Ma cosa si nasconde dietro a quelle decisioni che di umano non hanno niente? Ne parla il film senza dare risposte, nessuna. Perché il cinema deve porre domande, non la soluzione.

Per Idris Elba, che nel film interpreta il Presidente degli Stati Uniti, chi ha il peso delle decisioni sulle proprie spalle: «Penso che tutti noi, nel cast, fossimo accomunati da un denominatore: l’essere grandi ammiratori del lavoro di Catherine Bigelow. Lei riesce a trattare situazioni complesse con onestà, realismo estremo, ma anche con attenzione alla dimensione umana. E credo che ognuno di noi, guardando i personaggi, possa intravedere un pezzo di sé. Quando Catherine mi ha raccontato la storia, ancora prima di leggere il copione, mi ha colpito il cuore della questione: come rappresenti un uomo chiamato a prendere una decisione che potrebbe cambiare il destino del mondo? E come fai sì che lo spettatore, anche solo per un secondo, si metta nei suoi panni? Questo è stato per me il centro del film».

Bigelow: un set come campo minato

Catherine Bigelow, prima donna a vincere l’Oscar per la regia, torna a Venezia con un’opera che parla al presente. House of Dynamitenon è solo il racconto di un protocollo nucleare, è il ritratto di un’umanità intrappolata in procedure che provano a imprigionare l’emotività dell’animo umano. «Ci circondiamo di armi e pensiamo che siano fallibili come noi», spiega. «Ma non lo sono. E la cosa più spaventosa è scoprire quanto siamo vulnerabili, quanto ci affidiamo a sistemi che, alla fine, dipendono sempre da una persona sola».

L’umanità dietro il potere

Affiancata da ex militari di ogni grado per restituire autenticità alla narrazione: «Nessun addestramento può simulare la reazione emotiva che avresti davvero in quei momenti», racconta la regista. «Per quanto tu possa essere preparato, la variabile umana resta incontrollabile».

Bigelow non gira mai film sul potere, ma sul prezzo che il potere impone a chi lo esercita. In questo senso, House of Dynamite dialoga con The Hurt Locker e Zero Dark Thirty: dietro i numeri e i piani militari, la regista cerca sempre lo sguardo di chi deve decidere. «L’arte non è una questione di protocolli», ha detto. «È ricordare che dietro quei protocolli c’è un cuore che batte, fragile come il nostro».

Diplomazia e fallimento

Un segmento di un film costruito in quattro atti, con altrettanti punti di vista sulla stessa emergenza, mette in luce come la diplomazia stia fallendo, perchè il cuore della domanda è: “Perchè devo fidarmi del mio nemico?” E la risposta ci isola sempre di più: «Perché non parliamo più gli uni con gli altri», risponde Bigelow. «Viviamo in mondi separati, polarizzati, continuamente divisi in campi contrapposti. Non si può costruire pace se restiamo nei nostri silos. Lo stesso vale per il clima, per la politica, per le guerre: il problema è sempre globale».

Un film che brucia il presente

Se nel film compaiono bunker segreti, protocolli classificati e scenari da incubo, ciò che colpisce è la quotidianità dei personaggi: chi si trova a prendere decisioni apocalittiche può essere un padre in gita con i figli, un uomo segnato da un lutto, una donna in bilico tra responsabilità e fragilità. «Siamo estremamente fallibili», ricorda Elba. «Eppure, ci affidiamo a sistemi che pretendono infallibilità assoluta».

Con House of Dynamite, Catherine Bigelow non ci mostra solo il rischio del nucleare, ci costringe a chiederci cosa significa essere umani in un mondo armato fino ai denti, pronto a esplodere per un singolo errore.