Prendete tutto quello che avete imparato da Twilight, The Vampire Diaries, o dalla storica Buffy l’ammazzavampiri, e buttatelo via, perché il nuovo film di Andrea De Sica Non mi uccidere ha poco o nulla a che fare con i vampiri nel senso più tradizionale del termine. Niente denti aguzzi, morsi o luce del sole che brucia la pelle, ma "Sopramorti" (così vengono chiamati i suoi vampiri) che per non decomporsi devono cibarsi di altri umani. Il nuovo lavoro del regista di Baby, disponibile su Netflix, vede la partecipazione di Alice Pagani nei panni della protagonista Mirta, e di Rocco Fasano in quelli del suo Edward, qui Robin, in una combinazione fra atmosfere dark e thriller adolescenziali. Potevano essere loro la nuova coppia fantasy, ma qualcosa è andato storto. D’altra parte, i riferimenti del regista erano ben altri: da David Lynch e la sua Laura Palmer (I segreti di Twin Peaks, 1990) a Nikita di Luc Besson. La storia invece è tratta dall’omonima trilogia firmata tra il 2005 e il 2007 da Chiara Palazzolo.

In realtà, gli elementi base per un teen drama ci sono tutti. Una giovane ragazza un po’ timida innamorata di un affascinante e oscuro ragazzo che cela un segreto altrettanto misterioso. L’unica cosa che Mirta conosce di Robin è la sua brutta reputazione e la sua tossicodipendenza. Ed è proprio da qui che tutto ha inizio, con i due giovani morti per overdose. Mirta, sepolta in un cimitero in Umbria, si risveglia, distrugge la tomba e inizia a vagabondare alla ricerca del suo Robin.

Non mi uccidere sono 90 minuti di attesa, buio e silenzio, intervallati qua e là da flashback sulla storia amorosa dei due. Restiamo legati al passato guardando poco al futuro. E quando lo facciamo succede troppo in fretta. Forse non funziona perché noi ci aspettavamo Twilight e abbiamo avuto i ragazzi dello zoo di Berlino o una versione più cupa e tragica di Baby. Non è l’amore il cuore del film, ma lo è la capacità di accettazione da parte di Mirta del proprio nuovo corpo da "sopramorta" (altra grande differenza con i vampiri classici: i sopramorti lo diventano tutti i ragazzi scomparsi per morte violenta,).

Andrea De Sica non è nuovo in questo mondo di adolescenti. È suo il film I figli della notte (2016) e le tre stagioni di Baby. In un mondo fatto di presenze sovraumane, atipico per il cinema italiano moderno, dove solo pochi esempi si sono fatti notare (Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, 2014 o a Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, 2015), De Sica propone una storia che per le tempistiche del giorno d’oggi potrebbe essere scambiata per il primo episodio di una serie. Un’ora e mezza totale in cui succede tutto e niente.

Senza dubbio Non mi uccidere è un film per adolescenti, che indaga sulla loro sofferenza senza scendere però troppo nel dettaglio. Si toccano sentimenti diversi come il sentirsi incompresi e dispersi, devastati dalla perdita degli amici più cari, innamorati di qualcuno che forse non rivedrai mai più, ma anche la lotta e la paura nell’accettare di essere diventata una persona nuova. Non senza qualche cattivo alle spalle che cerca di ucciderti (resta pur sempre un teen drama).

Gli indizi che questo sia solo il primo capitolo di una saga sono evidenti. Un finale che suona come il cliffhanger di una serie, la lenta ricerca di risposte sul perché Mirta si ritrovi ad essere sopramorta, e soprattutto il fatto che si basi su una serie di romanzi. Forse i sequel, come tante volte accade, riusciranno a indagare di più su quei sentimenti appena accennati e sull’indipendenza femminile tanto amata da De Sica?