Alla Mostra del Cinema di Venezia 82, Guillermo del Toro presenta il suo Frankenstein: un’opera confessionale, visionaria, profondamente sentita. Non solo un film, ma un dialogo interiore e universale sull’essere umani oggi.

E quando il regista messicano parla del suo Frankenstein, che oggi ha debuttato in anteprima mondiale alla Mostra di Venezia, è chiaro che non si tratta semplicemente di un adattamento letterario. È una sorta di autoritratto: «Sono il predicatore, sono Victor, sono la creatura, sono Elizabeth», dice. «È un dialogo con me stesso attraverso i decenni. Quando ho imparato cosa significa essere figlio, quando ho imparato cosa significa essere padre, quando ho imparato a lasciar andare. Questo film contiene tutto questo: è la mia voce».

Un set nato sugli altri set

Del Toro non parla di produzione, parla di liturgia. Il set diventa “psichedelico, emozionante, occulto”, come se forze misteriose lo avessero attraversato. Gli attori confermano: Jacob Elordi, la nuova Creatura, confessa che lavorare con lui: «Era un sogno a occhi aperti, ma l'ho vissuto anche con grande pressione. Sapevo che stava girando il film che aveva atteso tutta la vita di fare. Lo percepiva la troupe, lo percepivamo tutti».

Mia Goth, intensa e silenziosa, sottolinea il clima quasi sacrale: «Tutti sapevamo che non potevamo permetterci di sbagliare. C’era un’attenzione assoluta. È Guillermo del Toro che fa Frankenstein».

Eppure, nonostante il peso del mito, il set era anche sorprendentemente gioioso. «Ridevamo in continuazione, anche mentre giravamo le scene più cupe», racconta Oscar Isaac. «L’allarme suonava alle 4 del mattino e non vedevo l’ora di arrivare sul set. Era un privilegio. E poi potevo parlare in spagnolo con Guillermo. Quando è arrivato Jacob ci diceva che lui non capiva lo spagnolo e aveva paura che parlassimo male di lui tutto il tempo. Gli ho risposto ‘allora vedi che lo spagnolo lo capisci!’. Questo per darvi un’idea dell’atmosfera sul set».

Lo sguardo come bussola

Il regista rivela un dettaglio che sembra quasi un manifesto: «Io scelgo gli attori guardandoli negli occhi. Non faccio telefonate, faccio Zoom, o meglio ancora, prendo un caffè. È dagli occhi che capisco se c’è umanità. Con Jacob ho parlato di famiglia, di vita. Mi ha detto: questa creatura è più me di me stesso. In quel momento ho capito che l’avevo trovato».

E a proposito del trucco prostetico che richiedeva dieci ore al giorno, Elordi lo definisce «un sacramento»: «Ogni minuto passato sulla sedia del make-up era un atto di trasformazione. Non era fatica, era il cammino necessario per diventare la Creatura».

L’attualità del mostro

Frankenstein non è, per del Toro, un racconto gotico da museo. È un’urgenza contemporanea. «Viviamo in un mondo che ci disumanizza continuamente, che ci divide in buoni e cattivi, puri o terribili, senza sfumature. Questo film fa pace con l’imperfezione. Ricorda che essere umani significa sbagliare, perdonare, portare dentro luce e oscurità insieme.»

Il discorso si fa politico, senza forzature: «Oggi i mostri non hanno cicatrici né maschere. Indossano abiti eleganti, abitano i palazzi del potere, vendono armi. Se neghi l’umanità a qualcun altro in nome di un’idea, quell’idea perde ogni valore. Il film parla anche di questo: del riconoscere l’umanità nell’altro».

Amore e confessione

Eppure, al centro, rimane l’amore. «L’arte è un atto d’amore», afferma del Toro. «Mary Shelley aveva 19 anni quando scrisse Frankenstein: fu temeraria, sincera, confessionale. Il mio dovere era lo stesso. Non rifare il libro, ma essere altrettanto sincero. Mostrare che l’amore, nelle sue forme più imperfette, è l’unico vero atto rivoluzionario.»

Il personaggio di Elizabeth, affidato a Mia Goth, diventa così il cuore pulsante del film: «È il personaggio più moderno», dice del Toro, «capace di compassione, di riconoscere subito l’umanità nell’altro. Nella vita reale, alle donne viene ancora negato il diritto di essere imperfette, persino di essere mostruose. Elizabeth ribalta questa imposizione».

La coronazione del suo lavoro

Del Toro conclude con un’immagine che sembra svelare la struttura segreta del film: «Ogni dieci minuti, Frankenstein diventa un altro film. L’attacco di una nave, poi la storia di un padre e un figlio, poi l’amore, poi il terrore. Non è mai una sola cosa. È un’esperienza nuova, continua. E alla fine, se ho fatto bene il mio lavoro, riconoscerete lo spirito di Mary Shelley. Ma lo riconoscerete nel presente, non nel passato».