Angelica, delicata e celestiale: non lasciatevi ingannare dall’aspetto di Lily-Rose Depp in “Nosferatu” (al cinema dal 1° gennaio): la sua Ellen è eterea e candida, ma non certo fragile. La rivisitazione del mito del conte Dracula nel suo castello in Transilvania la vede al centro delle attenzioni del vampiro (Bill Skarsgard), anche se è sposata con l’agente immobiliare Thomas (Nicholas Hoult).
Come ha raccontato alla stampa internazionale, per la 25enne figlia di Johnny Depp e Vanessa Paradis questo ruolo è la metafora perfetta del ruolo della donna di oggi e anche della mascolinità tossica. Certo, nell’Ottocento questa definizione era ben lontana dall’avere un senso o anche solo essere identificata, ma al pubblico moderno non sfuggirà il simbolismo sui rapporti di coppia, sull’amore ma anche sulla morte. Il cast comprende anche nomi del calibro di Aaron Taylor-Johnson e Willem Dafoe, diretti da Robet Eggers, che ha scritto il copione e produce il progetto con Chris Columbus (sì, il regista dei primi due film di Harry Potter).
Perché ha accettato questo horror?
«Il mio istinto mi ha detto che sarebbe stato un modo per affrontare le mie paure, senza artifici né presunzione di perfezione. Quando sei terrorizzata per un certo motivo, tutto il resto sparisce e rimani totalmente pura, naturale. L’altro giorno guardavo un film e, nonostante sapessi che era finzione, il mio corpo era tutto accartocciato su di sé, reagiva a qualcosa di estraneo. Lo trovo affascinante, ecco perché ci piace guardare cose che ci atterriscono: ci portano in contatto con il nostro istinto».
Le è mai capitato un momento della vita in cui non è riuscita ad affrontare una sua paura?
«Non mi viene in mente un momento specifico, ma la vita è piena di ostacoli e di situazioni che ti mettono alla prova e poi ti fanno crescere e capire cose in più su te stessa. È questo il bello dell’umanità».
Ma c’è anche un lato oscuro, come “Nosferatu” simboleggia bene, no?
«Perché il mondo porta in sé le tenebre ed entrambi i protagonisti, con il loro amore e devozione, provano a reprimerle e a trovare solo un posto fatto d’amore, il che è comprensibile a noi tutti».
Nel film l’amore è anche sacrificio e ossessione. Quanto crede sia possibile che coesistano questi aspetti?
«Oggi si parla molto (di mascolinità tossica, ndr.) e il tema è complesso ma esiste uno spazio per affrontarlo con gli strumenti giusti. All’epoca le donne dovevano solo stare zitte, affrontare da sole le lotte interne e tenere per sé le proprie emozioni, non erano il capitano del proprio destino».
Pensa che in ognuno di noi c’è un angolo buio?
«Sicuramente: non è tutto bianco o nero e bisogna accettare le proprie imperfezioni, anche se forse gli altri o la società si rifiutano di guardarle. I difetti e gli errori non ti rendono una persona cattiva, anzi possono darti l’opportunità di farne qualcosa di buono».
Il messaggio di questo film che porterà con sé per sempre?
«Non vergognarti di te stessa, non rimpiangere il modo in cui sei, ma cerca di volerti bene ed essere gentile con la tua anima».












