Max di Stranger Things che corre con gli occhi spalancati sulle note di "Running Up That Hill", fugge da Vecna che cerca di impossessarsi della sua mente sotto un cielo rosso pieno di lampi. Questa scena l'abbiamo vista e rivista: quest'estate è stata ricondivisa ovunque sui social mentre i TikToker la ricreavano con le loro canzoni preferite. Sarà stata Kate Bush, ma a volte certe scene sembrano parlarci a un livello più profondo, ci raccontano qualcosa di noi, dei nostri momenti bui e di quando, come Max, ci sembra che la nostra mente sia il luogo peggiore dove stare. Questo è perché, come si legge nel libro I film che aiutano a stare meglio, l'immaginazione è «una funzione psichica che opera contemporaneamente a diversi livelli: sensazione, impulso, desiderio, sentimento, volontà, pensiero, intuizione». «Essa», spiegano gli autori, «ha funzione evocatrice e creatrice di immagini ed agisce sia sulla parte conscia che inconscia della personalità».

Proprio su questo si basa la cosiddetta "filmtherapy" che prevede l'utilizzo di film e telefilm come ausilio alla psicoterapia, come strumento in più per stimolare non solo una riflessione ma una vera e propria identificazione con i personaggi e le loro storie a scopo terapeutico. Negli Stati Uniti è piuttosto diffusa, mentre in Italia ancora se ne parla poco. Ne abbiamo discusso con Elena Carraro, psicologa e divulgatrice, co-conduttrice del podcast Netflix and therapy dedicato ai punti di intersezione tra i telefilm e la psicologia. «Consigliare la visione di film o telefilm, riprenderli in seduta e poterli riportare come riferimenti nella terapia penso possa essere effettivamente molto utile», spiega, «Sono dei punti di riferimento comuni quindi permettono di avere degli insight su quella che è l'esperienza della persona rispetto ai personaggi con cui c'è una maggiore identificazione. È possibile trovare dei tratti comuni con le esperienze descritte, degli elementi che risuonano e che emergono come stimoli». Le abbiamo chiesto di farci alcuni esempi.

Stranger Things 4: fuggire dai nostri demoni

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Camp Hero Productions, 21 Laps Entertainment, Monkey Massacre

Partiamo proprio da Max nella quarta stagione di Stranger Things: perché la sua storia e quella scena a tinte rosse nel Sottosopra ci ha toccato così tanto, ben oltre i confini della storyline e del telefilm? Max sta male, ha da poco perso suo fratello in modo tragico e si colpevolizza per quello che è successo. Fatica a superare il trauma, si isola dagli amici ed è proprio questo momento di difficoltà a renderla preda del demone Vecna che si impossessa di lei. «La vediamo che si chiude, si isola, cerca di allontanare le persone intorno a sé», spiega Carraro, «sono comportamenti che possono verificarsi quando c'è una sofferenza psicologica così come la sensazione di ingiustizia, il sentirsi segnati e minacciati, il non riuscire a vedere la luce».

La scena sulle note di "Running up that hill" è particolarmente evocativa perché Max trova un modo per sfuggire al demone. «È una scena molto attiva», continua l'esperta, «c'è un personaggio che fugge, ma che allo stesso tempo corre verso qualcosa». Se Vecna si impadronisce della mente di Max proprio facendo leva sulle sue paure e insicurezze più profonde, ciò che salva la ragazza è la musica, la sua canzone preferita che la riporta alla vita e le ricorda le cose che un tempo la rendevano felice. «Emergono quegli aspetti positivi che spesso, quando siamo all'interno di stati di sofferenza importanti tendiamo a dimenticare, a non valorizzare o a non vedere con l'importanza con cui vediamo tutto il resto». Max, in quella scena, simboleggia il percorso di guarigione, il «percorso che si fa attivamente per spostarsi verso uno stato di sé più accogliente, verso delle relazioni sane e tutti quegli aspetti funzionali della nostra esperienza».

Girl, interrupted: affezionarsi al dolore

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Columbia Tristar

Pare che nel 1999, durante le riprese di Girl, interrupted, Angelina Jolie abbia evitato qualsiasi comunicazione con Winona Ryder, sostenendo che, se avesse visto qualcosa di umano in lei, non sarebbe più stata in grado di interpretare il personaggio sociopatico di Lisa Rowe in modo efficace. Difficile dimenticarsi di Lisa: la stessa fascinazione che prova la protagonista, Susanna, quando la incontra per la prima volta nella clinica dove sono entrambe ricoverate per problemi psichici la sentiamo anche noi. Questo personaggio, però, può fornire molti agganci utili in terapia. Lisa proietta intorno a sé un'aura misteriosa: è bella, affascinante, carismatica e, allo stesso tempo, del tutto spietata nel rimandare agli altri la versione peggiore di loro stessi. «Non sei uscita perché stai meglio, Daisy, è che si sono arresi» dice a un certo punto a una delle compagne della clinica, prima di confermare, con inquietante sangue freddo, tutte le peggiori paure della ragazza fino a spingerla a un gesto estremo.

«Da un lato, dal film scopriamo che Lisa è nello spettro del disturbo di personalità antisociale», spiega Carraro, «quindi quella categoria di disturbi che è caratterizzata tra le altre cose da incapacità o difficoltà a provare empatia. Vediamo spesso questo aspetto emergere nel suo modo di relazionarsi con gli altri. Credo che il suo personaggio li rappresenti bene perché vediamo come non abbia nessun filtro nel relazionarsi con gli altri». D'altra parte Lisa diventa per Susanna una buona ragione per rifiutare l'aiuto dei medici e «rannicchiarsi», come le viene detto, nel suo stare male. «Nei momenti in cui siamo molto in difficoltà o conviviamo con disturbi psicologici, all'inizio di un percorso di terapia può esserci un momento in cui la sofferenza è la nostra zona di comfort, quello che conosciamo, ed è molto difficile lasciarla andare», dice la psicologa. Lisa finisce, ad un certo livello, per simboleggiare il malessere stesso della protagonista e solo quando Susanna riesce ad affrontarla, a contraddire il suo flusso di pensieri distruttivi e a smettere di dipendere da lei, guarisce davvero. «Credo che la relazione che Susanna ha con Lisa mostri un po' questo processo. Il tornare a sé, ai suoi bisogni e al suo desiderio di sentirsi meglio passa attraverso lo zittire questa voce molto critica e molto poco empatica».

Fleabag: vivere davvero le emozioni

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Two Brothers Pictures

Su TikTok spopolano i video "I'm in my Fleabag era" sostenendo che tutte ci siamo sentite almeno una volta come lei. La protagonista dell'omonima serie scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge ha appena perso la sua migliore amica, ha un lavoro precario, uomini che vanno e vengono e una famiglia non sempre facile da digerire. Per tutto il tempo, anche quando le cose si fanno difficili, tristi o problematiche, Fleabag non smette mai di fare ironia su quello che le succede. Eppure, per quanto abbia finito per rappresentare l'emblema della donna problematica, tormentata e per nulla incline a scendere a patti con se stessa e con gli altri, come personaggio si presta bene ad analizzare il modo in cui viviamo le nostre emozioni.

Come spiega la psicologa, Fleabag nel corso della serie tende a mettere in atto diversi meccanismi di difesa piuttosto comuni. Quando guarda il pubblico o parla con noi rompendo la quarta parete è un po' come una «dissociazione simbolica»: si distacca dalla realtà e prende le distanze da quello che sta vivendo nel presente. A questo si aggiungono il suo umorismo e il sarcasmo, la continua svalutazione di sé e degli altri o anche la sessualità, tutte strategie che spesso usa per non affrontare determinate situazioni e non entrare veramente in contatto con le persone. «Soprattutto nella prima stagione la vediamo utilizzarle per tenere a distanza la sofferenza che si porta dentro per la morte della sua amica, per la morte di sua madre e le altre difficoltà che la vediamo affrontare», spiega Carraro, «Tenendo lontana questa sofferenza, però, tiene lontano anche l'altra faccia della medaglia che è l'amore». Non la vediamo mai veramente vulnerabile con nessuno e questo fa sì che le sue relazioni non siano mai pienamente vissute.

Fleabag, però compie un percorso di crescita e cambiamento che passa attraverso la relazione con il dolore. «Ad un certo punto», spiega la psicologa, «Fleabag sceglie di cambiare». Nella seconda stagione comincia a stare più a contatto con le sue emozioni, si permette di aprirsi e sperimenta una relazione con il prete che la coinvolge in modo sano. Per questo, le "fughe" verso il pubblico diventano meno frequenti e in certi momenti la vediamo anche tagliare fuori l'audience proprio per stare con quello che sente. «Alla fine», conclude Carraro, «Fleabag accetta simultaneamente il dolore che deriva dall'avvicinarsi e dall'amare qualcuno. Tendiamo a pensare queste due dimensioni come svincolate ma vanno mano nella mano e accettare di poter soffrire significa spesso darsi la possibilità di entrare in contatto reale intimo ed emotivo con qualcuno, anche se poi le cose dovessero andare male».