Appena prima di scrivere vado a controllare il profilo della sua ex – è da un po' che non lo faccio (un'ora). Se non tutte, siamo in molte ad avercelo. Può cambiare negli anni, possono essere più di uno contemporaneamente, può essere quello della ragazza con cui stava prima o di quella con cui si è messo dopo di te, può avere senso o non avercelo; siamo quasi più ossessionate da lei, e dai suoi post, che da lui (le sue, di foto, o non esistono o sono orrende).
Nel nome del girlpower: tutto quello che ci ha colpito di Too Much di Lena Dunham
Wendy Jones
Che bel feed, quanti follower, che stile; è sicuramente bravissima, oltre che naturalmente bella. «Dear Wendy Jones», è una tra le prime battute con cui si apre Too Much, la nuova attesissima serie di Lena Dunham per Netflix. Uscita lo scorso 10 luglio sulla piattaforme di streaming, tra le altre cose ha già influenzato le tendenza moda. I pigiama sarebbero infatti out; al loro posto, le grandi camice da notte merlettate e Regency core di Jessica (Megan Stalter) sono la nuova divisa notturna cool. È proprio lei, Jess, che a pochi secondi dall'inizio dello show, si rivolge a Wendy Jones (Emily Ratajkoswki), influencer nonché nuova fidanzata di Zev (Michael Zegen) con cui la protagonista ha condiviso una relazione, e una casa, per molti anni precedenti, chiamandola per nome. È un'attività che ripete per quasi tutta la durata della romcom: dopo un'intensa sessione di internet stalking, le dedica infiniti videoclip urlati, rant quotidiani che per un po' rimangono privati in un finsta, sfogandole contro in voice-over frustrazione e rabbia per la fine della sua storia. Uno in particolare è il contenuto su cui continua a premere play: la proposta di matrimonio. Jess sembra sapere che non è Wendy il bersaglio su cui direzionare il suo bagaglio emotivo: «Non riesco nemmeno a odiarla, ha uno stile davvero unico e fantastico», dice a un certo punto. Too Much, che sul finale rappresenta l'incontro di cura che avviene dolcemente fra le due donne, riconciliate, forse più che di tutto del resto mi ha parlato di questo (forse è la cosa con cui ho più dovuto fare i conti negli ultimi mesi): nel 2025 non siamo avversarie, nemesi e nemiche; nemmeno della nuova tipa di crush, nemmeno di EmRata. Anche se spiamo i loro account, maledicendole, sappiamo che probabilmente, e soprattutto se stanno avendo a che fare con lo stesso maschio disfunzionale, stanno esattamente come stiamo noi.
La trama
Ma nel nuovo progetto semi-autobiografico della regista di Girls, serie iconica e cult per ogni ragazza Millenial con il sogno di diventare una scrittrice e vivere a New York, c'è molto altro. Ideata insieme al marito musicista Luis Felber, la trama si scioglie attorno alle vicende di Jess, ragazza quasi trentenne che si ritrova a dover ricostruire se stessa tra dolori, ossessioni e nuove possibilità. Ha sempre voluto diventare una regista, ma negli ultimi tempi ha perso anche tutto l'interesse per la propria carriera di produttrice di spot pubblicitari. Senza più un legame affettivo né una motivazione professionale, si rifugia nella casa della nonna a Long Island, dove convive con tre generazioni di donne single: la sorella (Lena Dunham), la madre (Rita Wilson) e la nonna stessa (Rhea Perlman). Un microcosmo che lei stessa descrive come un «inferno intergenerazionale», in cui c'è anche una cagnolina senza pelo, Astrid, bizzarra e teneramente inquietante, soggetto delle cure della protagonista.
Decisa a cambiare aria, Jess accetta un trasferimento nella sede londinese della sua azienda, città che idealizza per la sua passione di testi letterari, Jane Austen con Mr. Darcy, e le loro trasposizioni cinematografiche, oltre che Hugh Grant. A Londra, tra le pareti anonime di un subaffitto a Hackney e il jet lag della vita, incontra Felix (Will Sharpe), musicista che suona nei pub con una sensibilità ruvida e affascinante, conosciuto per caso durante la sua prima notte (un mezzo concentrato di red flag).
Ragazze "Too much"
Ma prima di essere una storia d'amore e di nuovi inizi, Too Much è un concetto. Il titolo sono anche due parole che con ogni probabilità la sceneggiatrice si è spesso sentita rivolgere. Sei too much, sei troppo. Esondi rispetto allo spazio che ti è concesso: «Succede alle donne – ha spiegato Dunham all'Independent – riguarda il tuo appetito per il cibo, il tuo appetito per la vita, quello che vuoi, i tuoi bisogni, i tuoi desideri, e si presenta in molte forme, che ti venga detto che sei "eccessiva", "caotica", " troppo bisognosa" o semplicemente "too much". L'ironia è che dire a qualcuno che è "troppo" è un modo davvero facile per sminuirlo». Anche a Jess viene detto di essere "too much", un una scena anche da Felix. Quando lei lo affronta, offesa, lui le spiega: «Non è un insulto, intendo dire, tipo, "Sei troppo", come se fosse una cosa positiva. Sei la giusta quantità e anche un po' di più». Nonostante le battute vogliano in tutto e per tutto ripercorre i classici climax commedia romantica, qualcosa sembra stonare, come a volerci dire che solo una ragazza che si è sentita dire di essere "too much" possa davvero capire cosa significhi: il tuo ragazzo non potrà mai farlo, solo le altre che, come te, l'hanno vissuto. Cosa significa essere troppo? Ce lo diciamo noi, tra di noi, quando una situationship finisce non per nostro volere: "Sei troppo per lui"; ce lo dicono loro a volte, quando non sono pronti e la nostra personalità sembra più impegnativa di quella di qualcun'altra, ma sono percezioni che forse non trovano un vero riscontro nell'identità, ma solo nella relazione con l'altro. Sei tu che pensi che sia too much, per te o in generale, non sono io ad esserlo.
Ragazze plus size
Jess, però, ci sta bene in questo suo essere too much, come se lo rivendicasse. È divertente fino all'eccesso e determinata a non minimizzare il suo splendore solo perché alcuni lo trovano "troppo". Ed è anche plus size, ma la straordinarietà della narrazione di Dunham risiede proprio in questo, nel fatto di non nominarle il peso della protagonista in alcun punto della vicenda. Il suo corpo, infatti, non ha un significato per il decorso degli eventi. Sì forse il titolo ne è un accenno, un sottotesto più o meno voluto, ma è una strategia vincente che scoperchia tutte le rappresentazioni obsolete e dannose da rom-com tradizionale. Come precisato su Stylist, quelle in cui se l'eroina è grassa, allora il ruolo viene affidato a interpreti di medie dimensioni, più appetibili, più digeribili, e il loro "happy ever after" è in genere condizionato dalla perdita di peso.
Guardare Jess vivere non è mai stato così bello: la sua taglia è totalmente irrilevante perché Dunham crea un personaggio che non solo è sicuro di esistere senza vergogna in un corpo curvy, ma è anche felice di farlo senza limiti. Indossa minigonne di jeans, graziosi coordinati rosa in stile Emily in Paris per andare al lavoro e fa sesso per farlo (e non per sposarsi) con il cantante di una band indie, tutta la notte. È allo stesso tempo piena di desiderio e profondamente desiderata e non c'è bisogno di spiegare perché. Forse per la prima volta, questa serie rende davvero giustizia ai corpi grassi. Potrebbe non essere sempre realistico, ma è anche cambiando i modi di raccontarsi che si cambia la società.
Guardarlo è molto simile ad innamorarsi
Però sì, Too Much è anche una storia d'amore e Inkoo Kang sul New Yorker ce lo dice benissimo: «Watching feels a lot like falling in love». Questo nucleo narrativo, insieme a quello dell'umorismo, è quello che mi ricorda più degli altri perché Girls era così bello. Sequenze infinite, silenziosissime, condite solo dagli sguardi reciproci e attenti condiscono il romance del momento; nonostante lunghe, vorrei si moltiplicassero, come quelli di Adam e Hannah. Bellissima, rilassata intimità. L'amore raccontato da Dunham è ancora una volta eterno e poetico, quasi musicale. Ascoltare musica, per noi ragazze che ci intratteniamo spesso con i musicisti, è molto simile ad innamorarsi.
Lei ascolta il mixtape confezionatole dai lui in una sequenza che dura quasi due minuti, senza che nessuno dei due pronunci una parola: solo Jess che respira profondamente, con il viso contratto, mentre Felix fissa il soffitto. Lei cerca di superare il suo ex con più impegno, lui la incoraggia a cantare una versione tremolante ed emotiva di «Praying» di Kesha. Le loro conversazioni sciocche e serie si alternano, un momento di baci viene intervallato da una discussione sussurrata su ciò che immaginano nella loro testa. Il sesso è maturo, non bigotto – sputarsi in bocca come fanno Felix e Jess non è too much quando si è in grado di fidarsi reciprocamente così; We're All Spitting in One Another's Mouths These Day è il titolo di un pezzo recente di The Cut. Le red flag di lui sono puntualmente sottolineate dagli amici queer – dopotutto è un cantante senza davvero una casa o un lavoro costante che vuole convivere con lei dopo poco –; quelle di lei sono più impercettibili – non è vero che non le ha (parla sempre del suo ex, che è anche la numero uno nella lista di red flag a cui fare attenzione in un partner di un articolo in cui si imbatte online). Nonostante siano personaggi imperfetti, in quel momento il loro amore funziona, ovviamente tra alti e bassi: forse un tentativo di Dunham di non appiattire la complessità dell'identità umana o delle relazioni, interminabili scambi di vita, inevitabili. Alla fine, la comunicazione sembra vincere sui traumi individuali. Come scrive sempre Kang, Too Much è un ritratto onesto e disarmante di due persone segnate da relazioni passate e dinamiche familiari disfunzionali. «Se le opere precedenti di Dunham puntavano sulla cruda ironia del disagio esistenziale, questa nuova serie ne mantiene il tono satirico ma lascia spazio anche alla tenerezza e alla speranza». Attraverso l'evoluzione della storia tra Jess e Felix, Too Much racconta la possibilità di ripartire anche quando sembra troppo tardi. La voce di Dunham, emotivamente e narrativamente geniale, rilevante figlia del nostro tempo, ci fa sapere e ci fa sentire di essere questo: la giusta quantità.












