Il balletto classico ci fa ancora sognare?
Da ex ballerina, vivo la danza classica come un sogno lontano, in cui si nasconde un desiderio di disciplina, di ritorno al passato e, talvolta, di riflettori puntati addosso. Il balletto, come specchio di ciò che vorremmo essere, racchiude per me l’essenza vera di una passione: un riflesso dei nostri desideri e dei nostri ricordi, fusi insieme in un interesse che ci accompagna per tutta la vita. Dal sogno nostalgico al fascino del rigore: ecco perché il balletto classico, visto a vent’anni, è più rilevante che mai.
Ambizione senza costanza
Quando ero piccola, mia mamma mi iscrisse a un corso di danza classica. Avevo fatto la prova con le mie due migliori amiche dell’epoca, che smisero immediatamente, mentre io, figlia di una patita di sport, non ebbi altra scelta se non continuare. Per cinque anni mi allenai nel sottotetto di un palazzo d’epoca affrescato, raggiungibile tramite scale monumentali di pietra. In retrospettiva, era una scuola davvero eccezionale. Ricordo gli chignon tiratissimi pieni di forcine, i tulle dei tutù e i palchi immensi, così come le pose ferree che dovevamo mantenere, immaginando di sorreggere delle tazzine da caffè nell’incurvatura della mano, tra pollice e indice.
Negli anni successivi la scuola di danza si spostò nel comune vicino ed io smisi. Partecipai invece ai club di teatro della mia scuola, dove erano in programma uscite frequenti al Regio di Torino per vedere i balletti. Da adolescente ero la fan numero uno delle puntate MTV di Pif - Il Testimone e riguardavo in replay quelle su Eleonora Abbagnato. Vedevo il fascino di una vita che, sì, avevo intravisto per un breve periodo da bambina, ma che certo non mi apparteneva: un po’ per mancanza di talento, ma soprattutto per mancanza di disciplina.
Negli anni dell’adolescenza, in cui sembra d’obbligo abbandonare gli interessi di quando si è piccoli, in un periodo di ribellione quasi forzata e onnipresente, persi di vista la danza classica, finché, a ventidue anni, mentre lavoravo come assistente camera, mi chiamarono ad assistere a un servizio fotografico presso la Royal Opera House di Londra. La produzione si preparava alla realizzazione del balletto di Cenerentola e l’enorme officina era straripante di finto muschio, carrozze intagliate e un palazzo di grandezza quasi naturale; sapevo che, a prescindere dall’età, chiunque sarebbe rimasto a bocca aperta davanti a tanta bellezza. Era confortante sapere che, mentre attorno a me, in una Londra post-pandemica, vedevo le arti creative cadere o a malapena sopravvivere, la grandezza e solennità del balletto classico non solo sopravviveva, ma si ergeva intatta e grandiosa.
Essere parte di qualcosa di grande
Durante il servizio fotografico mi intrufolavo tra una nicchia e l’altra, disturbando gli artisti e chiedendo come facessero a dipingere sul pavimento in piedi, senza rompersi la schiena, o quale fosse stato il loro percorso per arrivare a far parte di una realtà per me così interessante. Ad affascinarmi, non era necessariamente la smania di essere al centro di un palco, né tantomeno il ricordo dei collant che sfregavano sulle cosce, di cui ancora mi sembra di sentire il fastidio: per me il balletto dimostra come rigore e disciplina possano portare ad un risultato di massima bellezza, quasi fiabesca. I ballerini mi sembravano esseri superiori e celestiali, forse perché, di fatto, lo sono. Ho visto Roberto Bolle all’Arena di Verona poco tempo fa. Ero a bocca aperta e pensavo alla forma che il corpo umano è in grado di raggiungere agli estremi della disciplina, alla bellezza dei movimenti, all’essere all’apparenza leggeri come l’aria, come Nicoletta Manni mentre interpreta Giulietta accanto a Timofej Andrijashenko, compagno di scena e di vita. Ecco, forse è questo che mi affascina veramente del balletto: un senso di disciplina che non mi appartiene e che faccio una fatica immensa a coltivare. «Vivi di ambizioni, ma non hai costanza», mi dice mia mamma, la prof del liceo, i tutor d’università… E così, com’è giusto, bramo ciò che è distante da me. Tant’è che anche le mie amiche ammirano Bolle sia per l’arte che trasporta in ogni suo movimento, sia per la costanza e la disciplina che lo portano a essere oggi in una forma unica. Non faccio di questa ammirazione un sentimento di tossico struggimento. Invece, per me il balletto rimane una passione che invita a raggiungere la versione migliore di me stessa. Mi chiedo se sia la stessa cosa per chi segue lo sport.
Dalla danza ai musical: quando lo spettacolo entra sottopelle
Può il balletto ancora piacere? Penso che una sua estensione popolare di oggi siano i musical, da Wicked a Mamma Mia!: così popolari tra le generazioni più giovani forse per le trame insormontabili, ricche di temi di amicizia, amore e famiglia; sicuramente per il coinvolgimento emotivo che arrecano agli spettatori, il cantare le canzoni a squarciagola, sognando di essere a bordo di una barca a vela in Grecia. Confesso di non aver amato Wicked. La mia amica Char invece, conosciuta mentre lavoravamo in una boutique di Notting Hill, cantava il soundtrack non-stop per le otto ore che trascorrevamo insieme giornalmente. Per lei, il film rappresentava la realizzazione di una passione per i musical che amava da bambina, realizzata successivamente con corsi di canto. Così come io sognavo i grandi palchi e il rigore dietro a risultati così grandi, le mie amiche coltivano passioni che sono nate nei loro anni da bambine, risultato delle loro essenze, e desideri di espressione alla massima potenza. Sognano cantare a squarciagola e ballare insieme, perché questo è il potere di un bello spettacolo, anche a vent’anni: il far provare emozioni profonde, il trasportare una passione sotto i riflettori, al di fuori dei canti e balli improvvisati sotto la doccia di cui forse siamo tutti colpevoli…io almeno, di sicuro.








