Un videogioco indie, abbreviazione di <videogioco indipendente> è un gioco sviluppato da un singolo developer oppure da un piccolo team, senza il sostegno di un grande produttore durante lo sviluppo, spesso con un budget limitato. Generalmente questi giochi vengono diffusi sul mercato attraverso auto pubblicazione oppure con l’appoggio economico di un esterno, che si occupa anche del marketing.
Ma questa è soltanto la definizione più tecnica, se invece volessimo dare un significato più comprensivo all’etichetta di <videogioco indie>, ci sarebbero altri fattori da prendere in considerazione, altre particolarità che rendono l’indie ciò che è.
In questo articolo andremo ad esplorare le implicazioni di questo genere, e scopriremo se davvero esiste un modo per rientrare in modo certo nel canone “indie”.
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Ma prima un po’ di storia...
Si è inclini a far risalire l’origine dei giochi indie agli anni ‘90, quando grazie alla distribuzione in shareware, l’utente poteva usufruire del software gratuitamente, almeno in parte, per poi decidere da sé, se pagare per la versione completa o se supportare il progetto con donazioni volontarie.
Spesso, però, si dimenticano gli antefatti di questa scena indipendente: infatti, negli anni ‘80 i primissimi sviluppatori, spesso autodidatti distribuivano i propri giochi attraverso riviste specializzate, o addirittura per posta, in mancanza di un luogo fisico o virtuale in cui rilasciare i propri lavori.
Tuttavia, una volta che le aspettative del pubblico aumentarono, soprattutto dopo l’avvento della scheda video con accelerazione 3D, il movimento indie si è concentrato per lo più sull’applicare modifiche a prodotti già esistenti, invece di produrre nuovi titoli.
Durante gli anni 2000, il genere rinasce proprio sul neonato Internet, grazie a piattaforme per la distribuzione digitale (per esempio Steam, la cui prima versione risale all’anno 2003) e software di sviluppo sempre più flessibili e fruibili dal grande pubblico.
Intorno a questi anni, nel 1999 esce RPG Maker 2000, non il primo della serie RPG Maker, bensì la versione che determinerà il successo della serie. La catena di RPG Maker è stata creata per rendere lo sviluppo di giochi RPG più semplice anche a neofiti e autodidatti della programmazione, e ci ha regalato titoli anche al di fuori del genere strettamente RPG, quali Ao Oni e Pokémon Uranium.
Dal 2008 al 2010 inizia la fase dei videogiochi indie come successi commerciali, dovuta all’evoluzione di tutti quegli strumenti che rendono possibile lo sviluppo e la fruizione di titoli indipendenti, i quali trovano un palco nuovo, migliore sul quale esibire le proprie caratteristiche. Tra i titoli di maggior successo di questo filone troviamo Minecraft, gioco del 2011, che è ora uno dei giochi più famosi a livello internazionale e nel 2023 aveva venduto più di 300 milioni di copie.
L’etichetta “indie”: convenzioni e controversie
Nell’introduzione si è visto come l’etichetta di “gioco indie” presenti quello che appare essere una rigidità restrittiva, quando in realtà, come spesso accade quando cerchiamo di affibbiare a un libro o a un film un genere preciso, la situazione è molto più fluida.
Possiamo davvero considerare un gioco “indie” solo perché non si appoggia a un publisher? Secondo la definizione di sopra, sì. Ma allora, secondo questa logica, anche Baldur’s Gate III è un gioco indie, infatti lo sviluppatore e il publisher sono la stessa casa: Larian Studios,una casa belga di produzione e sviluppo indipendente; dunque, non ha avuto il supportodi un publisher esterno durante lo sviluppo.
Eppure, Baldur’s Gate III non è un titolo che normalmente si associa all’etichetta indie: ha, infatti, tutt’una serie di caratteristiche che lo allontanano da questa etichetta, per esempio il prezzo, l’attesa di copie vendute, le aspettative del pubblico: tutti fattori che lo distinguono dallo stereotipo di “gioco indie”, caratterizzato da un prezzo contenuto e da aspettative di vendita e di meccaniche decisamente inferiori.
Prendiamo, allora, al di là di meriti ed elogi, un gioco che più tradizionalmente si conforma a questo “canone”: Fear and Hunger, videogioco realizzato grazie al motore RPG Maker MV, quasi interamente da Miro Haverinen nel corso di due anni. Il gioco fu pubblicato nel 2018, ma conobbe il successo solo cinque anni dopo.
È chiaro che questi giochi non sono sullo stesso livello. Gli stessi errori di programmazione che in Fear and Hunger vengono ignorati, o, al più, criticati con indulgenza bonaria, in Baldur’s Gate III farebbero un grosso scalpore. Al tempo stesso, i sentimenti che Fear andHunger evoca, oltre all’orrore, sono molto vicini a quelli di originalità e passione che ci si aspetta da un gioco tradizionalmente indie.
E ad appropriarsi di questi sentimenti, sembrano molto interessati alcuni publisher di dimensioni discrete, tra cui Annapurna Interactive, azienda conosciuta per distribuire giochi“eccentrici”, fuori dal mainstream. Sembra che a questo punto, paradossalmente, la concezione di “indie” sia sempre più legata alle aziende di publishing, ma allora quanto si può essere indipendenti in un panorama del genere?
“Indie is a vibe”
Abbiamo discusso di criteri di giudizio, di stereotipi e di validità della categoria “indie”, ma alla fine cosa possiamo ricavare da questo discorso, nel concreto? Dovremmo forse arrenderci al fatto che l’etichetta sembra inapplicabile, e che forse potrebbe non esistere nemmeno più? Nel mondo delle arti, di cui i videogiochi fanno ormai parte a pieno titolo, non è facile stabilire un discrimine ben definito, e anzi lo status di videogioco indie è molto discusso per molti titoli.
Tutto è reso ancora più complicato dal fatto che su internet, luogo di dibattiti per eccellenza, non si giungerà mai a un accordo unanime su una materia già fluida e difficile da afferrare come la discussione di un genere.
L’indie oggi è più un’idea, una vibe, non una rigida classificazione che si attacca a parametri e caratteristiche precisi, ma un’insieme di piccole peculiarità, di sperimentazioni, di accorgimenti creativi che evocano un’immagine di zelo e inventiva.
Sin dall’inizio l’anima dell’indie è stata proprio questo: la passione che spinge a mettere in discussione le meccaniche del mainstream, che preme per mostrare i frutti del proprio lavoro, che trova soluzioni innovative, che sperimenta, che osa.
Ed è alla fine questo, dagli anni’ 80 fino ad oggi, che rende l’indie un genere tanto rispettabile quanto difficile da definire (sempre che si possa farlo): non si può misurare la dedizione per la propria arte, lo si può soltanto sentire.






