C'è probabilmente più di uno strato assolutamente degno di essere indagato in un fotografo che non ama definirsi fotografo, ma "image maker". Qualcosa di magico e intenso che è anche indice di un'apertura a più possibilità, non solo di disciplina ma nella cita, e che per più di un motivo non posso che trovare interessante e condivisibile. Nato a Pisa nel 1999, Mattia Giuntini, come mi racconta in questa intervista per la mensile puntata di A regola d'arte, la rubrica di Cosmopolitan Italia sui significati dell'arte nel 2025, ha trascorso lì i primi diciannove anni della sua vita, lontano da qualsiasi formazione artistica tradizionale. Diplomato in un istituto tecnico industriale, non ha mai studiato filosofia né storia dell'arte: il suo incontro con la fotografia, racconta, è stato tutt'altro che romantico. «Tutto è iniziato grazie a una macchina fotografica regalatami da un'amica di mia madre e a un’'state passata su YouTube», dice. È lì, tra tutorial e tentativi, che nasce il suo sguardo. Il trasferimento a Milano nel 2018 segna una svolta. Al Cfp Bauer scopre la fotografia come linguaggio, e soprattutto come campo di ricerca teorica. Le letture di autori come Franco Vaccari diventano un passaggio necessario per costruire la sua visione, incentrata sulle questioni ontologiche del fotografico: il guardare, lo spazio, la luce. In quegli stessi anni, Milano gli rivela un'altra dimensione – quella della vita notturna queer – che entra a far parte del suo universo visivo e personale. Poi arriva il 2020, e con esso il desiderio di oltrepassare i confini del medium.

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Mattia Giuntini
Klaryssa (Mattia Giuntini), Back in my egocentric era (2025)


Durante il lockdown, Giuntini inizia a interrogarsi sul tema del travestimento e della finzione nell'arte, fino a creare Klaryssa, la sua drag-persona. «Non la considero un alter ego», precisa. Klaryssa nasce come possibilità di libertà, come corpo e voce che si muovono tra linguaggi, tecniche e ironie. È la parte di sé che gioca, che sperimenta, che non si prende troppo sul serio — e che con una vecchia videocamera o uno smartphone dal vetro rotto riesce a trasformare ogni limite in gesto artistico.

In che cosa consiste la tua arte? Non sei un fotografo, ma un "Image maker"

«Preferisco definirmi creatore di immagini, anche perché trovo complesso definire che cosa sia fotografia – parlo della tediosa questione sulla definizione di fotografia come icona, indice o simbolo. Penso quindi che un termine più ampio in un certo senso mi svincoli dal definire chiaramente quello che faccio».

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Mattia Giuntini
Klaryssa (Mattia Giuntini), Back in my egocentric era (2025)

Quali sono le esperienze che ti segnano di più artisticamente e perché?

«Se vogliamo parlare a livello puramente di ispirazione ti risponderei il momento in cui ho scoperto John Waters durante il mio periodo di ricerca di cui ti parlavo prima. Da quando ho visto Female Trouble (1974) mi si è aperto un modo: ho scoperto un nuovo modo di fare arte, ironico, disgustoso, dissacrante; e da quel momento Waters, insieme a Divine, sono diventati la mia bussola artistica. Se invece ti dovessi parlare di una esperienza ti direi quando ho creato la mia fanzine KLARYSSA DIVERTITI (2022), progetto fatto a sei mani con i designer Alessandro de Vecchi e Alessandro Schino. Un lavoro iniziato nel 2020 e ultimato nel 2022, dove abbiamo creato un'opera editoriale nella quale io mi occupavo della parte fotografica e loro della direzione artistica e del layout grafico. La considero la prima vera opera di Klaryssa, perché in quel momento per la prima volta ho definito il suo linguaggio artistico nelle sue modalità e caratteristiche. In KLARYSSA DIVERTITI nasce Klaryssa immersa nel suo caos visivo, stratificato, fritto e disorientante; un esercizio che affonda le sue radici nel kitsch e nel camp materializzandoli in una visione queer contemporanea».

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Mattia Giuntini
KLARYSSA DIVERTITI (2022); Fotografie: Klaryssa (Mattia Giuntini); Direzione artistica e grafica: Alessandro De Vecchi e Alessandro Schino.
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Mattia Giuntini
KLARYSSA DIVERTITI (2022); Fotografie: Klaryssa (Mattia Giuntini); Direzione artistica e grafica: Alessandro De Vecchi e Alessandro Schino.

Per ogni disciplina artistica in cui ti cimenti, che tecnica utilizzi? Perché la scegli?

«Principalmente lavoro con la fotografia nei panni di Mattia, spesso fatta con vecchie macchine fotografiche digitali, e con il video e le immagini, per la produzione di Klaryssa, anche se con lei mi prendo la libertà di fare un po' quello che mi pare. Nei panni di Klaryssa da qualche anno ho iniziato a riflettere teoricamente e tecnicamente anche sul trucco; per me una vera e propria tecnica artistica, che sento di paragonare senza troppa difficoltà alla pittura. Per questo tendo definire le opere di Klaryssa come opere a tecnica mista, nonostante si tratti spesso di video o di fotografie: la componente pittorica rimane visivamente e concettualmente parte integrante dell'opera».

Come funziona il tuo processo creativo? Cosa c'è nella tua testa?

«Anche in questo caso è necessario fare una distinzione fra Mattia e Klaryssa, visti anche gli approcci diversi che utilizzo. In entrambi parto costruendo la struttura teorica del progetto, che solitamente viene influenzata da approfondimenti o studi che sto facendo e che mi interessa approfondire con la mia produzione artistica. "Out of drag" tendo ad avere un approccio molto riflessivo, inizio a fotografare guardandomi intorno, portando la camera sempre con me e scattando quasi quotidianamente, arricchendo lentamente il corpus di immagini del progetto. Proprio per questo i miei progetti fotografici tendono ad avere tempi di realizzazione lunghi, tutt'ora sto ancora lavorando ad un progetto iniziato nel 2023 chiamato Questo nome sarà come una lunga poesia, un progetto fotografico dove metto in relazione la mia fotografia con la pittura toscana due e trecentesca, esplorando il tema della rappresentazione dello spazio. Nel caso di Klaryssa invece il mio approccio è leggermente differente: in questo caso tendo a lavorare con il mio archivio, che ingrandisco di decine e centinaia di foto e video ogni volta che sono in drag. Da questo corpus di immagini seleziono i materiali che post-produco e/o monto a mio piacimento. In generale quello che accomuna la totalità della mia produzione è il continuo rimescolarsi di influenze. Per me i TikTok che guardo la sera prima di andare a dormire e un film di Antonioni mi ispirano in egual modo: entrambi, se pur in modo diverso, sono il prodotto visivo di un tempo e di una società, e portano con se inviti alla riflessione».

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Mattia Giuntini
Mattia Giuntini, Questo nome sarà come una lunga poesia (ongoing)
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Mattia Giuntini
Mattia Giuntini, Questo nome sarà come una lunga poesia (ongoing) 

Il make-up, ma anche la moda - dettagli, abiti e accessori particolari - sono parte integrante della tua produzione artistica. Che rapporto hai con queste realtà? Come si intersecano nei tuoi lavori? Anche la performance ci entra in qualche modo?

«Per me il trucco è una vera e propria tecnica artistica di Klaryssa. Mi rendo conto di avere un rapporto molto particolare con il make-up, che in parte esce anche al di fuori della mia produzione. Per me è una forma meditativa, quasi terapeutica: posso passare ore ed ore a stare in silenzio a truccarmi; e spesso lo faccio anche indipendentemente dal volermi mettere in drag, ma solo per il gusto di farlo. Questa forte accezione personale lo ha fatto diventare non soltanto una tematica centrale per la produzione artistica di Klaryssa, ma anche parte integrante della sua identità, una delle sue caratteristiche più signature».

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Mattia Giuntini
Klaryssa (Mattia Giuntini), Back in my egocentric era (2025)

Spesso sei tu il soggetto stesso della tua arte - cosa che apprezzo molto. Amo il concetto dell'autoritratto, tu?

«Sia Mattia sia Klaryssa utilizzano l'autoritratto, ma è la mia drag-persona ad utilizzarlo con maggiore frequenza. Mi interessa in particolare modo con Klaryssa perché mi permette di analizzare due questioni interessanti come l'autoreferenzialità e la rappresentazione di se stessi. La prima è spesso una caratteristica associata al drag, per questo mi interessa materializzarla nelle mie opere, in maniera ironica, con l'auto-citazione e l'ossessiva rappresentazione (controllata) della propria immagine. Un esempio è la mia più recente opera Back in my egocentric era (2025) dove ho portato queste tematiche quasi al ridicolo: un video manifesto fatto da Klaryssa, per Klaryssa, in cui si parla della sua bellezza, della sua bravura e dei suoi innumerevoli talenti. Gli elogi e le rappresentazioni qui diventano stucchevoli e artificiosi, ma vengono fatti con toni seriosi e solennità quasi religiosa: mi piace proprio che le opere siano stridenti, come le unghie sulla lavagna».

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Mattia Giuntini
Klaryssa (Mattia Giuntini), Back in my egocentric era (2025)

Ci sono altri soggetti che ti interessa esplorare attraverso l'arte?

«Se per Klaryssa il centro del suo lavoro è se stessa, per Mattia i soggetti non sono particolarmente importanti. Ciò che mi interessa è lavorare all'opera costruendo al di sopra dell'apparato teorico, dunque cosa viene fotografato passa in un certo senso in secondo piano: paesaggi, nature morte, ritratti, tutto è egualmente valido! Penso che questo mio approccio sia particolarmente visibile in progetti come Senza Titolo (2021) dove indago le modificazioni che il medium schermo apporta a ciò che vediamo attraverso di esso. Attraverso l'uso di immagini dalla diversa natura e dai diversi soggetti, creo uno scollamento con ciò che consideriamo "fotografia", tale da spostare il processo di ri-costruzione del reale in una dimensione quasi completamente narrativa. Questo mescolamento può dare ai miei progetti un aspetto confuso, e talvolta cacofonico; ma è proprio questo quello che mi piace!».

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Mattia Giuntini
Mattia Giuntini, Senza Titolo (2021)

Vuoi comunicare qualcosa con la tua arte? Se sì, cosa?

«Comunicare forse è una parola che non si addice propriamente a quello che faccio, forse preferirei usare la parola indagare. Non è parte del mio linguaggio, sia per quanto riguarda Mattia, sia per quanto riguarda Klaryssa, comunicare qualcosa di esplicito. Io amo la forma per la forma! L'arte per l'arte! Produrre per il solo gusto di produrre! C'è da dire che anche con questo modo di fare i significati rimangono, nessuna opera è muta, alle volte bisogna soltanto grattare un po' la superficie senza aspettarsi un messaggio esplicito al primo sguardo».

Ci sono dei progetti a cui sei particolarmente legato?

«Dal 2023 faccio parte del collettivo ComoContemporanea (CoCo), un agglomerato di artisti che si occupa di rigenerazioni di spazi urbani attraverso l'arte contemporanea. Oltre ad essere una esperienza formativa di inestimabile valore (ritrovarsi a tirare su una mostra in una fabbrica praticamente abbandonata non capita tutti i giorni) mi ha permesso di sviluppare insieme a Marco Brugnera, altro componente del collettivo, uno dei miei progetti più ambiziosi: il cortometraggio Stealing my mother's blush was definitely a great idea (2023). Si tratta di un cortometraggio pubblicato nelle storie Instagram del profilo di CoCo dove Klaryssa e Victoria (drag persona di Marco) si rifugiano in questa fabbrica abbandonata esplorandola vivendo allucinazioni e sogni lucidi, per poi ripartire per l'ennesima avventura. L'opera in questo caso non si limita al film, ma si estende fino all'effettiva realizzazione di una mostra tematica del corto, con annessi vestiti e scenografie, per concludersi in un sequel, girato e trasmesso in diretta streaming, dove le protagoniste fanno un "mukbang" in macchina dopo essere fuggite dalla fabbrica. Questo progetto mi è particolarmente caro perché ho esplorato la curatela come linguaggio artistico, che si estende al di fuori dell'opera in sé, per contaminare tutto, dai fogli di sala, al piano di comunicazione, fino alle visite guidate della mostra fatte da Klaryssa la sera dell'opening».

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Mattia Giuntini e Marco Brugnera
Klaryssa (Mattia Giuntini) Victoria (Marco Brugnera), Stealing my mother’s blush was definitely a great idea (2023)Scrittura, direzione, montaggio: Klaryssa (Mattia Giuntini) Victoria (Marco Brugnera) Riprese: Bianca Brugnera, Styling Klaryssa: Gabriele Sanitate
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Mattia Giuntini e Marco Brugnera
Klaryssa (Mattia Giuntini) Victoria (Marco Brugnera), Stealing my mother’s blush was definitely a great idea (2023)Scrittura, direzione, montaggio: Klaryssa (Mattia Giuntini) Victoria (Marco Brugnera) Riprese: Bianca Brugnera, Styling Klaryssa: Gabriele Sanitate
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Mattia Giuntini e Marco Brugnera
Klaryssa (Mattia Giuntini), Victoria (Marco Brugnera), Stealing my mother’s blush was definitely a great idea exhibition (2023). Con opere di: Klaryssa (Mattia Giuntini), Victoria (Marco Brugnera), Francesca Zaglio, Gabriele Sanitate. Allestimento: Mattia Giuntini, Marco Brugnera. Exhibition View: Mattia Giuntini

In che modo la tua identità si fonde con la tua produzione artistica?

«Al momento non c'è un particolare contatto fra me e la mia arte. È scontato dire che le mie esperienze e il mio modo di vedere il mondo influenza enormemente quello che produco. Parlando nello specifico di Klaryssa posso dire che al momento non si è mai fusa con la mia persona pur definendomi io una persona queer, la ritengo una bellissima maschera che indosso a piacimento quando e come voglio, ma che ad un certo punto svanisce grazie a parecchie salviette struccanti».

Domanda di rito: che significa per te arte nel 2025? A che punto siamo? Cosa c'è, cosa manca e cosa serve secondo te?

«Non saprei darti una risposta precisa. Ho spesso l'impressione che dare un significato o una definizione all'arte sia limitante: a me piace vederla come un bellissimo (o bruttissimo) essere che muta la sua forma e le sue caratteristiche ogni secondo, impossibile da descrivere o incasellare. Definire è un'esigenza dell'uomo, per quanto mi riguarda l'arte parla da sé! (E spesso comunica più di quanto crediamo). Proprio perché provo questo sentimento verso l'arte penso che quello che manchi, soprattutto nella contemporaneità, sia un'apertura verso forme che esulano da ciò che già conosciamo (e che talvolta si svincolano dal mercato). Il semplice esistere e attraversare spazi pubblici, può essere considerato arte, e merita la stessa attenzione critica che può avere un quadro o una installazione (in passato succedeva, vorrei che riprendessero questi interessi critici). Aprirsi a nuove possibilità stimola la produzione artistica e trova forme che talvolta parlano meglio il tempo in cui viviamo. Fosse per me scriverei un articolo sia per una scultura di Lucio Fontana sia per unə drag che alle 6 del mattino dopo una serata si presenta al mercato rionale con tacchi altissimi, trucco sbavato e una gran voglia di comprare frutta e verdura».