Per celebrare il suo cinquantesimo film, Woody Allen si è concesso una“prima volta”: con Coup de Chance, presentato all’80° Mostra del cinema di Venezia, il cineasta 87enne ha finalmente girato in francese, un sogno nel cassetto da tanto, troppo, tempo, come ha spiegato durante la conferenza stampa. La pellicola, che ancora non ha una data d’uscita in Italia, ha come sfondo Parigi, cornice perfetta per due che si amano più dell’amicizia e con conseguenze estreme.

Perché desiderava tanto un progetto in Francia?

«Quando ero piccolo i film più incredibili erano europei, quindi o francesi o italiani o di altra nazionalità, e tutti volevano girare progetti del genere. Io ci ho provato tutta la vita e, anche se non parlo la lingua francese, finalmente è arrivato il momento di farlo. Ho vissuto un bel periodo sul set e mi sentivo quasi parte della cricca di Truffaut».

Quanto è dovuto al talento e quanto alla fortuna in una carriera longeva come la sua?

«Mi ritengo molto fortunato, anzi lo sono sempre stato, ho avuto due genitori amorevoli, una moglie deliziosa, figli gentili e non sono mai stato in ospedale in vita mia. Come se non bastasse, quando ho iniziato a lavorare la critica è stata generosa con me sottolineando cosa facessi bene senza tenere in conto quello che facevo male».

Con questo film le capita di ritornare sui suoi passi? Ha già girato inFrancia...

«Coup de chance rientra nel genere di Match Point: racconta la stessa storia ma in modo diverso».

Adesso che ha iniziato a girare in altre lingue, ha intenzione di proseguire?

«Ci sono volte in cui compaiono finanziatori per un mio film, se ho un’idea valida lo considero, soprattutto se è un posto in Europa come l’Islanda, ma se il luogo invece non lo conosco bene allora escludo che accada».

Con il tempo com’è cambiato il modo di raccontare gli uomini?

«20-30anni io recitavo le parti che scrivevo per me stesso, ma comunque quelle più interessanti erano per le donne, perché il genere femminile ha avuto un impatto positivo su di me».

Con l’età che avanza, qual è il suo rapporto con la fine?

«Sulla morte non è che ci puoi fare nulla, è una disdetta e non ci puoi combattere. La vita va così. Quello che puoi farci è non pensarci troppo».

Quali elementi non mancano mai nei suoi progetti e in questo in particolare?

«Gli intrighi sono stati sempre alla base di commedia e tragedia, fin dai greci, quindi i miei film li usano perché funzionale al dramma».

Come ha fatto, però, a dirigere il cast in una lingua che non parla?

«Se vedi un film giapponese capisci se la recitazione è realistica o pretestuosa anche se non capisci le parole. E a volte il linguaggio del corpo dice più di una battuta. Ma se ad esempio sul set qualche attore sbagliava una parola, mi affidavo all’assistente per chiarire la situazione. Il cast è stato talmente bravo che il mio apporto nella regia è stato minimo».

Com’è cambiata nel tempo la sua scrittura?

«Le piccole cose che impari per esperienza tele porti dietro. Io scrivo di mattina, con regolarità, ma quando vado a letto porto con me una mattina e un blocco su cui prendere appunti quando arriva l’ispirazione».

Tornerà in futuro a girare a New York?

«Ho ancora buone idee da ambientare nella Grande Mela e se trovo un pollo che mi molla i soldi e scompare, lasciandomi fare quello che voglio allora ci sto».