Il trio, nelle amicizie, funziona?

Che venga dall’esperienza personale o dalla cultura pop, il trio nelle amicizie ha spesso una reputazione controversa. Tra dinamiche sbilanciate, inside jokes e momenti di esclusione, ci si chiede: può davvero funzionare?

Nel negozio di Londra in cui lavoravo, c’erano sempre tre persone assegnate allo shop floor: una alla cassa, una all’ingresso ad accogliere i clienti, e una “extra”, pronta a coprire ogni evenienza. In quei turni lunghissimi, mi capitava spesso di lavorare con le stesse due colleghe, e fra grucce e pacchetti, nacque pian piano un’amicizia. Anni dopo, sono entrambe venute in Italia a trovarmi. Dopo una lunga giornata a girare per Torino, ci siamo accasciate insieme sul divano di casa, con una coppetta di gelato in mano, a guardare Mamma Mia. Fra una canzone e l'altra, ci siamo ritrovate a riflettere su quanto spesso, nei film e nelle serie, le amicizie sembrino formate proprio da tre persone. Come se non fosse solo la norma, ma quasi una regola, e noi ne eravamo l'esempio perfetto.

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Forse è il nostro cervello a prediligere dei pattern, e il numero tre, così frequente nella cultura pop, ci resta più impresso. Tre membri in Destiny’s Child. Tre protagonisti in Harry Potter... Ma se ci penso a fondo, mi accorgo che sì, il numero tre è presente, ma in moltissimi casi si trattava in realtà di quartetti, o di duo mascherati da trio. Pensiamo a Mean Girls: da tre a quattro, ma la dinamica centrale sembrava ruotare attorno a un trio, che in realtà era un duo dominante. In H2O sono in tre, ma non si possono separare da Lewis. Lo stesso vale per Zoey 101 e molte altre serie. In tutti questi esempi, le amicizie cambiano, si evolvono: alcuni amici scompaiono, altri si aggiungono. E così è la vita. Il trio è una formazione che certo ha un fondamento psicologico e visivo: funziona bene narrativamente, crea interessanti dinamiche amorose, equilibrio. Ma nelle amicizie reali? Può davvero funzionare?

Un mito da sfatare

C’è una certa retorica che dice che i trio non funzionano. Oggi so che può essere vero… ma non è sempre così. Mentre ne parliamo, la mia amica mi dice: «There’s always a duo in a trio». E forse ha ragione. Ma non è detto che questo sia sempre un problema. Anche lei fa parte di un trio all’università: c’è un duo evidente, ma la terza ragazza, dice lei, «è molto indipendente, e sembra non risentirne. Anzi, sembra che preferisca restare un po’ più distaccata. E questo non toglie valore al legame che ha con te. A volte, semplicemente, c’è chi predilige i propri spazi.» Ma mi chiedo: è davvero così? La sua amica è indipendente… o non vuole far vedere che le pesa?

In qualche modo però, mi convince che non ci sia nulla di male nei duo all’interno di un trio, e in effetti dipende molto da chi siamo e da cosa cerchiamo in una relazione- questo vale in amore e in amicizia. Alcune persone hanno bisogno di legami stretti, costanti. Altre preferiscono restare un passo indietro, mantenere uno spazio personale. Crescendo, mi sono ritrovata in diversi trio. Alcuni si sono evoluti, altri si sono ampliati, altri ancora sono rimasti uguali per anni. Le mie prime due migliori amiche, alle elementari, erano cugine di primo grado. Ho dei ricordi tenerissimi di quei momenti insieme, ma anche la consapevolezza che tra loro esistesse un legame naturale e inscindibile. Io facevo di tutto per assicurarmi che nessuna delle due si sentisse esclusa. Ma sapevo che quel duo esisteva già, e che non avrei mai potuto competere. Per me, però, andava bene così. Non mi hanno mai fatta sentire esclusa, percepivo che mi volevano bene, e che la mia presenza fosse sincera nel gruppo. Perché lo scopo in quell’amicizia, se proprio dobbiamo trovarne uno, non era l’assicurarmi di fare parte del loro nucleo, ma divertirsi insieme, ridere, giocare, tornare a casa dopo l’essersi viste con un sorriso stampato in faccia.

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La chiave è la comunicazione

Il vero problema, secondo me, nasce quando manca la cura. Quando sei quella che cammina più lentamente sul marciapiede, e nessuno si ferma ad aspettarti. È un esempio semplice, ma per me è molto significativo. In un trio, può succedere che due siano più avanti, parlino tra loro, e nessuno si volti a controllare se ci sei ancora. Come quando ci si parla e la terza non ha sentito. Quanto costa il rispiegarsi, piuttosto che spazzare via il tutto con un “niente, lascia stare”? Non tanto per il contenuto quanto per il gesto che comunica: “Non era importante che tu lo sapessi”. Più persone ci sono in un’amicizia, più energia circola, più storie si intrecciano. Ma ci sono anche più punti di vista, più rischi di fraintendimenti, più possibilità di conflitti.

Spesso i trio nascono da gruppi più ampi, e all’interno di questi si formano nuclei. A volte, però, in quei nuclei emerge un duo dominante che, anche senza volerlo, tende a escludere il terzo. La chiave, come spesso accade, è l’intenzione. Se c’è la volontà di condividere davvero, di creare legami sinceri, di coinvolgere tutti, allora un trio può funzionare. Altrimenti si rischia di trasformare qualcuno nel temutissimo «amico jolly», quello che viene invitato solo alla fine, con un: «Noi usciamo, se ti va di aggiungerti». Una frase che ho sempre trovato terribile. Al massimo si potrebbe dire: «Pensavamo di uscire, ti va? Sei libera?»

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Oppure, ancora meglio, coinvolgere tutti fin dall’inizio nella scelta dei piani. È un piccolo gesto, ma cambia tutto. È il segno che la tua presenza è pensata e desiderata, non solo tollerata.

Conta chi ti guarda negli occhi

Io e le mie amiche abbiamo finito Mamma Mia. Pensiamo che forse l’amicizia va oltre i conti matematici, che non conta se si è in tre, quattro, sei o due. Che la cosa più importante è tornare a casa un po’ più serene di quando si è uscite. Che non conta quante sedie ci siano attorno al tavolo, ma chi si prende il tempo per guardarti negli occhi mentre parli. Perché non esiste una formula perfetta per l’amicizia. Ma se c’è affetto sincero, attenzione, e la volontà di esserci davvero, anche i trio, con tutte le loro sfide, possono funzionare.