Due anni e mezzo dopo la sua uscita, “Break My Soul” di Beyoncé resta la colonna sonora dei miei viaggi in treno, specialmente quando mi sento sotto pressione. Tipo il lunedì mattina, mentre fisso le rotaie arrugginite sul binario, e il mantra «release your job, release the time» mi rimbomba in testa dalle cuffie, infondendomi il coraggio necessario per arrivare in ufficio. C’è in coda “Piano Di Lavoro” di Ghemon, che parte quando salgo sulla carrozza stracolma delle 8:05 – pure in ritardo – dove cerco un posto a sedere che puntualmente non trovo mai.
Non sono certo l’unica a rifugiarsi nella musica per trovare un po’ di conforto, o a desiderare una via d’uscita dalla routine lavorativa fin da quando apro gli occhi. Basti pensare che negli ultimi anni c’è stato un aumento significativo delle dimissioni aziendali in tutto l’Occidente. In Italia, per esempio, sono oltre 2 milioni le persone che hanno abbandonato il proprio impiego dopo la pandemia. A rincarare la dose sono arrivati sui social trend come il “quiet quitting”, i “lazy girl jobs” e persino i “bare minimum mondays”, che hanno messo in discussione i meccanismi capitalisti nei quali abbiamo sempre creduto fosse giusto vivere. E mentre i quotidiani titolano sugli stipendi più bassi di sempre e un’inflazione che ha eroso il nostro potere d’acquisto, io forse, a questi meccanismi, non ci credo più.
Il fatto è che, nella società attuale, i percorsi professionali sono meno lineari rispetto al passato. Mentre i nostri genitori riuscivano a lavorare nella stessa azienda tutta la vita, per la maggior parte di noi l’idea di scegliere un impiego che duri per sempre è ansiogena. E gli stipendi sono comunque troppo bassi per pensare di costruirci un futuro, comprare una casa, fare dei figli. E così, decidiamo di fuggire, soprattutto all’estero, in cerca di occasioni migliori.
Secondo un’indagine Ipsos, realizzata su un campione di 1200 ragazzi, l’Italia è poco attrattiva in termini di opportunità, e il 35% degli under 30 è pronto ad andarsene per guadagnare di più. E come se non bastasse, il rapporto mondiale sui salari dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (una branca delle Nazioni Unite), ha evidenziato come gli stipendi reali italiani siano diminuiti dell’8.7% rispetto al 2008. Insomma, scappare sembra essere l’unica scelta ragionevole per condurre una vita dignitosa.
Per molti, inoltre, lasciare una posizione lavorativa per ottenerne una nuova è l’unico modo per conseguire un aumento di stipendio, nonostante alle aziende, paradossalmente, costi di più investire nel processo di assunzione rispetto che convincere un proprio dipendente a restare.
Il mito dello smart working
La pandemia è stata una tragedia su moltissimi fronti. Ma fra gli aspetti positivi che ci ha lasciato, c’è sicuramente l’aver capito che non serve essere sempre presenti sul posto di lavoro. Quando siamo stati obbligati a svolgere le nostre mansioni da remoto, ci è stata regalata la possibilità di dimostrare che si può essere efficienti anche senza recarsi fisicamente in ufficio o rimanere fino a orari improbabili. E col passare degli anni, la flessibilità è diventata il fondamento di pratiche aziendali che prima erano considerate un miraggio: finalmente, il desiderio della nostra generazione di instaurare un equilibrio più sano tra vita professionale e privata, sembrava essere diventato non solo realtà, ma una necessità, e non più un lusso. Oggi, invece, qualcosa è cambiato, e questo sentimento si sta velocemente deteriorando.
Alessandro ha appena iniziato a lavorare come assistente legale in un’azienda. Esce di casa alle 6 del mattino e spende una quantità di denaro considerevole per l’abbonamento ai mezzi pubblici. Questo non è quello che aveva immaginato quando si è laureato – dopotutto, durante la pandemia, ha passato gli anni di università studiando su Zoom. Vista la natura prevalentemente amministrativa del suo ruolo, non avrebbe bisogno di essere presente in ufficio tutti i giorni, e, tra l’altro, non ha grandi interazioni con i colleghi. Eppure, è costretto a recarsi in sede cinque giorni alla settimana, con tutte le difficoltà e le frustrazioni del caso.
Al contrario, tante altre compagnie ritengono che fare smart working sia utile per migliorare la cultura aziendale, e numerosi studi dimostrano come l’equilibrio conferito dalla modalità ibrida renda le vite dei dipendenti più sane e produttive. E come evidenzia anche il report dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, l’adozione di questa pratica porterebbe addirittura a un aumento della soddisfazione personale. Senza contare i vantaggi sul piano dei costi aziendali, dati dalla riduzione degli spazi e il conseguente risparmio sugli affitti e sul dispendio energetico, che è positivo anche per l’ambiente. Ma se è tutto così okay, perché lo smart working è ancora così discusso?
In parte, la risposta ha a che fare con dinamiche di potere. La legge italiana, infatti, lascia libere le imprese private di scegliere se adottare il lavoro a distanza o meno, ma nel caso in cui venga applicato, chiede di dare priorità a categorie come i lavoratori con figli fino ai 12 anni, i caregivers o le persone con disabilità. Ma il problema sta proprio nella libertà di scelta lasciata alle aziende.
Gemma Dale, direttrice delle risorse umane e docente presso la Liverpool Business School, sottolinea: «Se i manager partono dal preconcetto che il lavoro da remoto sia problematico, è facile incolparlo di tutte le difficoltà aziendali». Inoltre, secondo la sua esperienza, l’eventuale imposizione del rientro in sede solleva dubbi sul piano dell’inclusività, poiché pecca di considerazione verso i casi individuali.
Basta pensare alle donne e alla “motherhood penalty”, quella posizione di svantaggio carrieristico e salariale data dalla maternità. «Che ci piaccia o no, le donne si fanno carico della cura dei figli», spiega Lauren Fabianski, responsabile delle campagne e della comunicazione per l’associazione Pregnant Then Screwed, che vede la modalità ibrida come la chiave del successo femminile sul posto di lavoro, e ci ricorda che svolgere il proprio impiego da remoto non è un premio da conquistare. Lo dimostra anche una ricerca della società McKinsey, dove emerge che il 38% delle mamme con figli piccoli sarebbe costretto a lasciare il lavoro se non venisse offerta alcuna flessibilità. E come dice Fabianski: «Se non investiamo nelle famiglie ora, ne risentiremo tutti più tardi».
Naturalmente, questo vale solo per chi lavora in ufficio. Per insegnanti, badanti, medici, infermieri, personale impiegato nel commercio o nel turismo, il lavoro “smart” non è nemmeno un’opzione, e incide ancora di più sul divario di opportunità.
Diversi modi di vivere
Con l’evoluzione di nuove modalità lavorative cresce anche la disparità di esigenze, soprattutto quando due generazioni si incontrano, e ciò che viene considerato “normale” da una, non lo è per l’altra. Secondo Federica, 25 anni, assistente nel settore moda, questo si manifesta nell’approccio agli straordinari: «I colleghi più anziani si aggrappano a procedure arretrate solo perché hanno sempre fatto così. Io voglio utilizzare la flessibilità che mi viene concessa». E se Federica passa una settimana a lavorare dalle 6 del mattino alle 23 per un servizio fotografico, o se è costretta a saltare il pranzo e uscire tardi, perché non dovrebbe concedersi un po’ di tempo per riprendere fiato nei giorni successivi?
Jayne Busby è la direttrice delle risorse umane alla società TGW Limited, che conta più di 4000 dipendenti in tutto il mondo, e ritiene sia giunto il momento di accettare che le cose sono cambiate. «Gestisco molti giovani e ho una figlia di 18 anni: la nuova generazione ha un approccio al lavoro completamente diverso da noi. Sono molto più selettivi su ciò che fanno, hanno molte più aspettative, e sono raggiungibili solo durante le ore in cui sono pagati. È la professione a doversi adattare alla loro vita, non il contrario».
Un’indagine di Intelligent.com, basata su 1000 dirigenti, ha però rivelato che non tutti i capi d’azienda sono come Busby: molti licenziano i nuovi arrivati in pochi mesi dall’assunzione, accusandoli di una scarsa etica lavorativa e di essere poco disponibili a svolgere le mansioni assegnate nei tempi prestabiliti. Ma se da un lato porre dei limiti a ciò che si è disposti a fare potrebbe creare dissenso fra i colleghi più anziani, o addirittura costarvi la posizione, dall’altro, saper dire dei no è una necessità se si vuole sopravvivere. Esiste quindi un modo di tutelare sé stessi e fare anche carriera?
Dale ritiene che la tensione tra datori di lavoro e dipendenti terminerà solo quando la Gen Z otterrà posizioni di rilievo e responsabilità. Fino ad allora, Busby sottolinea che la propria professione non deve invadere la vita personale, e se vi sentite sfruttati ma non avete la possibilità di licenziarvi, consiglia di procurarvi una copia delle politiche aziendali. In questo modo, se si presenterà l’occasione, potrete esporre le vostre preoccupazioni e dimostrare come le dinamiche professionali che vivete stiano avendo un impatto negativo sul vostro benessere. «Scegliete il momento giusto, fissate un appuntamento e siate rispettosi e disponibili. Siate pronti a dialogare con diplomazia. Ma soprattutto siate aperti all’ascolto, e confrontatevi con il vostro manager. Di solito, si riesce sempre a trovare un compromesso».
Federica accoglie con favore la proposta: dice di amare molto il suo lavoro, ma non vuole che la sua identità sia legata esclusivamente alla sua carriera. «Vedo che i miei colleghi più anziani hanno esperienza, conoscenza e un’etica ferrea nell’ambito professionale. Questo è davvero stimolante e ho molto da imparare da loro», dice. «Ma io non sono disposta a lavorare come le generazioni precedenti, voglio tutelarmi e in questo non c’è niente di male. Stiamo ridefinendo il concetto di successo. Per me si tratta di libertà, equilibrio e obiettivi. Voglio una vita anche al di fuori del mio lavoro». E in fondo, non è forse quello che desideriamo tutti?













