Non siamo mai stati così horny come guardando Babygirl, l'attesissimo thriller uscito nelle sale italiane, finalmente, il 30 gennaio 2025. Firmato dalla regista olandese Halina Reijn per A24, contiene una scena in cui Samuel (Harris Dickinson) fa arrivare un bicchiere di latte a Romy (Nicole Kidman) – entrambi interpreti magistrali dei ruoli, in gran parte il vero motivo dietro la nostra malcelata horniness – da un lato all'altro del locale in cui si trovano. Lei, importante CEO di un'azienda high tech newyorchese, lo tracanna tutto d'un fiato e in seguito, mentre nessuno dei colleghi guarda, lui, giovane stagista appena assunto, le sussurra all'orecchio: «Good girl». In questa manciata di secondi, in questo rapido frame dall'altissimo potenziale erotico vi è riassunto tutto il film; uno che si propone di indagare il desiderio sessuale femminile e che lo fa portando in scena una proibita e passionale relazione fondata sulle dinamiche slave/master delle pratiche BDSM. Del progetto se ne è parlato molto, tra chi sostiene che si tratti di una narrazione rivoluzionaria, che ribalta il predominio del male gaze – come prassi cinematografica – in favore di una liberazione sessuale (che le donne chiedono da decenni) e chi invece non vi ha riscontrato queste promesse: possiamo ergere il personaggio di Nicole Kidman a eroina moderna? Può essere Romy una figura a cui ispirarsi in un discorso femminista che mira all'autodeterminazione e alla riappropriazione identitaria delle donne, anche quando riguarda il proprio piacere, la propria libido? Forse non abbastanza, ma nello spettro della nostra società, magari alcune volte sì.

Babygirl 2025: Nicole Kidman è un'eroina moderna?

Non si tratta neanche della tresca con il ragazzo più giovane in sé e per sé. Nonostante attragga molto, e sia il fondamento della trama, il senso di Babygirl, secondo la sua regista, è un altro: è una sfida, per una donna matura, sposata felicemente e con due figlie che ama, in aggiunta a una carriera che la soddisfa, a chiedere per se stessa ciò di cui ha realmente bisogno. Ciò che davvero vuole, ma che non è percepito come "normale" dalla società che abita, la nostra. In questo caso, si tratta di rapporti sessuali che le possano apportare piacere e che per Romy si traducono, da sempre, nell'umiliazione e nella sottomissione. Con suo marito (Antonio Banderas), neanche a dirlo, non ha mai raggiunto l'orgasmo. «Si tratta molto di più di entrare in una relazione con te stessa, perché allora pensi al tuo corpo come a una cosa sensuale invece che come a una zona di guerra», ha dichiarato infatti Reijn nella sua intervista a Dazed. Questo suo desiderio inespresso riesce a concretizzarsi proprio attraverso il giovane stagista, simbolo delle nuove consapevolezze sessuali della Gen Z in contrasto con gli obsoleti valori e le norme tradizionali rappresentati dalle generazioni più vecchie, che però permeano la cultura e faticano a andarsene.

Dall'obbedire a qualsiasi ordine le dia Samuel, al succhiare una caramella come ricompensa mentre gattona, a quattro zampe, verso di lui, fino ad arrivare a leccare del latte (ancora) in un piattino per terra, Romy si lascia andare e inizia a vivere davvero le sue fantasie sessuali. «It's ok to be feral», potrebbe essere il claim che accompagna questo film, se non fosse che, per determinati dettagli, sembrerebbe tradirsi da solo.

Durante tutto lo svolgersi degli eventi, la protagonista di Kidman è completamente devastata dal senso di colpa e dalla vergogna: non può fare a meno di fare quello che fa, ma senza dimenticarsi di doverne essere frustrata, di dover dimostrare sia serietà che professionalità (in particolare come role model alle altre donne sottoposte), di doversi imbarazzare, una volta nuda, davanti agli occhi del ragazzo di Dickinson. Si abbandona sì al desiderio, ne trae sì piacere, ma non è davvero libera di goderne: se c'è una critica abbastanza sensata al lungometraggio di Reijn è che concepisca il desiderio femminile, appagato, solamente all'interno dello spettro del peccato, oppure, una volta espiato, in quello della "normalità", controllato e sicuro all'interno di una casa, in una relazione consolidata dalle stesse regole di sempre. Quelle del matrimono – sì, alla fine Romy raggiunge l'orgasmo con suo marito che le schiaccia leggermente la testa.

Non è che non ci siano passi avanti, Babygirl qualcuno ne fa: Romy si riappropria dei suoi desideri e della sua integrità quando risponde a un collega che, una volta che le voci si sono diffuse in ufficio le farà slut shaming, invitandola arrogantemente a casa sua. Come presupponendo che se ha avuto una relazione con lo stagista, allora la può avere con chiunque. Con sarcasmo e self-confidence, Romy lo rifiuterà dicendogli che nel momento in cui avrà voglia, pagherà qualcuno in grado di soddisfare le sue fantasie. Babygirl apre inoltre al pubblico mainstream il dialogo sulle pratiche BDSM, che non sono in contrasto con un pensiero femminista (anzi, non c'entrano nulla, come ricordano diverse sessuologhe o sex coach), ma sono espressione della nuova positività sessuale. Poi, mette al centro le passioni di una donna, che per il periodo che viviamo, nonostante tutto, non è comunque poco. Chi è già decostruito forse lo troverà meno rilevante di chi invece non lo è; a tratti si può parlare di una pellicola sex positive, a tratti po' meno.

Se si osserva da un altro punto di vista, banalmente quello della sua regista, il film non è di per sé un totale fallimento, ma se mai simboleggia quello, ancora una volta, della nostra società. Come in Nosferatu, infatti, la produzione artistica ci serve per spiegarci la realtà, anche quando a raccontarla è una donna: è Rejin stessa ad ammettere che il suo obiettivo non era quello di rappresentare lo sguardo femminile, ma unicamente il suo personale; così il film diventa un'espressione dell'imbarazzo della regista, delle sue insicurezze, del suo lato "oscuro", delle sue passioni. «Vuol dire che viviamo immersi nel patriarcato e questi sono gli strumenti con cui possiamo giocare; adoro creare personaggi femminili che non siano angeli. Voglio creare Macbeth. Non troverete qui alcun cliché di empowerment da girlboss: anche quando si tifa attivamente per Romy, lei fa continui sforzi per corrompere e distruggere se stessa».

È la sempre Reijn ad ammette che l'intera storia non avrebbe funzionato, non sarebbe accaduta, se Romy si fosse seduta al fianco di suo marito e avesse detto, da subito: «Devo dirti una cosa», o «Ecco quello che vorrei sperimentare». Troppo spesso, e soprattutto per le donne, confrontarsi con la realtà dei desideri sessuali più profondi non è semplice come appare. «Il marito sarebbe stato aperto a tutto ciò, ma lei non lo fa. Questo film è il mio modo di dire a me stessa di non reprimere la bestia perché altrimenti diventerà un mostro», ha dichiarato la regista. «La vita è ambigua e esiste una dualità dentro di noi, illuminiamola e ci sentiremo più connessi con noi stessi». La domanda che sembra porsi l'autrice, più che indagare se questa Babygirl (soprannome teneramente erotico che Samuel darà a Romy in un certo punto del film) sia o non sia effettivamente espressione di una femminilità moderna che vogliamo abbracciare, è allora la seguente: è possibile diventare se stessi davvero senza la voglia di essere normali? Sarà possibile prima o poi guardare alle fantasie sessuali o alle pratiche BDSM, ai desideri più spinti e alle voglie più estreme senza giudicarle anormali? Che cos'è la normalità?

A quanto pare, nel mondo di oggi, no: Romy ama suo marito e vuole la vita che si è scelta; allo stesso tempo, desidera intensamente Samuel ma capisce che non è una situazione che può conciliarsi al suo stile. Romy cresce ma non si capisce se evolve davvero: questo film sembra dirci che la monogamia sia il massimo a cui, nel 2025, si può ambire per essere accettati dalla società (o forse Romy questa monogamia la desidera, e allora andrebbe bene così). Ma nel mondo per cui lottiamo, questo film non è la fine. La normalità sessuale non dovrebbe riflettere tanto su cosa si fa in un rapporto, a due o a più persone, ma su come lo si fa. La normalità sessuale dovrebbe riflettere consenso, ascolto e rispetto, qualsiasi siano le pratiche che più piacciono. E questo, Babygirl lo fa.