Quando volete fare una cosa in un certo modo, ma qualcuno sostiene che quel modo non va bene perché si è sempre fatto diversamente, non dategli ascolto, ma guardate Dying for Sex. La miniserie di otto episodi su Disney+ scritta da Kim Rosenstock ed Elizabeth Meriwether abilita una serie di narrazioni differenti rispetto a un sacco di temi e lo fa, insegnandoci che non esiste una guida dettagliata su come vivere che possa essere universale; che gli usi tradizionali, a volte, potrebbero non andare bene per noi.
- Sulla mastoplastica riduttiva, l'operazione al seno a cui Paloma Elsesser ha scritto una poesia
- Ripartire da qui: cosa vuol dire parlare di seno oggi?
- To girls by girls
A partire da come viene affrontata la malattia – alla protagonista Molly, interpretata da un'impeccabile Michelle Williams, viene diagnosticato il cancro per la seconda volta –, ma soprattutto, con il supporto emotivo di chi, lo show apre le porte a uno sguardo tutto nuovo e plausibile, sebbene non standard, sulla vita. Uno che però vale la pena esplorare, anche, e forse proprio perché, se si sta per morire.
Dopo due anni dalla precedente guarigione, a Molly è tornato il tumore al seno; adesso, però, è al quarto stadio e le metastasi si sono spinte alle ossa: non si può più fare nulla, solo provare a posticipare un esito già scritto. Saputa la notizia durante una sessione di couple therpay, la donna, sulla quarantina, decide di lasciare il marito Steve (Jay Duplass), caregiver impeccabile, ma incapace di soddisfarla sessualmente. Molly si rifiuta di attraversare nuovamente l'iter medico e le cure al fianco di un uomo comodo, ma totalmente distaccato, la cui esistenza sembra, in qualche modo, assumere senso proprio grazie alle attività da badante perfetto per la moglie. Anche se un legame affettivo esiste, non è più attratto da lei; dall'altra parte, quando l'inevitabilità della morte si palesa a Molly, lei non può fare altro che scegliere, finalmente, di vivere. Come? Riuscendo ad avere un orgasmo con un'altra persona; mai prima, infatti, è riuscita a raggiungerlo insieme a qualcuno, durante un rapporto. «Non vuoi vivere di più?» le chiede Steve, «Voglio succhiartelo», risponde lei, prima di decidere definitivamente di lasciarlo e iscriversi alle dating app. «Non voglio morire con lui, voglio morire con lei», dichiara Molly, che sceglie Jenny Slate, travolgente e vulnerabile, nei panni di Nikki, la migliore amica un po' sconclusionata e molto caotica, con il grande sogno di diventare attrice e una borsa enorme in cui non trova niente di quello che le serve, come accompagnatrice dei suoi ultimi giorni, ma soprattutto della grande avventura che vuole portare a termine, il viaggio alla scoperta della sua sessualità.
Eroine moderne: perché amiamo Michelle Williams e Jenny Slate in Dying for Sex
Tratta dal podcast di culto di Wondery e quindi da una storia vera – le protagoniste sono davvero Molly Kochan e Nikki Boyer –, Dying for Sex non è solo la cronaca toccante di una diagnosi terminale, ma un racconto spiazzante, ironico e profondamente politico su cosa significa autodeterminarsi, anche, e soprattutto, quando tutto sembra perduto. Non è comunque il sesso a essere il cuore della serie, ma la libertà. La libertà di smettere di compiacere, di riscrivere la propria storia, di usare il corpo non come luogo di colpa o passività, ma come territorio sacro e vivo, anche quando malato. Molly non esplora solo il piacere, ma anche le sue ferite. E il sesso, nello show, non è conforme, stereotipato, etero-normato. Non è nemmeno penetrativo, anche se il suo orientamento rimane eterosessuale, a dimostrazione del fatto che, per troppi anni, i due termini siano stati erroneamente scambiati, di fatto restringendo le possibilità, invece che ampliarle, anche se queste sono infinite. Molly esplora quindi una sessualità plurale, matura, imprevedibile. E tra gli incontri più forti – e narrativamente centrali – c’è quello con il mondo del BDSM. Lungi dall'essere trattato come semplice esotismo, il BDSM in Dying for Sex diventa un modo per riprendere il controllo sul proprio corpo e sulla narrazione del proprio desiderio. In una delle puntate più intense, Molly partecipa a una sessione con un dominatore professionista, dove per la prima volta riesce a sentirsi al sicuro in una dinamica di potere totalmente esplicita, consensuale, gestita. È lì, nel gioco delle regole e dei limiti dichiarati, che qualcosa cambia: il corpo malato smette di essere solo fragilità, e diventa spazio di affermazione, di agency, di cura erotica.
La serie affronta poi con grande delicatezza e lucidità il trauma che ha segnato la sua infanzia: l'abuso sessuale subito da bambina da parte di un fidanzato della madre. Un evento mai veramente elaborato, mai nominato abbastanza, che ha lasciato cicatrici profonde nella sua percezione del desiderio, del controllo, della sicurezza (forse, motivo per cui Steve). Dying for Sex ha il coraggio di mostrare come la sessualità, per molte donne, non sia purtroppo solo un campo di piacere, ma anche di riconquista, riparazione, possibilità di ricominciare da sé. In questo percorso così fragile e potente, la madre di Molly rappresenta un nodo emotivo doloroso; presente ma distante, amorevole ma impreparata, incapace di proteggere o credere fino in fondo, il loro rapporto è segnato da silenzi, incomprensioni e da un amore imperfetto che – nel corso della serie – tenta una timida riconnessione. La maternità qui non è idealizzata: è piena di zone d'ombra, proprio come lo sono i ricordi e i rimpianti.
L'immagine più bella della serie è sicuramente amicizia con Nikki, che diventa l'altra metà del racconto: uno spazio sicuro, affettuoso e non giudicante, in cui ridere, piangere, ricordare, e osare. Nikki è il cuore che ascolta, la voce che tiene tutto insieme. È ironica, empatica, a volte più spaesata di quanto lasci intendere, ma sempre presente. La loro relazione è un esempio straordinario di intimità femminile non romantica, costruita su anni di telefonate, confidenze e battaglie interiori condivise. Perché bisognerebbe morire al fianco di un uomo, un marito che non si ama quando lo si può fare con una persona così importante come una migliore amica? Per via del suo carattere confuso, Nikki non pensa di poter essere adatta al ruolo, ma si dimostra l'aiuto migliore possibile per Molly. Molly racconta tutto a Nikki: i sex toys, le app, i disastri, le fantasie, la rabbia. E Nikki ascolta. Senza moralismi, senza pietà, con quella complicità che solo le vere amicizie conoscono. La serie trova il suo tono più autentico proprio in questi dialoghi, tra una risata imbarazzata e una confessione accolta.
Dying for Sex non cerca di "salvare" la sua protagonista, non cerca di dipingerla come una guerriera che deve sconfiggere la "battaglia" contro il cancro, e proprio per questo la onora. Non cerca nemmeno di renderla eroina, ma donna: con desideri, traumi, idiosincrasie e una fame di esperienza che travolge lo spettatore. E lo fa con un tono sorprendente: tenero, sfacciato, a tratti comico, sempre umano.
Nel capitolo conclusivo della sua storia, Dying for Sex affronta il tema più temuto – la morte – con una lucidità e una delicatezza disarmanti. Quando Molly entra nell'hospice, il ritmo della narrazione cambia: si fa più intimo, ovattato, quasi sospeso, ma colorato di pastello. Niente melodramma, niente retorica della "bella morte": solo la realtà cruda e poetica di un corpo che si spegne e di una mente che continua a cercare senso. L'ospizio non è rappresentato come un luogo di fine, ma come uno spazio di presenza, dove la fragilità è accolta, il dolore è ascoltato e ogni gesto – una carezza, una risata, un silenzio condiviso – assume un peso specifico. Molly non smette mai di essere Molly: anche nei momenti più duri conserva il suo spirito irriverente, la voglia di connettersi, l'urgenza di autenticità. E la serie, con una cura quasi documentaria, riesce a mostrare la morte non come un tabù da sfiorare, ma come una fase della vita da raccontare con rispetto, verità e – sorprendentemente – anche leggerezza. È lì, nel letto dell'hospice, che alcune delle conversazioni più profonde tra lei e Nikki trovano spazio.
Durante tutta la narrazione, infatti, Nikki non è solo un'"amica del malato". È una donna con un vissuto proprio, con fragilità, insicurezze e un amore sincero per Molly. La loro amicizia – senza filtri, senza competizione, senza invidia – è una delle rappresentazioni più vere e luminose dell’intimità femminile viste in tv negli ultimi anni. A volte, ancora nel 2025, noi donne pensiamo di essere complete solamente con un ragazzo, insieme a un uomo. Non dovremmo dimenticarci mai cosa vuol dire avere e essere una migliore amica. Le ragazze ce lo ricordano, non per ultima la terapeuta Sonya di Esco Jouléy, interpete non-binary che sigilla una performance straordinaria; Sonya è la palliative care social worker assegnata al caso di Molly. La sua figura è fondamentale nel percorso di autodeterminazione della protagonista. Con un approccio empatico e privo di giudizio, Sonya accompagna Molly nell'esplorazione delle sue emozioni più profonde, aiutandola a confrontarsi con il trauma dell'abuso subito da bambina e con le complessità del suo rapporto con la madre. La sua presenza rappresenta un'ancora di stabilità e comprensione, offrendo a Molly uno spazio sicuro per elaborare il proprio vissuto e abbracciare la propria sessualità in modo consapevole. Lontana dai classici professionisti della sanità, Sonya diventa la psicologa che tutti meriterebbero: le sue sedute con Molly non sono soltanto uno spazio clinico, ma un terreno fertile dove possono finalmente germogliare domande mai osate. Il primo passo per iniziare a vivere secondo la propria verità.












