Perché scegliere un'unica identità quando si può essere qualsiasi cosa, o semplicemente, tante cose insieme? Martina Bernocchi, che attraverso una sua poesia inedita ha accompagnato il progetto fotografico di Tania Shcheglovais, “Innerland”, nel numero "The Vision Issue" di Cosmopolitan, vive i suoi talenti nella loro totalità, e senza la pretesa di definirsi. Sui social, infatti, è meglio conosciuta per i suoi monologhi. A scuola, invece, insegna ai più giovani la poesia performativa. Il teatro? Il suo primo palcoscenico. Il cinema? Il mondo in cui sogna di realizzarsi, e dove ha già mosso i primi passi nel film di Alessandro Genovesi, Una Famiglia Sottosopra, con Luca Argentero, Licia Maglietta e Valentina Lodovini, in uscita questo novembre.

Con una carriera tra l'online e l'offline, Martina si immagina più lontana dai social un giorno, anche se, per ora, li vive in maniera bilanciata, riconoscendo come questi, insieme alla community che ha creato intorno a sé, le hanno «in un certo senso, cambiato la vita». È con questa stessa gratitudine che parla di successo, tema ricorrente per la sua generazione, che ne ha cambiato il significato e la percezione. In un'era come questa, infatti, riflette su quanto sia importante, da Gen Z, compiere un "atto di coraggio" ed essere partecipanti attivi del cambiamento. Con lo stesso spirito, anche la poesia, secondo lei, può fungere da "atto rivoluzionario", in quanto questa «è contro il tempo che scorre, contro il giudizio».

Vivi l’arte in maniera poliedrica: dal teatro al poetry slam, dal piccolo al grande schermo. Tra queste, qual è la forma di espressione che prediligi?

«Preferisco sicuramente quella dal vivo, quindi sul palco, anche perché è il modo in cui ho iniziato quando avevo 12 anni, proprio guardando le persone negli occhi, sentendo l’energia. Sicuramente il telefono è un mezzo che abbiamo per raggiungere molte più persone, però per me è sempre fondamentale incontrarsi nella vita reale».

Nel tuo percorso, lo scrivere, il recitare, sembrano intersecarsi continuamente, per lo più nella poesia performativa. Come ti sei avvicinata a questo mondo?

«In realtà in modo molto casuale. Mia mamma ha visto un annuncio che faceva Enzo Garinei in televisione di questo suo corso. Io sono andata lì, ho fatto il provino, e facevo sei ore al giorno. Uscivo da scuola alle due, e dalle due e mezza alle otto e mezza ero lì. È stato proprio così che ho iniziato. Ancora la ricordo come una delle esperienze più formative e belle della mia vita. Quindi poi alla fine ho sempre continuato a fare teatro: corsi, a scuola, fuori scuola, ho studiato per sei mesi in Canada dove facevo musical, e poi il discorso della poesia è nato molto dopo, tre anni fa».

Come hai scoperto questa forma d’arte?

«L’inizio fa ridere. Avendo sempre fatto teatro non mi ero mai neanche approcciata alla recitazione con la macchina da presa. Faccio un anno di recitazione che era più improntata sul cinema; quindi, lavoravamo davanti alla macchina da presa. E io ho sempre scritto – da quando sono piccola – il mio diario, per ricordarmi come era stata una giornata, quindi una sera ero al tavolo in cucina di casa mia, e proprio come “esercizio” ho detto: “Voglio provare a recitare questo testo che ho scritto io davanti alla telecamera e pubblicarlo”. Io non avevo idea che si potesse chiamare poesia, non avevo idea di che cosa fosse la poesia performativa, e infatti quando ho pubblicato il primo video avevo scritto: “Monologo brutto scritto da me”. Perché per me era proprio un testo che avevo scritto come esercizio. E poi ho visto che aveva avuto un ottimo riscontro per quello che era il mio profilo – mi seguivano i miei amici – e mi ricordo che due giorni dopo ero a Milano a fare un provino, e mi ero dovuta portare questa scala enorme in treno da Roma perché volevo fare Romeo e Giulietta rivisitato, il balcone, quindi mi ero portata questa scala. E una sera ero lì a Milano e vedo cinque mila visualizzazioni. Dico: “Assurdo”. E quindi, visto che avevo un po’ di cose scritte sul diario che mi ero tenuta ho detto: “Provo a fare un video, poi un altro, e poi un altro”. Finché a un certo punto mi commenta un ragazzo e mi dice: “Dovresti andare a una serata di poetry slam”. E lì poi ho scoperto tutto».

Cosa vuol dire per te fare poesia al giorno d’oggi?

«Secondo me è un bell’atto rivoluzionario. Perché già solo il fatto di sedersi, fermare per un attimo il tempo e scrivere, è una cosa che non ci viene più naturale al giorno d’oggi. Andiamo tutti di fretta e anch’io a volte mi devo forzare in qualche modo a fermarmi, piuttosto che aprire Instagram. Fondamentalmente il telefono è la distrazione più grande. E quindi scrivere poesie oltre che essere una forte necessità per me – proprio per capire come sto –, se devo dare una definizione, è un atto rivoluzionario, perché la poesia è contro il tempo che scorre, contro il giudizio. Perché molto spesso scrivere poesie, il linguaggio poetico, può essere anche imbarazzante rispetto a una quotidianità. Soprattutto, mi ricordo quando ho pubblicato le prime cose, c’era tanto questa parola “che cringe”, che è provare imbarazzo per l’altro, e io voglio dire: ma che ti frega? Io sento queste cose, le scrivo; invece è fondamentale sganciarsi dalla paura del giudizio degli altri su questo, e di noi stessi anche, perché poi nella scrittura se si entra troppo lato giudizio è pericoloso. Quindi sì, direi che è un atto rivoluzionario, proprio di libertà».

Quando scrivi i tuoi monologhi, dove trovi l’ispirazione?

«Principalmente nella mia quotidianità. Una cosa che mi è rimasta in mente è quando un giorno stavo tornando a casa e ho visto due ragazzi che tenevano questa busta della spesa ognuno da un manico, e si vedeva che era tanto pesante. E io ho visto quella cosa, sono tornata a casa, e ho scritto una poesia sul rapporto tra me e mia madre. Quindi, secondo me, se siamo aperti quando viviamo, non serve andare chissà dove o fare chissà quale esperienza e quale viaggio – poi è ovvio, è bellissimo, per esempio io cerco di passare tanto tempo nella natura – però piuttosto che dove trovarlo, è come guardiamo le cose che abbiamo intorno».

Molti dei temi di cui tratti, ad esempio quello delle proteste, che lo scorso anno hai portato in teatro con lo spettacolo Capitalisti Forever, sono molto cari alla tua generazione. Cosa significa per te essere Gen Z?

«Da una parte si vive proprio con questo peso sia del passato che un po’ anche del futuro che ci si prospetta davanti, a livello ambientale (ad esempio). Quindi secondo me, la nostra generazione deve fare proprio un atto di coraggio e soprattutto di partecipazione. Perché siamo in una soglia in cui è molto facile dire: “Vabbè, sta andando tutto alla rovina, viviamo in modo totalmente passivo”. Soprattutto perché abbiamo anche le generazioni precedenti che molto spesso ci vedono come nullafacenti, non rendendosi conto che viviamo anche in una condizione socioeconomica totalmente diversa da quella di anni fa. Quindi secondo me essere Gen Z comporta il fare un atto di coraggio e di impegno per provare a cambiare le cose, invece che lasciarsi trascinare dal discorso di farsi annullare dal telefono, da quello che dicono e hanno fatto le generazioni precedenti, ma farsi forza, farsi coraggio, e farci sentire, provare a cambiare le cose».

Oltre che essere giovane, sei anche molto vicina ai giovani, infatti, dal 2022 porti nelle scuole un workshop di poesia performativa. Perché hai scelto proprio il contesto scolastico per trasmettere questo linguaggio poetico?

«I laboratori per me sono una delle cose più belle e importanti che ho fatto e che sto facendo, perché vedo proprio un riscontro ed è una cosa che mi sta veramente tanto a cuore. Per me è così importante perché al giorno d’oggi se tu entri in una classe e magari chiedi: “Chi è che scrive poesie?” Me ne saranno capitati tre che hanno alzato la mano. Perché purtroppo a scuola la poesia è vista solamente come Leopardi, Foscolo, ed è proprio una cosa che sta lì, polverosa, che possono fare solo i grandi poeti, e quindi le nuove generazioni sono come intimorite dal discorso, dicono: “No ma io non so scrivere poesie”. Poi, premesso che io non insegno metrica o la struttura, quello che voglio fare è ritagliare un tempo e uno spazio per gli studenti, dargli tempo di ascoltare quello che c’è dentro di loro. Quindi prima facciamo tutto un lavoro di meditazione e poi c’è la parte di scrittura e di performance. E quindi tu vedi questi ragazzi e ragazze che sono meravigliati da quello che è uscito da loro. È strabiliante e veramente tanto emozionante, perché io non è che non faccio niente, però è tutto farina del loro sacco. È come quando tu dai una corda a un bambino, poi il bambino salta, ma tu non hai fatto niente, hai solo illuminato quella strada. Quindi non vedo l’ora che ricominci la scuola perché è proprio una cosa che mi riempie il cuore ogni volta che vado».

Anche i social possono essere un buon modo per ispirare i giovani come te ad avvicinarsi a questo linguaggio. Tu, ad esempio, coltivi molto la tua community su Instagram e TikTok, dove sei meglio nota come “ibi”. Perché hai scelto proprio questo nome?

«In realtà il nome è stato abbastanza casuale perché prima mi chiamavo “ibitram” che sarebbe “marti b” al contrario. Però poi mi sono anche messa a cercare “ibis” che è un uccello, e quindi ci sono anche vari significati, ma in realtà è stato casuale. Poi mi piace come suona, mi piace che sia diretto, anche se effettivamente crea, a volte, delle problematiche, perché magari ci sono delle persone che mi riconoscono per strada, mi fermano e mi dicono: “Ah ma tu sei sonoibi”. E io dico: “No, guarda, è solo ibi non c'è bisogno».

Qualche tempo fa hai condiviso un pensiero su Instagram relativo a quanto sia stancante, a volte, stare sui social. Come bilanci la voglia di creare un senso di comunità con chi ti segue ma anche la voglia di smettere, mollare tutto, di cui parlavi nel post?

«Sì, ho avuto questa segnalazione che il mio profilo era stato sospeso per delle accuse che poi non sono state confermate, e vivo molto questo contrasto di dire “basta” vorrei chiudere tutti i social. Io comunque immagino un futuro in cui a un certo punto farò a meno dei social e potrò vivere in modo più presente la vita. Però, d’altra parte tutto quello che è successo grazie a quello che ho pubblicato mi ha, in un certo senso, cambiato la vita. Devo essere sempre brava a bilanciare le due cose. C’è da dire che, soprattutto all’inizio, il primo anno, cercavo di pubblicare tutti i giorni, ed è quello che mi ha permesso anche di creare un legame stretto con chi mi segue. D’altra parte, adesso, ho avuto tanti altri progetti bellissimi dal vivo e per fortuna sono arrivata a un punto in cui posso concedermi più calma rispetto a quello che pubblico. Voglio fare tantissimi viaggi dal vivo, mi è capitato di fare un Ted X, poi in realtà il mio distacco è arrivato dopo il film, perché ho detto: “È questo che voglio fare al cento per cento”. E i social sono sempre stati, non dico un hobby, ma una passione che cerco di trattare nel modo più sano possibile».

Torniamo offline ora. Il 13 novembre esce il film Una Famiglia Sottosopra, dove sei coprotagonista. Com’è stato recitare alla guida di Alessandro Genovesi, e con attori come Luca Argentero, Licia Maglietta e Valentina Lodovini?

«Indescrivibile. Per me è stato un sogno. Ovviamente durante tutto il set ho tenuto un diario, in cui ogni giorno mi scrivevo quello che succedeva, come mi sentivo dal primo giorno, e prima me lo stavo rileggendo. Nel film ho un legame stretto con Licia Maglietta che fa la nonna, quindi tutte le settimane prima mi sono vista ogni singola cosa che lei ha fatto, e stavo rileggendo (nel diario) che avevo scritto: “Oggi Licia mi ha dato un consiglio su come fare questa cosa, sono troppo felice!” Sono stata incredibilmente grata di avere una prima esperienza con degli attori del genere. Sia Licia Maglietta, che Valentina, Luca, oltre che essere degli attori a livello professionale veramente forti e bravi, sono proprio delle persone da cui ho imparato tantissimo, e anche Alessandro Genovesi è una persona luminosa e che crea una bellissima energia sul set. Non ho un metro di paragone perché è stata la mia prima esperienza, ma c’era proprio un clima che ti dava modo di dare il meglio di te. Perché molto spesso il discorso dell’ansia da prestazione, almeno per me, è a volte invadente, invece in quel caso, proprio tra il regista e chiunque lavorasse sul set, c’era un’energia che ti dava la possibilità di dare il massimo. Questa cosa per me è stata importantissima perché mi sono divertita, mi sono lasciata andare, che poi è la cosa più importante per recitare. È stata un’esperienza incredibile, proprio fantastica».

Ci sono degli artisti (dal mondo del cinema, della scrittura, o del content creation) con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?

«Nel mondo della musica sì: Aurora, che è una cantante norvegese. A me piacerebbe tantissimo unire poesia e musica, incontrarmi con musicisti o cantanti per creare un’unione di musica e parola. E per quanto riguarda il cinema, mi piacerebbe assolutamente fare un film in costume, immergermi in un’altra epoca per fare proprio un lavoro a 360 gradi dentro un’altra era, mi piacerebbe tantissimo».

Hai già realizzato tantissimi sogni nel cassetto, ma ne hai qualcuno ancora da realizzare?

«Ci stavo pensando in questi giorni. Stavo proprio riflettendo sulla mia idea di successo, e ho capito che il successo esiste solo se c’è la gratitudine. Perché poi se non provi gratitudine per quello che ti succede non apprezzerai mai i tuoi successi. E quindi poi mi sono ritrovata davanti a tutte le cose bellissime che sono successe in questi anni e penso che, sicuramente, non vedo l’ora di tornare su un altro set per un film, perché voglio veramente che questa prima esperienza apra le porte a tantissime altre, e poi oltre ai sogni e i progetti lavorativi, mi piacerebbe moltissimo riuscire a far combaciare il mio lavoro con il viaggio. Io sono molto fortunata a vivere a Roma perché è proprio la città del cinema, quindi vivo qui e non ho mai avuto necessità di trasferirmi altrove, però inizio a sentire il bisogno di viaggiare, visitare più posti. Quindi il mio sogno, obiettivo, progetto, è quello di riuscire a far sposare il set, i provini, e i contenuti che per fortuna posso fare ovunque, col viaggio».