Unicorni è stato scelto come film di apertura del Giffoni Film Festival 2025 e non poteva essere altrimenti. I motivi sono tanti, ma due su tutti: l'opera della regista Michela Andreozzi ha avuto un lungo periodo di incubazione e ci ha messo tanto a vedere la luce perché ogni parola pronunciate dai protagonisti di questo delicato manifesto culturale doveva avere la giusta collocazione, il giusto peso. Il risultato di questo approccio così certosino si percepisce in ogni scena. E poi la trama, in cui si accende e si snoda un dibattito quanto mai necessario: il protagonista della pellicola, che dopo il passaggio al Giffoni è in sala dal 18 luglio, è Blu (interpretato dall'esordiente Daniele Scardini), un bambino di 9 anni che si sente più a suo agio a vestirsi da femmina: il piccolo sta provando a tastare i contorni della sua identità con il supporto dei suoi genitori, che però gli permettono di indossare abiti femminili solo in casa, in un safe space protetto dalla cattiveria del mondo esterno.
Unicorni è dunque soprattutto un film che parla dell'«ipocrisia inconsapevole degli adulti»: così ci ha raccontato la protagonista Valentina Lodovini che nel film interpreta Elena, la mamma di Blu, confermando che sì, un film come questo, in cui il dibattito su identità e accoglienza si intreccia a un quadro sociale e politico più ampio e di stretta attualità, oggi è più che mai necessario. Secondo Lodovini, dall'alto di un curriculum e di una carriera ormai ventennale in cui si susseguono titoli sia brillanti che drammatici e su cui, da artista, imprime la sua visione della vita e delle cose del mondo, «questo film serve a tutti, non solo ai genitori, per riflettere su come ci relazioniamo con i bambini».
Contraltare di Elena è il marito Lucio (Edoardo Pesce): entrambi si reputano due persone aperte e contemporanee ma, davanti alla richiesta di Blu di interpretare la Sirenetta in una recita scolastica, si ritrovano schiacciati dal peso dell'altrui giudizio, dalla paura che il figlio soffra, dai dubbi e dal terrore di sbagliare. Finiranno con l'esplorare i loro confini nel gruppo Genitori Unicorni, supportati da una psicologa (interpretata da Andreozzi) che li accompagnerà in questo viaggio di crescita con sessioni di psicoterapia in cui sono coinvolte altre coppie nella loro situazione.
Unicorni parla di identità ma soprattutto di responsabilità nei confronti delle persone che vogliamo essere, non solo dei figli che cresciamo. Com'è stato lavorare al personaggio di Elena?
«Davvero interessante. Ho scelto questo film, come faccio con tutti i miei lavori, e per me rappresenta una presa di posizione vera e propria. Su tutto, è una storia sullo sguardo che cambia e sull'amore che ci accompagna sempre sulla strada di questa evoluzione».
In che senso reputi questo tuo nuovo lavoro una presa di posizione?
«Unicorni racconta una storia umana, potente, semplice, è un film politico ma non di partito. Fa politica sociale, si pone delle domande sull’oggi, dunque è normale che apra il dibattito, che stimoli la riflessione, che polarizzi le opinioni. Parla del nostro presente e lo fa non solo rivolgendosi ai genitori ma anche agli insegnanti, agli educatori, a tutti coloro che lavorano con i bambini. E parla della necessità di togliere il filtro del giudizio dai nostri occhi».
Avete girato molte scene di terapia di gruppo con i Genitori Unicorni, che ricordi hai di quei momenti? Sono stati in qualche modo catartici?
«Le scene di gruppo con i Genitori unicorni credo siano le più belle del film. E girarle è stato semplice, perché sono sono delle vere e proprie lezioni, frutto di un lavoro sulla sceneggiatura che è durato ben 7 anni. Guardando Unicorni si percepisce chiaramente quanto ogni parola sia ben pesata, ben scelta. E sono molto fiera del monologo finale che faccio a Blu, ci ho messo tanto di me e sono fierissima di aver contribuito come artista, di aver avuto la libertà di plasmare il personaggio».
Come si fa a tenere in equilibrio l'ansia sociale e la voglia di proteggere le persone che amiamo?
«Questa domanda non ha una risposta univoca, secondo me dipende molto dal modo in cui si è cresciuti. Io vengo da una famiglia in cui la libertà è sempre stato un valore primario, in cui mi dicevano 'Conosci per crescere'. Un approccio come questo fa la differenza da adulti».
Lucio ed Elena nel film vanno incontro a un vero processo di decostruzione di cliché e stereotipi ormai interiorizzati.
«Decisamente. Sono esseri umani e genitori che devono crescere: è un coming-of-age di adulti e proprio in questo sta la grande originalità del film».
Secondo te c'è un modo efficace per parlare dei temi del film nello scenario sociale e politico attuale?
«Credo che prima di tutto serva fare un lavoro sulla cultura, sulla visione collettiva. Solo così potremo evolvere come provano a fare Elena e Lucio per amore di Blu nel film».















