, si ritrova la flessibilità lucida del pensiero, l'apertura alla vita e alle sue infinite possibilità, l'attaccamento sano alla stessa e alle cose che contano davvero, oltre che alla sua passione per la Corea del Sud, la sua cultura, la sua musica, la sua lingua.
Non è una cosa che faccio quasi mai e non so perché durante la proiezione di Tre Ciotole mi è venuta naturale. Ho tirato fuori il telefono – forse perché sapevo che in tutto avrei dato fastidio al massimo, a tre persone –, ho abbassato la luminosità e aperto l'app delle note. In qualche modo la mia coscienza mi stava dicendo che di quello che veniva detto sullo schermo non potevo assolutamente dimenticarmi. Di seguito gli appunti, non tutti puntuali, dei passaggi che mi hanno colpito di più e che leggo ancora oggi salvati sull'iPhone: «L'amore è un malinteso»; «Finestre, muri, piazzette misteriose e poi Madonne: Roma»; «Quando è passato il dolore, dopo che mi ha lasciato? Quando l'ho lasciato anche io»; «Discorso al piccione; nient'altro che noi»; «Dove va a finire tutto l'amore? Dove vanno a finire i chili che si perdono»; «Solo l'ameba non si ammala»; «Sei coraggiosa per non fare le cose che non hai voglia di fare»; «Un uomo è ciò che mangia, Feuerbach»; «Teoria stormi: perché gli uccelli danzano nel cielo? C'è una spiegazione scientifica ma io ne ho un'altra. Perché amiamo una persona? Non c'è un vero perché». Alcune di queste, che sono battute, sono messe in bocca alla protagonista, Marta, interpretata da un'Alba Rohrwacher sensazionale. Anche se magari meno esposta di una girlboss in una romcom o di una rivoluzionaria in un cinema d'essaie, l'attrice fiorentina pluripremiata dà vita a un personaggio femminile eroico e moderno. Basta capire cosa si intende con questa definizione.
Tre ciotole: Alba Rohrwacher nei panni di Marta è un'eroina moderna
La vicenda si svolge a Roma, dove Marta (Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano) convivono da anni. Lei insegna scienze motorie in un liceo, lui è uno chef emergente, pieno di ambizione e dedizione al lavoro. La loro è apparenza di stabilità, ma sotto la superficie covano insoddisfazioni tenute a freno. Un litigio, apparentemente banale – una scena che avrebbe potuto restare confinata al quotidiano – fa esplodere qualcosa che era già incrinato: Antonio decide che la loro relazione non ha più senso e lascia Marta. A questo, lei reagisce restando in silenzio, chiudendosi in sé stessa, facendo della sua assenza di parole un modo di opporre un ostacolo al mondo, compresa la persona che ha amato. Con la separazione ufficiale, le vite dei due prendono strade divergenti: Antonio tenta di cancellare il passato buttandosi sul lavoro, trasformandosi in un virtuoso della cucina che si immerge sempre più nel ritmo frenetico del ristorante (quel vuoto affettivo che pensava di aver risolto, tuttavia, resta lì, e gli impedisce un vero distacco). Nel frattempo, Marta inizia a manifestare un sintomo che va oltre la tristezza: perde l'appetito. Non è solo che mangia meno – è come se il suo corpo reagisse alla rottura negandosi il nutrimento. In questa sottrazione colletta di sé, Marta scopre ben presto che la causa non è soltanto emotiva: la sua sofferenza interiore ha uno specchio fisico. La diagnosi rivela una verità scomoda e implacabile: Marta ha un tumore metastatico non operabile, una malattia che rimodella la sua vita, la sua percezione del corpo, del tempo, del desiderio. Da questo punto in avanti la storia si trasforma: non è più la fine di una storia d'amore a guidare il racconto, bensì la rivisitazione della vita, il corpo che chiede attenzione, la rinuncia di ciò che si era dato per scontato, la necessità di riscoprire le priorità.
Marta, e chi la circonda, attraversano tappe difficili: accettare la malattia, riconoscere che qualcosa è irreversibile, trovare un nuovo modo per esserci, per sentirsi viva anche quando la fine è incombente. Antonio, d'altro canto, deve fare i conti con la decisione presa in un momento d'impulso: ha lasciato una donna che amava, protagonista del suo mondo, e ora scopre che l'assenza può essere più forte della presenza, che il rimorso, il ricordo, la nostalgia non si cancellano con il lavoro, e che la vita che scorre non è necessariamente cura di ciò che abbiamo perso.
Intersecate a questi due protagonisti ci sono figure secondarie: la sorella di Marta, l'opposto di lei (il che è spesso motivo di scontro), un collega che da lontano nutre un affetto discreto, e altri personaggi che riflettono diversamente la fragilità, il prendersi cura, il farsi aiutare, le risposte alle difficoltà della vita. Il titolo assume una funzione simbolica forte nel film: le tre ciotole non sono solo un riferimento gastronomico, ma diventano metafora di un rituale, un atto di lentezza, di attenzione al gesto quotidiano, quasi un modo di ricomporre la vita in modo essenziale, quando tutto sembra sfaldarsi. Marta, quasi per ironia proprio quando non sta più con il compagno chef con cui ha trascorso tutti quegli anni, impara da loro a mangiare sano, sullo sfondo del testo filosofico di Feuerbach, dalle interpretazioni che nel film rimangono ambigue, Der Mensch ist was er isst, ovvero, L'uomo è ciò che mangia. Un regalo del collega, simbolo di un'azione, quella dell'amare, che non smette mai veramente di stupire. Il piccolo gesto di preparare, riempire, consumare queste tre ciotole, diventa contemplazione, cura, resistenza.
La narrazione suggerisce che anche nell'addio – alla relazione, al corpo che ci ha accompagnati, al tempo che pensavamo infinito – può esserci linfa vitale; e che trasformazione e accettazione non sono sinonimi di resa, ma possono essere porte verso un'esistenza diversa, più autentica, più consapevole. La Marta di Rohrwacher emerge quindi come una figura di femminilità complessa e profondamente moderna, incarnando una forma di eroismo che non si veste di gloria, ma di consapevolezza, resistenza e dignità. Una donna che accetta la trasformazione del proprio corpo e della propria vita, opponendo alla crisi, alla malattia, al dolore emotivo attraverso una forma alta e radicale di autodeterminazione: se non mi avessi mai lasciato, se non avessi mai scoperto di essere malata così, non avrei provato la vita, dirà a un certo punto Rohrwacher a Germano in una delle scene romantiche più belle di sempre, in quel frame del lungo abbraccio da seduti, sulla riva del Tevere.
Tutto ciò rende Marta, in una chiave contemporanea, un simbolo di girlpower: non perché vince in senso classico, ma perché sceglie come vivere la propria sconfitta, e in questa scelta riscrive i codici del coraggio. A Marta, infatti, viene tolto quasi tutto ciò che, secondo una narrazione convenzionale, dovrebbe garantire il compimento di una vita femminile: l'amore stabile, la salute, la pienezza del corpo. Ma nell'istante in cui potrebbe scegliere la disperazione o la scomparsa, sceglie invece il rito, il presente, la cura minima, le tre ciotole. Nelle tre ciotole che lei compone, riempie e consuma, c'è la sintesi simbolica del suo nuovo modo di esistere, una narrazione della malattia che non si trasforma in tragedia gridata ma in viaggio interiore, nella definizione del tempo come spazio ancora suo. Ma è anche ben distante dalla retorica falsamente ottimista della convalescenza come atto da guerriera, del cancro come nemico da sconfiggere. Si tratta infatti sempre e solo di vita. Sta proprio qui, forse, il segreto del suo empowerment: il convertire il proprio corpo da un campo di battaglia a un luogo di ascolto, in maniera rivoluzionaria. In un mondo in cui il girlbossing esaspera la performance e accoglie solo vittorie rumorose, lei introduce uno sguardo alternativo: la possibilità di non essere sempre forti, di non eccellere, ma di restare presenti, anche nel limite. Ricostruisce il proprio senso nell'essenziale.
Anche sul piano relazionale, Marta elabora un atto di libertà che la configura come simbolo di emancipazione: non implora Antonio, non lo insegue, non si fa definire dalla sua scelta. In un mondo in cui spesso la donna abbandonata deve dimostrare di essere "migliore" senza di lui, Marta sceglie un'altra via: lo lascia andare e non chiede compensazioni emotive. Piuttosto, si riappropria di uno spazio intimo in cui dolore e lucidità convivono, e ogni gesto, persino il più piccolo, diventa atto di autoaffermazione. Infatti, l'eroismo di Marta non sta nel negare la fragilità, ma nell'abitarla con totalità e precisione, mettendo in crisi l'immagine di una donna che deve sempre padroneggiare se stessa e il proprio destino. In lei, la vulnerabilità diventa espressione di forza. Il suo corpo, che smette di obbedire alle attese, diventa un manifesto: rivendica il diritto di esistere anche nella rottura e nel disordine. Per questo è una figura altissima di girlpower: perché offre un modello di resistenza non spettacolare, ma autentico. Perché slega il potere femminile dal successo lineare e ne fa un'esperienza situata, corporea, irripetibile. Perché ci ricorda che il femminile non va decifrato, solo vissuto.











