1950, un cinquantenne americano (Daniel Craig) si trasferisce a Città del Messico e vive la sua vita pressoché in solitudine, circondato solo dal gruppo ristretto di statunitensi che conosce. L’incontro/colpo di fulmine con Eugene Allerton, un giovane studente appena arrivato in città, apre a William un mondo di possibilità, e gli mostra come, finalmente, può stabilire anche lui una connessione intima con qualcuno.
Presentando il film Queer, in concorso a Venezia 81, il regista Luca Guadagnino ha risposto alle domande della stampa, sviando in maniera aristocratica qualsiasi battuta circa il passato lavorativo di Daniel Craig, nei panni di 007, e l’orientamento sessuale del suo personaggio. Questo perché Guadagnino ha scelto di raccontare un Craig diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere attraverso le sue interpretazioni : «La caratteristica più importante dei grandi attori che amo, quella che vuoi vedere sullo schermo e che ti colpisce, è la generosità dell'approccio, la capacità di essere molto mortali sullo schermo. Pochissimi lo sono e pochissimi attori iconici e leggendari permettono che questo si veda e uno di loro è sicuramente Daniel».
Daniel Craig, d'altra parte, ha speso parole di gioia nei confronti del regista italiano: «Questa sensibilità è il motivo per cui volevo lavorare con lui da molto tempo. Con Luca ci siamo incontrati vent'anni fa e lavoriamo insieme in modo meraviglioso, se avessi guardato il film come semplice spettatore ne avrei voluto sicuramente far parte. Luca pur avendo un'opinione forte, vuole sentire il punto di vista di tutti perché è davvero importante che le voci degli altri parlino, così si costruisce un buon lavoro di squadra».
Alla domanda riguardante le droghe e le dipendenze in generale, che è stata posta al regista in sala conferenze, Luca Guadagnino ha risposto così: «Vado a dormire molto presto e non mai preso droghe nella mia vita, non ho mai fumato una sigaretta e sto seguendo una dieta per cui ho perso 15 kg, quindi sono abbastanza rigoroso circa le mie dipendenze».
Perché allora sceglie di raccontare storie di personaggi che in quelle dipendenze un po’ scivolano? «Amo raccontare personaggi, anche quelli peggiori, senza giudicarli, in modo che ci si possa identificare anche con la persona peggiore senza giudicarla. Penso a quando Lee sta annegando in questa ossessione che non riesce a connettersi con Allerton, e anche Allerton sta annegando nella sua impossibilità di connessione con Lee, si attaccano l’uno all’altro, andando a fondo con le proprie dipendenze. Questo è così puramente e profondamente umano ed è ciò che dovrebbe essere il compito del regista, quello di trovare l'umanità nei recessi più oscuri e in quelli più luminosi dell’anima».













