Pantaloni verde khaki, crop top nero e camicia a scacchi, un berretto sopra a un moderno pixie cut, anfibi e pancione esposto – il vero dettaglio di (maternity) stile alla Rihanna –, mentre con una mitragliatrice spara decisi, arrabbiati e infiniti proiettili nel vuoto. Questa è l'immagine che ritrae Teyana Taylor, o Perfidia Beverly Hills, nell'acclamatissimo nuovo film di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l'altra (One Battle After Another) da cui tutti sono al momento, molto ossessionati e specialmente su Letterboxd (il film è uscito nelle sale italiane il 25 settembre).




Chi è Teyana Taylor, la Perfidia Beverly Hills di Una battaglia dopo l'altra

Newyorkese del 1990, l'attrice e cantante R&B dà vita al personaggio di una militante e agitatrice politica, dedita in tutto e per tutto alla rivoluzione, con il gruppo radicale dei French 75. Un simbolo e riassunto del girlpower contemporaneo: come richiedono i tempi, politicamente attivo, schierato dalla parte degli oppressi, ma anche esteticamente glamour. Non privo, tuttavia, di criticità e contraddizioni.

Accanto a questa figura gloriosamente riotcore, qualche mezz'ora dopo durante la pellicola, ce n'è un'altra, altrettanto attraente: Chase Infiniti (forse il nome più bello di sempre, secondo solo a quello di Perfidia Beverly Hills) al suo debutto cinematografico nei panni di Charlene/Willa Ferguson, sua figlia che non conoscerà mai: una gonna in tulle azzurro ceruleo con dettagli volant ma sporca di terra, piccoli ricci raccolti in un'ampia e morbida coda, una giacca di pelle, il braccialetto per l'ingresso ad un evento al polso – un ballo scolastico – e, anche qui, una grossa arma da fuoco fra le mani. Le due eroine moderne, essenziali e magnetiche quando appaiono sullo schermo, di cui si sente la mancanza quando non ci sono, risultano entrambe enormemente responsabili del successo del film insieme a Leonardo Di Caprio come protagonista, amante di Perfidia e papà di Willa, Sean Penn come antagonista e white suprematist, e Benicio Del Toro, come personaggio secondario ma decisamente chiave. In più modi, le due donne rappresentano la complessità dell'identità femminile in un turbinio action thriller che percepisce con precisione la situazione in cui vertono gli Stati Uniti (ma non solo) del 2025, mettendo in luce lo sviluppo, tra gli esseri umani, del desiderio di cambiamento e giustizia sociali, nonché il lato più realistico di come possano avvenire, una battaglia dopo l'altra.

Una battaglia dopo l'altra: innamorarsi di Perfidia Beverly Hills e Willa Ferguson

«The revolution will not be televised», recitava un brano di Gil Scott-Heron degli Anni 70, noto inno del Movimento di liberazione nera. Un verso famosissimo che ha accompagnato le proteste contro la segregazione razziale e la discriminazione degli afroamericani nella conquista dei diritti civili, ripreso anche oggi nelle manifestazioni oltreoceano moderne, da Black Lives Matter in poi e, sul grande schermo, da PTA. Con Una battaglia dopo l'altra, il regista di Licorice Pizza affronta il tema della rivoluzione e delle sue eredità, intrecciando politica, comicità e legami familiari in un racconto di rara energia visiva. Liberamente tratto dal romanzo postmoderno Vineland (1990) di Thomas Pynchon, il film aggiorna la storia originale: gli ex-hippie e gli agenti federali del libro diventano, nel presente immaginato da Anderson, un gruppo di militanti radicali che liberano i migranti imprigionati nei centri di detenzione sul confine tra Stati Uniti e Messico – e il parallelismo con il sentimento anti ICE è immediato – e bombardano gli uffici dei politici conservatori pro-life.

Perfidia Beverly Hills è la protagonista carismatica della prima parte del film. Figura centrale della cellula rivoluzionaria è audace e guerrigliera; porta avanti operazioni radicali come sabotaggi e attacchi politici. In un raid a un centro di detenzione, Perfidia si scontra con il colonnello razzista Steven J. Lockjaw (Sean Penn), umiliandolo sessualmente: un'azione che scatena in lui una ossessione per lei, sia di potere sia personale. Perfidia e il compagno di battaglie "Ghetto" Pat Calhoun (Leonardo Di Caprio), che poi si farà chiamare Bob Ferguson, sono amanti inseparabili, uniti dalla passione e dalla lotta comune. Lei rimane incinta, ma non ha intenzione di interrompere le sue azioni nemmeno con il pancione. Quando nasce la bambina, Charlene/Willa, Pat tenta di costruire una vita familiare, ma Perfidia rigetta la normalità che la maternità comporta: sente che il ruolo di madre la costringe, la vincola, le impedisce di essere completamente libera per la rivoluzione. Non riesce perciò a conciliare la causa con la famiglia, a soddisfare le aspettative di genere della cultura etero-patriarcale, forse a causa anche di una depressione post-parto non meglio diagnosticata (come spesso ancora accade). Durante un'operazione che va male, Perfidia viene catturata. Lockjaw le offre una via d'uscita, la libertà in cambio dei nomi dei suoi compagni. Lei accetta il compromesso, di fatto tradendo la rivoluzione e diventa quindi una spia. Il suo accettare la protezione testimoni comporta che molti membri vengano arrestati o uccisi e la cellula smantellata. Pat è così costretto a fuggire portando con sé la bambina per salvarla (è in questo momento che assumono le identità di Bob e Willa Ferguson). Perfidia, ancora una volta non piegandosi alle volontà maschili, riesce a fuggire dalla custodia di Lockjaw, che la vorrebbe come amante su cui esercitare il, e a mettersi al sicuro, in Messico, ma la sua vita è ormai cambiata radicalmente.



Sedici anni dopo, Bob (Pat) è ormai un padre single, spesso fragile, disilluso, trascurato, vittima di alcol, droghe e paranoia. Willa è adolescente, addestrata in arti marziali da Sergio St. Carlos (Del Toro): è forte, indipendente, critica, e porta con sé la tensione del fatto che sua madre non è presente. L'assenza di Perfidia pesa: non viene vista nelle sequenze successive, ma il suo marchio ideologico, il suo impatto emotivo, guida sia le paure che le azioni dei personaggi rimasti. Una rivelazione centrale alla pellicola è che Bob non è il padre biologico di Willa. Lockjaw, anni prima, aveva avuto con Perfidia a un incontro sessuale (in cambio di favori come la libertà o la protezione) che si rivela essere la genesi della gravidanza. Quando Willa lo scopre, si dispiega un conflitto emotivo molto forte: la delusione, il senso di tradimento, la difficoltà di conciliare l'amore che ha sempre sentito per Bob con la verità su chi è davvero suo padre. Ma Bob – anche di fronte alla verità – dimostra che la relazione di padre e figlia non è fatta solo di sangue, ma di cura, protezione, di scelte difficili. Alla fine, la loro relazione resiste. Nel finale Perfidia non ritorna in scena con grande chiarezza: la sua sparizione è quasi definitiva. Non si mostra che muore, ma è fuori dall’attività diretta, lontana dalla famiglia, quasi come se fosse stata "consumata" dalla causa, da ciò che significa scegliere la rivoluzione come vita. La sua eredità però vive tramite Willa, che porta il conflitto con sé, l'ideale (anche se in forma diversa; non più violento ma manifestante), la responsabilità. Il film mostra quindi la fallibilità della realtà umana nella lotta contro il potere, ma anche i diversi modi attraverso cui il senso di giustizia prevalga oltre la finitezza della vita umana: si tramanda di generazione in generazione, un passo alla volta, una battaglia alla volta, affinandosi e cercando di migliorarsi semrpre più. A rappresentare tutto ciò sono proprio le due eroine, da ammirare e amare nella loro complessa identità, ma soprattutto nella loro completa umanità.

Chi racconta le donne che fanno la rivoluzione?

Le lodi alle protagoniste di Paul Thomas Anderson non impediscono tuttavia di sottolinearne i lati negativi; non propri dei personaggi in questione, quanto più di chi costruisce la narrazione. Secondo Ellen E Jones, che ce lo fa sapere sul Guardian in un articolo intitolato Jezebels, race kink and Cardi B: in One Battle After Another, Black women are still stereotypes, la rappresentazione delle donne nere rivoluzionarie sullo schermo da parte del regista sarebbe ancora un po' fallace, parziale e prevenuta; alla fine, disonesta e denigratoria, tipica a tutti gli effetti di un uomo adulto e bianco. «Tutto inizia con il personaggio di Perfidia, che viene iper-sessualizzata ben oltre la normale eccitazione che potrebbe suscitare la compagnia elettrizzante di un Leonardo DiCaprio degli ultimi anni», scrive la critica cinematografica.

Secondo lei, Perfidia viene infatti eccessivamente sessualizzata: la sua motivazione politica passa in secondo piano rispetto al desiderio e alla gelosia. Invece di mostrare una militante che sacrifica la famiglia per la causa – come invece accade da sempre ai personaggi maschili – Anderson la riduce a una donna iper-libidinosa, incapace di gestire la maternità. Il regista compie poi scelte linguistiche e simboliche problematiche: un personaggio femminile nero si chiama "Junglepussy" (riprendendo un nome d'arte reale ma con eco razziste), e Perfidia si ribella al potere pronunciando battute sessualmente esplicite, che riprendono stereotipi denigranti della cultura hop – «This pussy don't pop for you», è la frase con cui sfida il colonello fascista, riducendo ancora una volta tutto al sesso. Anderson, secondo l'autrice dell'articolo, sembra un po' inconsapevole del tropo razzista della Jezebel, nato dallo sfruttamento sessuale delle donne nere durante la schiavitù e perpetuato per secoli dalla cultura occidentale. L'articolo critica successivamente anche la rappresentazione delle relazioni tra etnie differenti, descritte come feticizzate. La dinamica fra Perfidia e il colonnello razzista Lockjaw viene infatti mostrata come un intreccio di attrazione e violenza, ma anche Bob, teoricamente più decostruito e "buono", esprime un desiderio per le donne nere in termini che risuonano tanto simili a quelli del suprematista bianco. Tutto ciò suggerisce che, nell'universo del film, queste relazioni nascano sempre da un kink razzista e non da un'autentica connessione (non basterebbe quindi dirigere un capolavoro cinematografico e avere una compagna nera nella vita reale, come nel caso di PTA con Maya Rudolph, per essere immune da questi errori). Nonostante l'evidente qualità del film, Jones non rinuncia a ricordare cosa significhi fare la rivoluzione un po' alla volta, una battaglia dopo l'altra, come del resto sembra voler suggerire il titolo del film, cercando sempre di migliorarsi: «Forse – scrive – la prossima volta riusciremo a farlo meglio», magari facendo raccontare le donne nere da chi le conosce meglio: altre donne nere.