C’è qualcosa di profondamente necessario, oggi, nel tornare a parlare di “possibilità”. Non come promessa ingenua, ma come gesto ostinato. La mostra E tuttavia crediamo che la vita sia piena di fortunate possibilità, inaugurata alla Fondazione Made in Cloister di Napoli, si muove esattamente su questo crinale: quello sottile tra fragilità e resistenza, tra ciò che è rotto e ciò che, nonostante tutto, continua a trasformarsi.

Il titolo – preso in prestito dalla poetessa Lyn Hejinian – non è una dichiarazione ottimista, bensì una posizione politica. Credere nella possibilità, oggi, significa opporsi alla paralisi, alla saturazione di crisi che caratterizza il nostro tempo. Significa insistere. E la perseveranza, come suggerisce l’intero impianto curatoriale, diventa un metodo di sopravvivenza.

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Francesco Squeglia

La mostra, parte del programma biennale RINASCITA, non si limita a esporre opere: costruisce un ecosistema di pratiche. Archivi, rituali, gesti di cura, testimonianze – tutto concorre a raccontare forme di resistenza che non sono eroiche ma quotidiane, spesso invisibili. È proprio qui che il progetto trova la sua forza: nel rifiuto della retorica spettacolare del trauma, a favore di una politica dell’attenzione e della relazione.

Emblematico è il dialogo tra arte e spazio. Il chiostro rinascimentale della Chiesa di Santa Caterina a Formiello non è semplice contenitore, ma dispositivo attivo. L’intervento architettonico di Mariano Cuofano introduce un elemento chiave: aiuole che impediscono la coltivazione programmata, lasciando spazio solo alla crescita spontanea. Una metafora potente, quasi radicale, che ribalta il paradigma del controllo: non tutto può essere pianificato, e proprio nell’imprevisto si annida la possibilità di vita.

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Francesco Squeglia

Le opere in mostra amplificano questa tensione. L’Archivio de la Memoria Trans restituisce visibilità a storie cancellate, trasformando l’archivio in uno strumento di riparazione politica. Pauline Curnier Jardin, in collaborazione con la Feel Good Cooperative, costruisce un lavoro che è al tempo stesso opera e alleanza, intrecciando arte e comunità. Rossella Biscotti riattiva memorie rimosse del colonialismo, mentre Aysha E. Arar esplora identità diasporiche e forme ibride di appartenenza. Gabrielle Goliath, infine, sceglie il silenzio come linguaggio, rendendo l’assenza una forma radicale di testimonianza.

Ciò che emerge non è un discorso unitario, ma una costellazione di pratiche che condividono una stessa urgenza: ricomporre, anche temporaneamente, ciò che la storia ha frammentato. In questo senso, nonlineare – l’iniziativa curatoriale dietro il progetto – propone un modello che rifiuta la linearità e abbraccia la complessità del presente.

Napoli, con la sua stratificazione di rovine e rinascite, appare come il luogo ideale per questa riflessione. Il chiostro stesso, “rinato più volte nei secoli”, diventa metafora concreta di una città che resiste attraverso trasformazioni continue.

In un’epoca che sembra oscillare tra cinismo e disillusione, questa mostra compie un gesto controcorrente: non offre soluzioni, ma insiste sulla possibilità. E nel farlo, ricorda che anche le forme più fragili di cura, se praticate con ostinazione, possono aprire spazi inattesi.

Forse è proprio questo il punto: la possibilità non è qualcosa che accade. È qualcosa che si costruisce, giorno dopo giorno, anche – e soprattutto – quando tutto sembra negarla.