Nella galleria del mio iPhone c'è ancora un video salvato. Si tratta di Hannah Horvath in Girls che durante una sessione di terapia parla della sua situazione sentimentale tormentata: «Ho affrontato un break-up il mese scorso – dice–. È stato abbastanza stressante; lui si è comportato in maniera piuttosto pazza e non normale e sta ancora cercando di contattarmi. Cosa che non è voluta, anche se non del tutto: non riesco davvero a decidere se è la persona migliore del mondo o la peggiore». Osservando il suo personaggio, mi è capitato più volte di pensare: sono io. New York, un gruppo di amiche quantomeno singolari, ognuna con le proprie problematiche – chi più di dipendenza da sostanze, chi più di indipendenza emotiva – e il sogno di scrivere ed essere famosa. Ho visto Lena Dunham – non solo attrice protagonista ma anche ideatrice e produttrice dello show targato HBO – nei panni di una giovane ragazza, strana e ambiziosa, destreggiarsi per i marciapiedi e i palazzi della città più cool di sempre (almeno per una Late Millenial) per sei stagioni, dal 2012 al 2017. L'ho guardata spergiurare di voler diventare una scrittrice senza davvero scrivere mai, vedersi i finanziamenti tagliati dai genitori, con uno stile di vita che non può economicamente permettersi, mentre pensa solo al suo piccolo libro di memorie autobiografiche (ovviamente, non pubblicato), riuscire a produrre testi apprezzati davvero da colleghi, amici e critici, accettare lavori sottopagati in redazioni poco stimolanti, fare compromessi con se stessa e la sua integrità per accrescere il suo CV, licenziarsi e inseguire non più la carriera a qualsiasi costo, ma solo la sua verità.

L'ho accompagnata nei posti di lavoro, a scuola, alle feste, a casa, nella sua cameretta. L'ho scrutata vestirsi male ovunque, pettinarsi ancora peggio, ma avere in qualche modo, e stilisticamente, senso. Stare ore distesa in pigiama sul divano o sul letto, a fare quello che oggi chiameremmo Bed Rotting, piangere, ridere, scherzare, mangiare male, non fare attività fisica, o farne poca con scarsi risultati, fare sesso, masturbarsi, bere, rimanere incinta. Essere bellissima e fare schifo, un'ottima ma anche una pessima amica o una terribile ma allo stesso tempo splendida figlia; l'ho vista ferire e ferirsi, volere bene, volersi male, volersi bene e volere male. L'ho vista innamorarsi, ma soprattutto l'ho vista crescere, da 24 a 30enne circa, specialmente al fianco di Adam Driver nei panni di Adam Sackler (dalla cui crush probabilmente non guarirò mai). L'ho capita alla perfezione quando si annullava e si donava come meglio poteva a quell'amore così intenso e ultraterreno; ho cercato di farlo, anche se più a fatica, quando arrivava il momento di tornare a se stessa, lasciando il suo migliore amico, e amante, intraprendere un cammino diverso. Separati l'uno dall'altra.

L'ho amata per i lati del suo carattere così simili ai miei – egocentrica, autoironica, passionale, irrazionalmente risoluta, un po' testa di cazzo, presuntuosa, a tratti superficiale, abbastanza egoista, ma piena di amore da donare – , gli stessi che me l'hanno fatta anche odiare.

Hannah Horvath la si odia e la si ama perché è in grado di farci ragionare e farci crescere, anche quando non vorremmo. Se condividiamo il suo pensiero o le sue azioni ci sentiamo in grado di fare ogni cosa, capaci di tutto, conoscitori dei segreti del mondo; se non accettiamo come si comporta o ce ne innervosiamo, capiamo cosa non ci piace di noi stessi, i dettagli che non riusciamo a digerire, le ferite che faticano a guarire.

La protagonista di Girls ci fa amare e odiare noi stessi e, per questo, è ancora il simbolo di una generazione; di quegli ibridi nati all'incirca negli Anni '90 che non si incastrano bene né tra i Millenial né tra la Gen Z, orfani che pescano a tentoni, un po' da un pozzo e un po' dall'altro, per riuscire a formare la propria complessa identità. Estendendosi da entrambi i lati temporali, rappresenta chi, è vero, è nato senza smartphone e tablet, ma è cresciuto al pari passo di MySpace e Messanger, Facebook e Instagram e che, quindi, volente o nolente, non può immaginare una vita senza. Così come i baci senza i like, gli appuntamenti senza le dating app, le amicizie senza gropuchat su WhatsApp, le call di lavoro senza Zoom o Google Meet. Rappresenta chi, almeno una volta nella vita, seduto al tavolino di un bar di quartiere, si è scoperto dire a voce alta di capire – e potenzialmente anche essere in grado di accettare – il poliamore o le relazioni aperte, per poi rammentarsi che forse, infondo, non vorrebbe mai staccarsi dall'idea di romance alla Pretty Woman, dalla concezione di monogamia in una coppia o dal Campari che sta sorseggiando. All'interno delle vicende delle quattro amiche – insieme a lei ci sono gli altrettanto incredibili personaggi di Marnie Michaels (Allison Williams), Jessa Johansson (Jemima Kirke, recentemente autrice di alcune poesie per Valentino) e Shoshanna Shapiro (Zosia Mamet) – a New York (che in questo caso diventa Milano o tutte le città proibitive con affitti alle stelle) –, il suo arco narrativo è proprio quello più esteso e approfondito. Sul principio immatura e con evidenti tratti narcisistici, diventa, dopo tutti quegli episodi, una ragazza adulta; sempre con pregi e difetti, ma consapevole della vita che si è scelta per se stessa.

Girls, di cui spesso la sua autrice ha affermato stare pensando a un ritorno, è ancora così attuale nel 2025. Lo è nonostante, come affermato dalla stessa Dunham, in caso tornasse avrebbe bisogno ancora più saggezza, in modo da adattarsi alla perfezione persino allo zeitgeist prettamente più Gen Z. Sebbene il progetto abbia cambiato radicalmente il modo di rappresentare le ragazze, il sesso e le relazioni nelle serie tv, tra body politics e riconosciuta soggettività femminile (e anche per questo è per sempre un po' nostro), affrontando temi che negli anni successivi sarebbero stati al centro dell'analisi, spesso, è stato criticato per essere uno spaccato di un femminismo tendenzialmente troppo bougie e white; che no, non ci basta. Se ci fosse un rebooth dell'iconica serie, sarebbe necessario che questo adottasse un approccio intersezionale, per rispecchiare fino infondo chi siamo davvero o anche solo chi siamo diventati. Infondo quello che è successo a Girls e a Hannah è quello che è successo anche noi, che ogni giorno cerchiamo di migliorare eticamente o di diventare un pochino più grandi, nutrendoci dello spirito del tempo e dei suoi shift positivi.

Hannah Horvath e le altre, con la loro comicità, i loro errori, il loro caos e la loro voracità nella gestione di vita, rapporti ed emozioni restano per sempre il nostro simbolo, che può abbracciare anche gli altri. Forse è proprio per la sua potenza di rappresentarci, di essere in qualche modo tutti noi, che sono rimasta apertamente contrariata dal suo finale. Scegliendo l'insegnamento come professione e la maternità senza Adam, mi sono sentita come se ogni singola scena in cui mi sono ritrovata, lungo tutti quei minuti di show, mi avesse tradita. Come se, infondo, Hannah si fosse arresa, come se tutto sommato, avrei dovuto arrendermi anche io. Ma quella è la vita di Hannah e la mia è mia: ancora mi interrogo, cercando di capirci qualcosa, se sono io che non voglio o non sono pronta a crescere con lei o se semplicemente ci attendono esperienze diverse (e poi, forse, sta solto confezionando i suoi sogni per strade parallele, non è detto che ci abbia rinunciato). Tutta questa introspezione generata in una spettatrice a caso non è di certo poco per una serie tv sulle ragazze (also: not bad for a girl with no talent). Vale la pena recuperarla, o iniziare il rewatch, per andare a fondo e sempre di più.

Anche perché, più di ogni altra cosa, amo guardare la mia amica mentre battiamo a ritmo sulla tastiera del pc frasi che leggeranno sempre in troppo pochi, in un caffè soleggiato di Porta Venezia, sorridere, strizzarle l'occhio, parlarle della situationship del momento, tra molti alti magici e altrettanti bassi storici, di quanto vorrei avere più follower che leggono i miei pezzi o in generale una carriera più affermata, di come non abbia mai abbastanza soldi (li stessi che sto spendendo per una serie di drink overpriced, proprio insieme a lei, a quel tavolo pieno di sigarette spente e bicchieri vuoti) e, in quel momento, in quel preciso istante, in modo un po' delusional, vestita male ma con stile, dirle: «Amo, siamo come in Girls».