C’è chi la conosce come “La Divina”, per una carriera straordinaria che l’ha consacrata come la più grande nuotatrice italiana di sempre. C’è chi la segue fin dal 2004 quando, a soli sedici anni, gareggiava in tutte le distanze dai 50 ai 400 metri stile libero, stabilendo in ciascuna il nuovo primato nazionale e segnando l’inizio della leggenda di Federica Pellegrini. C’è chi si è appassionato ancor di più alla sua vita scoprendola da vicino grazie a @kikkafede88, il suo profilo Instagram, dove mostra il dietro le quinte della sua quotidianità: qui si trova il lato più umano e autentico di Federica Pellegrini, quello che in vasca spesso restava più nascosto tra una gara e l’altra. In occasione del rinnovo della collaborazione con Nike Swim, che negli anni è diventata un progetto condiviso di ispirazione, performance e sostegno alle nuove generazioni di nuotatori, abbiamo incontrato l'ex nuotatrice per parlare di nuoto e maternità, proprio nelle ultime settimane della sua gravidanza, in quel momento speciale in cui tutto sembra fermarsi prima di cambiare ancora una volta.
Ti impegni molto nel sostenere le nuove generazioni: lo dimostrano la partnership appena rinnovata con Nike Swim e progetti come Fede Academy. Da dove nasce questo desiderio di investire così tanto nei giovani?
«Fede Academy è nata dalla voglia di trasmettere la nostra grande passione e, in un certo senso, passare il testimone alle nuove generazioni. Dico “nostra passione” perché il progetto è frutto del lavoro mio e di mio marito, che è stato anche il mio coach negli ultimi dieci anni della mia carriera. Volevamo creare qualcosa che potesse far vivere ai giovani la stessa emozione e motivazione che ci hanno sempre guidato nel nostro percorso. Non ci aspettavamo che Fede Academy ci regalasse subito così tanta soddisfazione, perché il mondo del nuoto può essere un ambiente complesso. Invece, è stato accolto in maniera straordinaria e la risposta ci ha sorpreso piacevolmente. Da tre anni siamo supportati da Nike Swim e questo ci permette di combinare la qualità dei contenuti e dei servizi che offriamo ai ragazzi con prodotti concreti, che aiutano a elevare ulteriormente l’esperienza e i valori che vogliamo trasmettere».
Parlando sempre di adolescenza e guardando indietro nel tempo, che adolescente era Federica? E che bambina?
«Se guardo alla me bambina, vedo una Federica già molto impegnata. Ho iniziato a fare nuoto fin da subito ed è stato l’unico sport che ho praticato. È stata una vera fortuna, perché l’ho scoperto con i primi corsi di ambientamento in acqua e non l’ho più lasciato. Ho capito fin da subito che era davvero il mio sport. Naturalmente questo significava organizzare gli allenamenti insieme alla scuola, ma ero una bambina felice. Ho avuto un’infanzia molto serena. L’adolescenza, invece, è stata più complicata. Credo sia un periodo delicato per ogni ragazza. Per me lo è stato ancora di più perché a sedici anni ho iniziato a vivere lontano dai miei genitori, inseguendo il sogno del nuoto. È stato un periodo pieno di sfide e di ostacoli da superare e guardandomi indietro vedo una ragazza un po’ arrabbiata con il mondo, ma determinata a costruire il proprio percorso».
Hai sempre saputo che il nuoto non sarebbe stato solo una passione, ma poteva diventare la tua carriera?
«No, non l’ho sempre saputo. Sono stata una nuotatrice che ha ottenuto risultati importanti molto precocemente. A sedici anni, appena tornata da Atene con la medaglia d’argento, tutto era successo così rapidamente che, nei due anni precedenti, non avevo ancora piena consapevolezza di cosa fossi capace. A livello giovanile ero forte, ma non mi distinguevo nettamente dalle altre, quindi non avevo ancora capito che il nuoto potesse diventare la mia carriera. Forse è stata proprio la gara di Atene a farmi pensare: “OK, questa potrebbe davvero essere la mia strada perché ho qualcosa che le altre non hanno”».
C’è un aneddoto divertente o un ricordo particolare legato a una gara o a un allenamento che ti fa ancora sorridere?
«Ti racconto una cosa che non ho mai raccontato. Sono un’appassionata di fotografie e rivedere tutte quelle che i miei genitori hanno raccolto da quando ho iniziato a nuotare, per me è una cosa importantissima che amo fare. Credo che restare legati alla propria parte bambina aiuti nello sport, ma soprattutto nella vita. È importante ricordarsi da dove si viene per poter guardare avanti. La cosa che mi fa più ridere, però, è vedermi piccolissima sul blocchetto di partenza, con le gambe strette. Tenevo le gambe così perché praticamente mi scappava sempre la pipì prima delle gare. Però, per paura di perdere il mio turno, non andavo mai in bagno. Salivo così sul blocco, con le ginocchia tutte strette, con i miei genitori che mi dicono “vai a fare la pipì” e io che rispondevo “no, rischio di perdere la gara”. Ecco, ho diverse foto che raffigurano proprio questo momento e le adoro».
Abbiamo citato poco fa Fede Academy: com’è nata l’idea di questo progetto e cosa ti ha spinta a realizzarlo?
«Con il passare del tempo, soprattutto negli ultimi anni, ho capito di voler creare un progetto come Fede Academy. Quando sei molto giovane, da adolescente, guardi soprattutto a te stesso. Crescendo e avvicinandosi il momento dell’addio, invece, ti chiedi: “Cosa farò dopo? E cosa mi piacerebbe davvero fare?”. Da qui è nata Fede Academy: un modo per continuare a essere operativa nel mio sport, non più in acqua ma fuori. Per me stessa e per gli altri. È un fil rouge che mi permette di restare connessa al nuoto, ma anche di osservare e supportare le nuove generazioni, aiutandole nei piccoli momenti di transizione che io ho vissuto anni fa. Oggi però è tutto molto diverso rispetto a quando ero atleta. Lavoriamo con bambini dai sette anni fino ai dodici, e poi con ragazzi dai dodici ai diciotto: generazioni con sfide e problemi completamente diversi rispetto a quelli che avevo io. Credo sia proprio questa la parte più bella: come genitore e come ex atleta, cerco di capire il termometro delle nuove generazioni e di accompagnarle, anche nei momenti più complessi».
Dopo una carriera così intensa in vasca, com’è oggi la tua vita “fuori dall’acqua”? O almeno con un po’ meno tempo da passare in acqua...
«Devo dire che in acqua non ci torno più da un po’. Un po’ per i tanti impegni, un po’ perché nuotare da sola mi pesa. Sono ancora molto legata all’allenamento da atleta ma non so se riuscirei più a farlo come una volta, quindi preferisco evitare. Detto questo, la vita fuori dall’acqua va davvero bene. Mi sento una persona molto fortunata».
Circa due anni fa sei diventata mamma e presto lo diventerai di nuovo. Qual è la cosa più bella che puoi raccontarci oggi dell’essere diventata mamma?
«Sì, aspetto una bambina, per la gioia di mio marito (ride, ndr). Ripensando alla gravidanza con Matilde, essendo stata appunto la prima, non sai mai cosa aspettarti. Vivi un po’ nell’incoscienza, cosa che sto cercando di fare anche adesso perché se penso a tutta l’organizzazione che mi aspetta con due bambine un po’ mi destabilizza. Cerco di non pensarci e di affrontare ogni momento quando arriverà. Con Matilde, uno dei ricordi più belli dei primi tempi è stato l’allattamento. Ho scelto di farlo e quel momento è stato davvero speciale. Faticoso, certo, ma anche molto intimo e prezioso. Ha creato un legame unico con lei che, secondo me, non finirà mai. Adesso è un momento molto divertente perché Matilde ha due anni e qualche mese e comincia a voler comunicare in modo più chiaro: è incredibile osservare la sua personalità prendere forma».
E invece c’è qualcosa della maternità che secondo te viene spesso sottovalutato o di cui si parla ancora troppo poco?
«Cercando di prepararsi alla prima gravidanza, ricevi sicuramente tanti consigli pratici su come affrontare i vari momenti. Poi ci sono sempre i fuori programma. Io ad esempio ho avuto finora due gravidanze bellissime: fino al termine uscivo ancora con i miei cani al parchetto, non ho mai avuto problemi motori e la stanchezza si sentiva solo un po’ la sera, con quel senso di appesantimento normale. Il parto, però, è stato davvero complesso e lungo. Si è concluso con un cesareo d’urgenza perché la piccola era in pericolo. Da lì è iniziata una stanchezza intensa, anche mentale, che si è protratta per molti mesi. Quei momenti non sono stati facili dal punto di vista psicologico, e credo che proprio questo aspetto venga spesso sottovalutato».















