L'assenza di Bradley Cooper all'80° Mostra del cinema di Venezia ha riecheggiato ovunque e più forte di tutte, perchè unico attore che, in quanto regista e produttore, avrebbe potuto accompagnare il suo biopic Maestro (dal 20 dicembre su Netflix).

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Si dice che la settimana prima del festival sia arrivato in borghese al Lido per vedere il film su grande schermo e verificare che tutto fosse perfetto. D'altronde i cineasti dicono spesso che i film sono come figli, difficili da lasciar andare.

In sua vece è arrivato un foltissimo stuolo di rappresentanza che non ha fatto altro che parlare di lui. E sì, lo si nota di più se non viene. La più entusiasta è Jamie Bernstein (figlia di Leonard Bernstein, il compositore a cui è dedicato il progetto), accompagnata da Yannick Nézet-Séguin (conducting consultant), Steve Morrow (suono), Kevin Thompson (scenografo), Mark Bridges (costume designer), Kazu Hiro (make up designer), Shayna Markowitz (casting director) e Michelle Tesoro (montaggio). Non mancava nessuno, tranne il tassello più importante. Durante l'incontro con la stampa estera Jamie Bernstein ha detto che sono tutti «emozionati all'idea che si volesse raccontare una storia in maniera autentica e toccante al tempo stesso. Bradley è stato molto generoso, guidandoci in tutto il processo, partendo dalle fosto e dai bozzetti fino alla fine. Abbiamo visto il fim nascere e crescere, non già finito».

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Il compositore statunitense raccontato da Cooper è il primo direttore d'orchestra nato negli Stati Uniti, un artista di grande valore, figlio di ebrei polacchi immigrati che parallelamente all'amore infinito per la moglie Felicia (Carey Mulligan) negli Anni Quaranta anche quello queer, all'epoca ancora fonte di scalpore. «Bradley - ha continuato la figlia del compositore - ha dato un suo approccio tutto nuovo rispetto all'amore dei miei genitori che erano davvero innamorati e condividevano il loro rapporto con il mondo. Alcune cose da cui ha attinto sono frutte di mie speculazioni sul privato di mio padre e e che ho poi riportato nel mio libro (Famous Father Girl: A memory of growing up Bernstein, ndr.). Non mi sono soffermata sulla confusione ma sull'armonia che c'era in famiglia. Bradley ha scelto di raccontare la storia in modo intimo e io e i miei fratelli non ci saremmo mai aspettato tanto impegno per mostrare autenticità. E ad un certo punto Bradley ricordava l'energia del padre, che condivideva l'amore con chiunque avesse accanto. Era evidente che Bradley fosse la persona giusta per il lavoro. Il mondo di mio padre è per molta parte nella sua musica, quindi risentirlo e rivederlo sullo schermo per me e i miei fratelli ha davvero fatto la differenza nel raccontarlo».

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Chi, invece, ha trasformato fisicamente Cooper in Bernstein è stato Hazu Hiro: «Ho fatto vari tentativi per trovare il look giusto, contando poi le ore che quotidianamente passava al trucco, cinque ore a partire dalle due del mattino». Ma a quanto pare il diretto interessato non si è mai lamentato, anzi nel frattempo provava a ripetizione i movimenti che gli insegnava il consulente Yannick Nézet-Séguin: «Bradley è un artista unico per l'impegno immenso utilizzato per il lavoro. lui doveva incapsulare quel carisma e quell'autorità. E poi ci sono i dettagli tecnici che a chi non è del mestiere sembra quasi una gabbia. Ad un certo punto, comunque, è fluito in lui l'arte. Ogni centimetro del suo corpo veniva veicolato al movimento della bacchetta. Ci ha messo l'anima e moltissime emozioni e si vede. La musica è anche silenzio e noi non ce ne siamo perso un secondo, ogni minuscola scelta è stata meticolosa selezionata per dare il senso di chi fosse».