Tra Instagram e TikTok circola un meme con due cavalli che osservano tranquilli l’esplosione di un vulcano in lontananza. «Ecco come ci si sente a voler perseguire una carriera creativa nella situazione attuale», legge la descrizione. È come trovarsi di fronte a uno scenario apocalittico ignorando il problema, guidati da una vaga e psichedelica speranza di “farcela”, che a tratti assomiglia a una pazzia. Lavorare nella filiera creativa è complesso per tutti, specialmente per chi fa parte di categorie marginalizzate. Eppure, tra discriminazioni e precarietà, molti continuano a provarci. Secondo il report Io Sono Cultura 2024 di Fondazione Symbola e Unioncamere, sono oltre 1.5 milioni gli italiani, soprattutto i giovani under 34 (il 23,3%), a lavorare con la creatività; segno che la Gen Z continua a credere nel valore dell’espressione personale. Ma il confine fra sconforto e consapevolezza, ostacoli e margini di possibilità, è sempre più sottile.
Non molto tempo fa, nella sua newsletter, un’ex allieva della Scuola Holden ha tracciato un quadro avvilente sulla nota istituzione di scrittura creativa dove si era formata, descrivendo rette da 10.000 euro all’anno, competizione «onnipresente», scarso sostegno agli studenti nel loro tentativo disperato di farsi notare. Nel cinema, con l’erogazione dei fondi pubblici e un evidente gender gap, la situazione non è tanto migliore. Dei cinque film italiani in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, nemmeno uno è diretto da una donna. Nella moda, il panorama cambia di poco, un universo dominato da uomini, dove le donne alla direzione creativa sono eccezioni che si contano sulle dita: come Meryll Rogge appena nominata da Marni, Louise Trotter a Bottega Veneta, Chemena Kamali a Chloé.
«Per chi lavora in ambito creativo sentirsi rappresentati conta tantissimo», mi dice Denise Santoro che, dopo una carriera nel mondo dell’intrattenimento, ha fondato a Milano Edge Management, agenzia che si rivolge a giovani creativi in campi molto diversi; dall’arte, alla moda, alla musica. «Fino a un anno e mezzo fa», spiega, «sembrava ci fosse più spazio per la diversity, i corpi non conformi, per le persone della comunità LGBTQIA+, e questo dava fiducia. Ora, invece, soprattutto nella moda, si sta tornando indietro». Santoro, però, crede molto nei talent con cui lavora e nelle possibilità che l’influencer marketing può offrire. «I social hanno trasformato lo scouting e sono una vetrina per il proprio talento a costo zero. Poi, però, serve avere qualcosa da dire, uno storytelling autentico e organico rispetto alla propria audience. Anche i brand se ne stanno accorgendo. Per questo dico sempre: “Trovate la vostra voce, spingete su quello che siete e non focalizzatevi sui like e la competizione con gli altri”».
Tra le cose di cui Denise Santoro va più fiera, c’è il fatto che i giovani talenti di Edge Management riescano a mantenersi con i guadagni del loro lavoro. La questione degli introiti, del resto, è centrale. Secondo uno studio svolto da Art Workers Italia, associazione autonoma e apartitica, tra i lavoratori artistici lo strumento fiscale più diffuso è la partita IVA, e il reddito annuo risulta inferiore ai diecimila euro per quasi la metà del campione. «Il lavoro culturale nel campo dell’arte contemporanea è spesso segnato da un’estrema frammentazione: contratti atipici o assenti, prestazioni gratuite mascherate da opportunità, ambiguità tra professione e passione», spiega un rappresentante di AWI. «Le difficoltà più comuni sono la precarietà strutturale, l’assenza di regolamentazione e tutele, la mancanza di trasparenza nei compensi e l’isolamento professionale».
Il precariato, mescolato all’ambizione, spinge i liberi professionisti ad accettare qualsiasi condizione economica proposta, a mostrarsi compiacenti e malleabili. Si dimostra dedizione e intanto si cercano strategie per affrancarsi dal potere altrui e, prima o poi, ottenere una maggiore autodeterminazione o la semplice possibilità di dire qualche “no”. «La flessibilità è spesso presentata come libertà», spiega AWI, «ma nella pratica si traduce in vulnerabilità e ricattabilità».
Nel romanzo edito da 66thand2nd, Estate caldissima, l’autrice Gabriella Dal Lago descrive tra i personaggi una ragazza, Alma, che decide di lasciare il lavoro, iniziare a collaborare con un’agenzia pubblicitaria come partita IVA e tornare a vivere dai suoi. Una sera si chiede a voce alta «ma cosa sto facendo?», ed è una domanda che, chi fa un lavoro creativo, tende periodicamente a porsi. «Per ora mi dico che lo faccio perché mi piace più di qualsiasi altra cosa nella vita», spiega Dal Lago, parlando della scrittura, «però mi rendo conto che la precarietà finisce per dare forma alla tua vita, anche affettiva ed emotiva».
Giorno per giorno, il “farcela”, più che rappresentare un obiettivo, diventa un riuscire a navigare a vista, senza concedersi di pensare al lungo termine, per evitare che il presente proietti l’ombra di un futuro insostenibile. Ma anche andare avanti facendo ciò che si ama. L’autrice parla di «strategie di adattamento per preservare gli spazi di studio e di ricerca». Questo, per sua esperienza, implica trovare un equilibrio, fare più di un lavoro, cercare impieghi che possano amalgamarsi alla scrittura, ricavare del tempo per fare ciò che si ama alle proprie condizioni, perché non sempre la creatività riesce a piegarsi ai tempi dettati dalla necessità di mantenersi. «Io nella vita voglio scrivere romanzi», spiega Dal Lago, «nella mia testa è quello che mi immagino essere il mio lavoro principale, anche se poi, alla chiusura del 730, è la cosa da cui guadagno meno».
Le strategie, però, non possono essere solo individuali. Per questo AWI fornisce una serie di strumenti, come la Guida ai Compensi Minimi Raccomandati, oppure il Calcolatore, un’applicazione web per stimare retribuzioni eque, ma anche sportelli di consulenza giuridica e fiscale.
Facendo rete, osserva Gabriella Dal Lago, «leggendosi a vicenda, parlandosi, scambiandosi libri», ma anche sviluppando una coscienza collettiva, è possibile costruire strade alternative. La scarsità di fondi e opportunità nei settori creativi, così come le dinamiche social, spingono a credere che solo diventando Le più brave (come l’omonimo saggio di Dal Lago su competizione e sorellanza, scritto per i Quanti Einaudi) si possa raggiungere la notorietà e ottenere quel minimo di tutele che il precariato nega. Creare delle connessioni, invece, secondo l’autrice: «È veramente l’unico modo di opporsi alla logica del “punto al cielo”. Perché, quando hai puntato al cielo, poi rimani da sola, dato che non tutti riescono a salirci. La rete, invece, può fare due cose magiche: può dare speranza, ma può anche fornire aiuto e confronto concreto».













