C'era una volta una bambina, in Brianza, che passava i pomeriggi seduta nel laboratorio di cornici di una vecchia signora. Respirava polveri di legno e odori di vernici, le osservava brillare sotto la luce, mentre disegnava cavalli, senza mai stancarsi. Lì, tra l'odore della resina e il silenzio concentrato di una bottega d'altri tempi, nasceva l'immaginario di Rachele Frison, classe 1995, di Desio: una pittrice che oggi riesce a trasformare fiabe, ricordi e rituali in una mitologia personale, sospesa tra realtà e incanto, come i sogni delle notti di mezz'estate. I suoi primi approcci all'arte li definisce «una cosa che ho sempre fatto e che sento sempre il bisogno di fare», le sensazioni che provava dentro quella bottega, semplicemente «casa».
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Il suo percorso è naturale, scritto nella continuità: dalla grafica al liceo artistico, fino all'Accademia di Brera, dove la pittura diventa, dopo il disegno, finalmente linguaggio. Su Instagram si fa notare da una coppia di collezionisti, Piersandro Pallavicini e Manola Dettori, che la invita a un Homeshow dal titolo Nymphólēptos. Da allora il suo mondo non ha smesso di espandersi: è stata seguita da Giovanni Bonelli a Milano, con una collettiva intitolata The New Dreamers e dalla galleria Annarumma di Napoli, che mi ha introdotta al mondo delle fiere d'arte a Verona. Boschi fatati in cui si respira notte, figure femminili illuminate da lune rituali, un'iconografia che sembra uscita da una fiaba antica, ma pulsante di contemporaneità, rimangono il nucleo vivo dell'arte di Frison. Timida e camaleontica, sensibile ma curiosa e tenacissima, costruisce quadri che sono porte: verso ciò che ha amato da piccola, verso ciò che la affascina oggi, verso quel bisogno istintivo, quasi fisiologico, di trasformare la parola in immagine e l'immagine in storia, per costruire nuovi mondi, alternativi, migliori. «C'è qualcosa di magico nel poter raccontare storie e farle sentire agli altri – spiega l'artista – sono sempre a caccia di dettagli, simboli e mondi nascosti; la figura del cantastorie mi affascina perché vorrei che la mia arte fosse proprio questo, un racconto visivo che sorprende, emoziona e resta». Nelle sue opere ci si perde ma ci si ritrova pure, più vivi: di seguito Rachele Frison risponde alle domande di A regola d'arte, la rubrica di Cosmopolitan Italia dedicata agli artisti emergenti e ai significati dell'arte nel 2025.
L'arte e i suoi significati nel 2025: l'intervista alla pittrice emergente Rachele Frison
Quali sono le esperienze che ti segnano di più artisticamente e perché?
«La mia prima personale dal titolo Bad Moon Rising, a Pescara presso Emerge Project Space: grazie a uno spazio e un ambiente così aperto, stimolante, ho avuto modo di sentirmi totalmente libera e supportata nelle mie idee, è stato un vero e proprio percorso del quale conservo dei ricordi molto belli. L'idea che i galleristi hanno abbracciato era quella di muovermi nello spazio espositivo con i miei lavori più grandi, realizzati in moduli identici di dimensioni, proprio per favorire la continuità nello spazio e per creare un effetto di un piccolo bosco di racconti. Il titolo viene da una canzone che ascoltavo molto durante il periodo della realizzazione dei quadri: "Bad Moon Rising" dei Creedence Clearwater Revival, che non è altro che una specie di ballata, che preannuncia una cattiva luna nascente; da qui ho pensato all'influenza che ha la luna piena su di me, e che potrebbe avere sui miei personaggi, che vengono colti da una follia notturna destinata a sparire all'alba. Un'altra esperienza che ho a cuore è stata la mia partecipazione, nel 2024, alla Biennale d'arte di Wuhan in Cina, sotto la cura di Andrea del Guercio. Ma in realtà ogni mostra o evento nel quale partecipo per me rappresenta un traguardo e un opportunità unica. Mi sento fortunata per molte delle mie collaborazioni».
Nei tuoi dipinti che tecniche utilizzi? Perché le scegli?
«La tecnica che predomina nei miei dipinti è la pittura ad olio, sulla quale, una volta asciutta, intervengo con pastelli morbidi. Il motivo per cui in questo momento ho scelto come medium la pittura è perché penso che offra molto margine di movimento e miglioramento continuo; è una tecnica alla quale mi sono approcciata di "recente",mi sono formata nel disegno».
Come funziona il tuo processo creativo? Cosa c'è nella tua testa? Come arrivi a creare un'opera?
«Ci sono diverse fasi, in realtà lo considero un flusso continuo di ricerca ed espressione; questi due aspetti, infatti, si alternano sempre e in modo naturale, oserei dire quasi "fisiologico". Sono sempre stata attratta dalle figure dei cantastorie e adoro ascoltare fiabe e racconti, soprattutto. Essendo portata ad una certa fantasia di immagine, le mie letture di racconti, fiabe e miti si traducono in immagini nelle quali io creo, attraverso anche la mia figura, una specie di mitologia personale. Nello specifico leggo molti racconti, ascolto musica e leggo poesie, qualsiasi cosa che possa stimolare in me la nascita di immagini o scenari precisi. Successivamente prendo "appunti" veloci, che possono essere piccoli disegni che appendo su una mia parete in studio o frasi che mi servono per i titoli o per le immagini stesse e, infine, arriva la pittura».
Che ruolo ha il disegno nella tua produzione creativa?
«Il disegno è la parte più importante di tutta la mia produzione, è il linguaggio con cui sento maggiore affinità e capacità espressiva, un po' perché è stato il mio primo approccio artistico, un po' perché è stato ed è tuttora il più duraturo – ho iniziato a dipingere da pochi anni. Direi che sia i disegni che i quadri sono fortemente intenzionali, quindi già dall'idea che mi porta a realizzarli so quale veicolo e forma prenderanno, perché entrambi hanno finalità diverse. Non vedo il disegno come preparazione del dipinto o come qualcosa di incompiuto, ma anzi divido chiaramente la produzione di disegni da quella di quadri. Nei miei primi disegni ero interessata alla narrazione de Le mille e una notte, all'interno dei quali potevo inserire figure di personaggi nomadi in tende, realizzati tutti a tratteggio. Sono molto legata a questa produzione, infatti la sto ancora portando avanti».
La ragazza con i capelli rossi che viene spesso riproposta sei tu? Qual è il tuo rapporto con l'autoritratto e come ti fa stare? Quali sono i tuoi altri soggetti?
«L'autoritratto non è stato sempre parte del mio lavoro, ma è nato in modo naturale insieme alla pittura. Un po' per comodità, mi prendevo da esempio per allenarmi; inserirmi nei miei scenari è diventato un gioco che mi permette di creare una mitologia personale: sono io, ma allo stesso tempo sono una figura dentro storie più grandi, tra rituali, boschi e atmosfere oniriche. I miei soggetti sono spesso figure femminili che si muovono in mondi sospesi tra il reale e il fantastico, illuminate da lune o sfere luminose, come se fossero protagoniste di un racconto rituale. La ragazza dai capelli rossi che ricorre nei miei lavori non sono sempre io, ma in parte è sempre me: è un tramite per esplorare emozioni, trasformazioni e narrazioni che sento vicine. Dipingermi mi fa sentire viva e centrale nella storia che sto raccontando».
L'ambientazione dei tuoi personaggi, gli sfondi in cui sono inseriti, è spesso fiabesca. Che ragionamento c'è dietro?
«A me la narrazione piace come approccio: prendo spunto da Le mille e una notte, da Il racconto dei racconti, dalle fiabe e dalle leggende, italiane e non. Credo che le fiabe e i racconti siano mezzi di riconoscimento immediato, perché richiamano immagini familiari che si intrecciano con flash di ricordi o emozioni personali, anche se mai realmente vissuti. Nei miei lavori, le ambientazioni fiabesche diventano spesso boschi ritualistici, spazi sospesi dove la natura e la magia si incontrano, e dove i personaggi possono muoversi liberamente, partecipare a riti immaginari o esplorare i propri desideri e timori. Amo il bosco come luogo simbolico, ispirato anche a Shakespeare: in Sogno di una notte di mezza estate, la notte crea un caos magico che scompare con il giorno e questo ciclo di trasformazione e mistero si riflette nelle mie opere. Ogni lavoro racconta una storia a sé, ma insieme formano un bosco di racconti, dove mito, memoria e immaginazione si intrecciano, creando uno spazio in cui lo spettatore può perdersi e ritrovarsi allo stesso tempo».
E invece quello sulla scelta dei colori? Che significato assumono per te le palette del blu e del viola?
«Per me i colori non sono mai solo estetica, ma diventano strumenti narrativi ed emotivi. Il blu lo uso per la notte: profondo, silenzioso, misterioso e capace di evocare introspezione e senso di intimità, spazi sospesi tra realtà e sogno. Il viola invece porta con sé la magia: è un colore rituale, che sembra sospeso tra mondi diversi, legati alla fiaba. Insieme, queste palette creano l'atmosfera dei miei boschi fiabeschi, dove le figure si muovono, partecipano a rituali, vivono storie che oscillano tra il reale e l'onirico. I colori aiutano lo spettatore a entrare in questo spazio simbolico, a sentirsi parte dei racconti, e contribuiscono a rendere visibile la mitologia personale che costruisco in ogni opera».
Vuoi comunicare qualcosa con la tua arte? Se sì, cosa?
«La mia produzione nasce anche da un profondo senso di insoddisfazione verso il mondo che mi circonda. Per questo creo un mondo alternativo, un mondo a sé, dove posso stabilire le mie leggi e le mie regole. Spesso coincidono con quelle delle fiabe, dove esiste un rapporto diretto con la natura, non anestetizzato ma vivo, in cui si percepisce la sua importanza e la continuità con noi. È questo che desidero emerga dai miei lavori: magia, pace, coraggio e un legame autentico con il mondo naturale. Voglio che i miei personaggi trasmettano pace, ma anche quella forza interiore che le eroine possiedono quando riscrivono la loro narrazione, una narrazione femminile che sento mia».
Ci sono dei progetti a cui sei particolarmente legata o dei progetti futuri di cui vuoi parlarci?
«La mia futura collaborazione con la galleria Haze di Berlino coinciderà con una mia mostra personale in Germania, un progetto a cui tengo molto e di cui sono davvero felice. Per quanto riguarda i progetti futuri, ho in programma due personali quest'anno: una in Italia, in uno spazio bellissimo, e una appunto in Germania. Rimango comunque aperta a nuove collaborazioni e possibilità che possano nascere lungo il percorso. I progetti a cui sono più legata, in realtà, sono proprio quelli che ancora devo realizzare. Vivo molto proiettata verso il futuro, e sono grata di poter continuare a dare voce e forma a quello che faccio. Il 15 novembre inaugurerà una collettiva molto bella presso la fondazione TheBank, con 49 artisti. tra i quali esporrò anche io, ne sono molto felice».
Come funziona il processo di assegnamento dei titoli alle opere? In base a cosa li stabilisci? Che rapporto ha la tua arte con la parola?
«Per me l'arte nasce dalla parola, dalla lettura e dalla trasformazione del verbo in immagine. Essendo molto legata alla narrazione, la parola rimane un elemento chiave della mia produzione. Spesso assegno come titolo intere frasi, perché sono proprio quelle a ispirare un lavoro o addirittura un'intera serie. In un certo senso, i titoli non arrivano dopo, ma nascono insieme alle opere, come se fossero la loro voce».
Che significa per te essere un'artista emergente donna al giorno d'oggi?
«Per me essere un'artista donna oggi non comporta una differenza sostanziale rispetto ai miei colleghi uomini. Il mio rapporto con la femminilità è semplice e naturale, e non lo vivo come una contrapposizione o una sfida di genere. In questo momento non percepisco uno squilibrio: mi sento piuttosto fortunata e grata di poter esprimere me stessa liberamente, senza dovermi definire attraverso un'etichetta. Credo che la forza stia proprio nel potersi muovere con autenticità, senza dover continuamente rivendicare una posizione, ma semplicemente esistere nel proprio lavoro».
Domanda di rito: che significa per te arte nel 2025? A che punto siamo? Cosa c'è, cosa manca e cosa serve secondo te?
«Per me l'arte, oggi, è un tentativo di creare un mondo nel quale le persone possano riconoscersi, o almeno percepire un legame profondo tra le immagini, la natura e i racconti. Credo che in questo momento manchi soprattutto il coraggio di creare qualcosa di veramente condiviso, autentico, comune. Manca una voce collettiva. Sento anche che si dà troppo spazio alle parole di galleristi, curatori o collezionisti, mentre la voce di chi l'arte la produce davvero viene spesso trascurata. E invece è proprio da lì, da chi crea, che dovremmo ripartire».





















