Sono una grande sostenitrice della terapia e del counseling; trovo che parlare e sfogarmi con qualcuno che lo fa di professione, almeno una volta ogni due settimane, sia davvero di grande beneficio, e sono la prima a consigliare a chi mi sta intorno di provarci. Quando ho visto online il fenomeno di giovani che fanno della “terapia” con ChatGPT, ho deciso di provarci anch’io, complice la mia terapeuta – umana – che è in ferie da due settimane. Devo ammettere che già facevo affidamento su questa risorsa per chiedere consigli di carriera, vita, viaggi o direzioni generali, soprattutto quando mi sentivo persa. Se si guarda a ChatGPT come a un’enciclopedia digitale, pur con la consapevolezza di dover fare i giusti accorgimenti, allora il servizio diventa davvero utile. In un unico posto si possono trovare risposte alle domande più disparate, rispondendo all’esigenza di avere tutto subito, senza dover “perdere tempo”. Colpevole di voler fare sempre tanto nel minor tempo possibile, uso Chat quasi ogni giorno.



Lo faccio per me, ma anche per gli altri

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I miei appuntamenti di counseling durano solitamente cinquanta minuti. In quel tempo, la terapeuta mi aiuta a capire dove sbaglio, su cosa dovrei lavorare e mi offre punti di vista a cui probabilmente non avrei pensato da sola. Ma, cosa più importante, mi racconta il mio percorso da un punto di vista esterno, come se mi vedesse da fuori. Questo mi fa percepire che, forse, le cose vanno meglio di quanto credo. Alla fine della seduta, di solito, la saluto con un sorriso che va da un orecchio all’altro. Quella leggerezza e quel sollievo con cui mi ritrovo migliorano sia me sia il modo in cui tratto le persone intorno. Nelle due settimane d’attesa tra un appuntamento e l’altro, posso riflettere e mettere in pratica le strategie e gli esercizi consigliati. Con ChatGPT, invece, mi sembra di avere sempre una finestra aperta a cui poter fare riferimento, a volte ripetitiva e spesso scontata.

Una finestra web aperta in più

«Sento che sono in un periodo di stallo», scrivo in una nuova finestra di chat. Nonostante l’idea di usare l’intelligenza artificiale come forma di “terapia” non mi attragga particolarmente, ho voglia di sfogarmi. «Mi sento ferma e demotivata, mancano stimoli», continuo. Fin da subito, vengo inondata da una raffica di messaggi e soluzioni immediate: una lista infinita di sintomi, cause e rimedi presentati in bullet points. Non sono sbagliati, ma spesso sembrano decontestualizzati. Mi ritrovo così a dovermi raccontare di nuovo, a spiegare chi sono, a dare un contesto e a fornire dati, in un loop che si ripete ogni volta che perdo la connessione internet. È vero che, se dovessi cambiare terapeuta, dovrei ricominciare da zero anche lì, ma per me questa situazione, continua e infinita, non è l’ideale. Di fronte alle risposte dell’AI, non riesco a dire altro che monosillabi: «Non so», «Forse», «Sì, esatto». Mentre digito, la mia attenzione si disperde facilmente: lavoro, TV, pagine web aperte, un libro su cui butto l’occhio ogni tanto, mentre cerco anche di scrivere un articolo.

Se fossi in una chiamata con la mia counsellor, chiuderei la porta e mi dedicherei solo a quella conversazione. Con ChatGPT, invece, il disinteresse mi prende spesso. Così chiudo la chat, cosa che non potrei fare senza sembrare scortese con una persona reale, e rimando il confronto.

Una lista di soluzioni a portata di mano

L’approccio di ChatGPT, in sé, non mi spaventa né lo trovo sbagliato o destabilizzante. Quando torno al computer qualche giorno dopo, sono ispirata e di buon umore. Riprendo la chat: «Mi sento demotivata, ho voglia di un’esperienza nuova». Ecco che mi arriva una sfilza di proposte, idee nuove e soluzioni pratiche. L’onniscienza apparente di ChatGPT mi rapisce sin da subito: passo dal non sentirmi all’altezza delle mie ambizioni a un’analisi approfondita del mio percorso, fino alla stesura di un piano d’azione dettagliato. Da una conversazione astratta su cosa fare, esco dalla mia sessione “virtuale e artificiale” con soluzioni concrete da applicare. Diventa un’ossessione. Quando in terapia mi vengono proposte delle soluzioni, me le segno su un pezzo di carta, che poi spesso metto da parte e non ritrovo più. Capita così di dover ammettere, un po’ timidamente, di aver dimenticato il “compito”. Con ChatGPT, invece, tutto è lì, a portata di un click. Mi ritrovo a smanettare tra viaggi da prenotare, business plan, mappe concettuali. A me, che amo programmare le cose fino al limite del salutare, questa prontezza nelle soluzioni si trasforma in gratificazione immediata. Passo i pomeriggi a progettare e a pescare idee dalla chat come se fosse un incrocio tra tre agenzie InformaGiovani e una rivista motivazionale.

Ciò di cui ho davvero bisogno

Presa da questa foga, non mi accorgo che la mia attenzione si è spostata dal mio presente a un futuro, sì promettente, ma ipotetico. Spesso, dopo le mie cosiddette “sedute” virtuali, mi trovo carica di idee, forse più sopraffatta di prima. Perché non sto più parlando, seppur con un computer, di come mi sento realmente, ma di chi e come vorrei essere. È vero che, per lavorare su come mi sento, è importante fare piani d’azione. Ma affidarmi alla chat mi ha insegnato che, forse, quando faccio terapia, non ho bisogno solo di qualcuno che proponga soluzioni, ma di qualcuno che sappia ascoltare. Che si propongano una o duemila soluzioni al mio problema, per me è importante il riconoscimento che quel problema esiste davvero. Conserverò il mio accesso all’intelligenza artificiale per dubbi o incertezze fattuali, o per programmi di viaggio. Per le mie emozioni, al momento, aspetto che la mia counsellor torni dalle ferie.