La fine di un amore me la sono sempre immaginata come gli stabilimenti balneari nel mese di novembre, abbandonati dall’incuria volontaria dei loro titolari per la delibera della regione di appartenenza. In È stata la mano di Dio, il nuovo film di Paolo Sorrentino, da poco in sala e dal 15 dicembre su Netflix, non si racconta la conclusione di un amore, non si vedono nemmeno le spiagge private (sembra non arrivare neanche novembre), eppure sono proprio il mare e il senso della fine gli elementi principali che tengono uniti tutti gli altri nella nuova storia semiautobiografica raccontata dal regista. Un amarcord nel segno di Fellini, ma sugli aspetti più laceranti della crescita e su quanto sia importante nell’adolescenza la memoria di tutti i nostri legami spezzati per diventare grandi.
L’anno è il 1984 e Fabietto è un giovane napoletano con un orecchino a cerchio, walkman e auricolari al collo. Nel campo di asfalto screpolato della scuola non gioca molto e sta in disparte, eppure è un fanatico del calcio come tutti gli altri. Si vocifera che Diego Armando Maradona stia per entrare nel Napoli. Per lui, è come se stesse per arrivare Cristo. Vive in un complesso di appartamenti modesto ai confini del Vomero (lo stesso in cui ha realmente vissuto Sorrentino, solo un piano sopra), dove divide la stanza con suo fratello maggiore, Marchino, e in cui si riunisce insieme a tutta la famiglia attorno a un piccolo televisore di cui suo padre, Saverio, cambia canale col bastone (non vuole comprare la “tv con il telecomando”, lavora in una banca ma è pur sempre «un comunista»). La madre di Fabietto, Maria, ama inscenare scherzi e ama Saverio nonostante a un certo punto venga rivelata la presenza di un’amante, e Maria riempie la casa di grida anche se lo sa da sempre, lo sanno tutti, Saverio ha pure un altro figlio ma lei continua a perdonarlo. Perché è la famiglia il vero centro di È stata la mano di Dio e lo è nelle sue mancanze e nei traumi che queste comportano. Una famiglia ampissima che comprende gli amici, i fratelli, i vicini, gli idoli, Napoli stessa e che nonostante si sgretoli tragicamente (il dramma del protagonista ha a che fare con la vicenda personale di Sorrentino, che la notte della tragedia era in uno stadio a guardare Maradona), permette a Fabietto di imparare a rispondere alla vita.
Come già nella Grande bellezza, anche in questo Sorrentino c’è l’eco di Fellini (che pure compare nel film come una voce fuori campo in visita a Napoli), si trova in quello sguardo maschile carichissimo di lussuria che porta Fabietto a soffermarsi sul corpo di sua zia Patrizia e anche a perdere finalmente la verginità con un personaggio di cui nessuno si aspetta. Perché anche questa è un’esperienza, lo sguardo è un’esperienza, scoprirsi innamorati, arrapati, entusiasti e poi perdere tutto è un’esperienza. A 16 anni ti disintegra per permetterti di ricomporti più avanti. Quando la tragedia colpisce e il legame più importante si rompe, Fabietto è in lutto, rimbalza sulle pareti dell'ospedale, lottando per dare un senso a quello che sta capitando per poi decidere, apparentemente di punto in bianco, di voler diventare un regista – «La realtà mi ha deluso, la realtà è scadente» – scoprendo i modi in cui le ferite lo stanno già formando. Rispondendo in modo creativo al disastro.
Per questo, con È stata la mano di Dio, già vincitore del premio speciale della giuria a Venezia e ora candidato dall'Italia per la corsa agli Oscar 2022, Sorrentino ha portato sullo schermo non solo un'epopea napoletana, ma un’esasperazione sudata e ravvicinatissima dell’adolescenza che è sua e di tutti come lo era Amarcord (che a 16 anni è divertente ma se visto dopo solo dieci in più fa quasi piangere) nonostante la particolarità del proprio dolore: ci mostra quanto i frammenti di memoria, immagini, suoni, odori, sapori, che potrebbero essere del tutto soggettivi nel loro significato si sedimentino in realtà da qualche parte facendoci crescere integri ma non intatti, pieni di vuoti e di assenze su cui riusciamo a ricostruirci, come quando apri la mano e lasci la presa, e il sollievo è immenso. Così cresciamo anche grazie ai legami che si spezzano, i lacci che non tengono, noi che siamo destinati a non incontrarci mai provando gli stessi sentimenti, ed è in questo sbilanciamento che ci ripariamo. Come Fabietto che alla fine di tutto diventa Fabio e prende il treno verso Roma, in quella lunga sequenza su rotaie che ha lo stesso respiro del Mediterraneo.













