Quando sono a bere una cosa con le mie amiche più strette parliamo tanto e di tantissime cose: musica, graffiti, poesie, film, famiglia, ricordi, sogni ed emozioni; le frequento da tanti anni e i discorsi sono sempre molto vari tra loro, poche volte si ripetono. C'è un argomento che però ritorna sempre, oltre ai ragazzi e agli attacchi di panico (spesso collegati), e cioè i soldi. O meglio, il fatto che non ne abbiamo. Non conto neanche più i messaggi su Whatsapp, agitatissimi, che mi manda una partita iva che non riesce più a dormire, così come quelli stremati di una dipendente che non sarà mai pagata abbastanza per ricevere, dal suo capo, messaggi alle 3 di notte dopo un venerdì di ferie.
Veniamo da famiglie che ci hanno sempre detto "stare bene", nella media: i nostri genitori o sono professori all'itis o sono ostetriche, o sono maestre di scuola elementare o sono impiegati dell'ASL. Non ci è mai mancato nulla, sappiamo di essere privilegiate. Eppure, quando andiamo a fare la spesa, contiamo i centesimi e sommiamo gli sconti, sappiamo che in vacanza teniamo uno stile di vita che non potremmo davvero permetterci, di vestiti ne compriamo pochi e quasi sempre su Vinted o al mercato, a volte rinunciamo alle cene nei ristoranti, all'ennesimo aperitivo. Dieci euro di spirtz sono pur sempre dieci euro. Siamo più o meno coscienti che da sole non riusciremo mai a comprarci una casa a Milano, città in cui vogliamo vivere; non mettiamo da parte quasi niente di quello che guadagniamo, fare figli ci sembra un miraggio irraggiungibile – chissà se quando e nel caso in cui potremo permettercelo, potremo ancora. Tra di noi c'è chi fa all'incirca un lavoro che gli piace e che può farlo solo grazie all'aiuto economico dei genitori – altrimenti non guadagnerebbe abbastanza per pagarsi una stanza – e chi, al contrario, senza una mano esterna, ha uno stipendio più alto, ma passa il tempo in un ufficio che non sopporta, sacrificando un percorso in linea con i suoi interessi.
Non so cosa sia il futuro; se mi fermassi a pensarci troppo, credo che smetterei di fare quello che mi piace fare, e in cui mi sento di essere pure abbastanza brava, cioè vivere. Non lo so se siamo povere, non so più cosa significa essere poveri. So che le diseguaglianze sociali assumono forme ben più ingiuste di queste e che il mondo, e l'Italia, chiedono tanto alle generazioni più giovani, senza offrirgli praticamente nulla in cambio. È davvero colpa dei nostri genitori o dei nostri nonni se oggi stiamo così? Come ce lo riprendiamo il futuro?
Sono tante le domande che ci occupano la testa a cui è forse troppo pretenzioso anche solo pensare di trovare delle risposte soddisfacenti: insieme a uno psicologo e a un militante ci abbiamo però provato, almeno un po'.
Aumento del costo della vita: come stanno i giovani lavoratori nel 2025
«Negli ultimi anni, sempre più giovani tra i 25 e i 30 anni si trovano a vivere un paradosso: nonostante studino, lavorino e si impegnino, fanno fatica ad arrivare a fine mese. – ci spiega il Dott. Lorenzo Giacomi, psicologo di MioDottore – L'aumento del costo della vita, tra affitti, bollette, spesa e sanità, non è stato accompagnato da stipendi adeguati o da vere opportunità di crescita». Questa discrepanza, oltre che un problema economico, diventa un fattore che incide profondamente sul benessere psicologico. «La precarietà diventa cronica, l'instabilità permea ogni ambito della vita e porta con sé sintomi come ansia, insonnia, irritabilità e un persistente senso di inadeguatezza. I giovani si sentono spesso bloccati in una routine che non porta da nessuna parte, logorati da una stanchezza che non è solo fisica, ma anche emotiva». Il mondo del lavoro riflette e amplifica queste difficoltà: «Contratti instabili, stage sottopagati, lavori freelance senza tutele sono la norma per molti under 30, che si trovano a lavorare molto, spesso oltre l'orario previsto, per guadagni minimi. – continua Giacomi – Questo porta a forme di burnout precoce, con sintomi come esaurimento emotivo, distacco dal lavoro e perdita di motivazione, proprio in quella fase della vita in cui si dovrebbe avere energia e progettualità». Ma il burnout «colpisce anche chi si sente fermo, senza direzione, intrappolato in un sistema che richiede tanto ma restituisce poco. Tutto questo rende ancora più difficile immaginare un futuro stabile, creare progetti di vita o sentirsi davvero adulti».
Le difficoltà economiche, secondo Vittorio Cateni, da tanti anni militante politico attivo sul territorio di Livorno, prima in collettivi studenteschi, poi in un partito, Potere al Popolo, non sono circoscrivibili unicamente a dei dati dati anagrafici: «Nel partito ho imparato che la categoria dei "giovani" fosse, in realtà, molto limitante per rappresentare, con dati e numeri, fenomeni ben più complessi riguardanti un'intera fetta di popolazione. – ci racconta – Negli ultimi anni abbiamo spesso ascoltato quella fastidiosa retorica, portata avanti dai giovani stessi, che incolpa la generazione precedente di "aver rubato troppo": se ci toccherà, andremo in pensione a 70 anni e passa, perché costretti a ripagare i debiti dei nostri nonni. Insomma, secondo noi, le nostre miserie e la nostra precarietà sarebbero in qualche modo anche da additare a chi, prima di noi, se ne è approfittato. Non amo parlare della nostra generazione come "giovani", preferisco intendere e osservare la nostra condizione da un punto di vista di classe. Poca è la differenza fra un sessantenne e un ventenne che faticano ad arrivare a fine mese». Cateni infatti pone l'accento sulla differenza di stipendio di un dirigente rispetto ad un operaio: «Negli Anni '70, questa differenza era di circa 12 a 1, se si guardano i ruoli da top manager aziendale. Nel 2017, l'ultimo stipendio di Sergio Marchionne, dirigente Fiat, era 437 volte quello di un operaio dell'azienda. Se si guarda questo numero, è chiaro come i soldi che mancano e che non ci permettono di avere condizioni lavorative dignitose non sono certo stati rubati dalle vecchie generazioni che nella narrazione comune hanno avuto condizioni migliori delle nostre, ma piuttosto dai padroni. Oltre a vedersi rubare il salario a causa dei maxi stipendi dei grandi dirigenti d'azienda, il giovane lavoratore italiano d'oggi deve affrontare un caso unico in Europa: l'abbassamento del proprio, di stipendio. Una diminuzione del 2,9% in 30 anni, un disastro economico e sociale». A questo si aggiunge, per tutte le lavoratrici, la questione del gap salariale di genere.
Che fare? Come i giovani possono affrontare l'aumento del costo della vita?
Affrontare questo scenario non è semplice, ma ci sono strumenti utili. Da un punto di vista psicologico, è importante riconoscere che provare ansia, tristezza o frustrazione in questo contesto non è segno di debolezza: «Dare un nome al proprio disagio è il primo passo per non subirlo. Rispettare i propri limiti, concedersi pause, non rincorrere la produttività a ogni costo aiuta a tutelare il proprio equilibrio. Parlare con qualcuno – amici, gruppi di pari, terapeuti – può alleggerire il peso e normalizzare l'esperienza», consiglia lo psicologo. Anche piccoli gesti quotidiani, come un hobby o una passeggiata, aiuterebbero a ritrovare stabilità nel presente. Così come coltivare relazioni sane e autentiche: «È una risorsa preziosa contro l'isolamento. Per questo è fondamentale che il disagio dei giovani venga ascoltato, non giudicato. Investire nel loro benessere mentale non è solo un atto di cura individuale, ma una responsabilità collettiva», conclude Giacomi.
Questo scenario di precarietà, conferma Cateni, ha profonde ricadute sull'individuo stesso, che perde speranza nel futuro ed è costretto a vivere un presente che sembra eterno. «Una società disillusa è più facile da governare, ecco perché penso sia necessario, come sosteneva Gramsci, essere pessimisti nell'intelligenza e ottimisti nella volontà». Che, tradotto, forse può dire: «È impossibile non vedere intorno a noi uno scenario triste e di sconfitta, in cui il futuro sembra difficile da immaginare e il presente pesa come un macigno: cambiamenti climatici, guerre, condizioni lavorative che peggiorano sempre più… Ma nelle nostre volontà, nelle proposte, e nelle lotte, noi dobbiamo essere ottimisti, pronti a tenere accesa ogni piccola fiammella resistente che può trasformarsi in incendio». Una delle verità, sottolinea il militante, è che oggi le piazze sono vuote, mentre negli anni dei nostri nonni, delle nostre madri e dei nostri padri, no: «Questo è un campanello d’allarme che ci fa capire come mai i nostri diritti siano stati mangiati dalla classe padronale del nostro paese. Non facciamo poi così tanta paura…». Cateni aggiunge di non essere certo di riporre speranza nel futuro, ma di avere certamente fede in un cambiamento che reputa necessario: «Aldilà di tutto, un sistema irrazionale come il capitalismo non può avere vita infinita come vogliono farci credere. Vedo quotidianamente i suoi acciacchi, la sua difficoltà nel mantenere la barra dritta. Forse per un po' poteva tenere la favola neoliberista del merito, della giusta concorrenza, della superiorità della nostra grande democrazia occidentale… Ma oggi non più».
Sul cosa possiamo fare, in ogni caso, sostiene: «Ognuno la pensa sempre un po' come vuole. Le differenze ideologiche esistono, e non vanno represse ma risolte con un confronto democratico. Io penso ancora che un forte partito sia necessario per controbattere un nemico che non è stupido e sa bene come muoversi per mantenere il controllo su risorse e ricchezze. Ma ognuno è libero di scegliere la via militante in cui si riconosce di più». Un consiglio forse, però, può essere universale a prescindere dal contesto organizzativo: «Non cercate nelle realtà qualcosa che vi rappresenti in tutto e per tutto. Non solo è impossibile, ma è estremamente limitante. La colpa è anche dei social, ma noto che le bolle virtuali hanno un impatto devastante su quello che poi virtuale non è. Nella realtà, nel quotidiano organizzarsi, è necessario discutere e scazzare fra di noi. È necessario non pensarla alla stessa maniera su tutto. Più il dibattito è ampio (e a volte aspro) più la pratica sarà efficiente». Mao diceva: «I veri eroi sono le masse, mentre noi siamo spesso infantili e ridicoli, se non comprendiamo questo, è impossibile acquisire una conoscenza sia pure rudimentale», ed è così che vuole salutarci Cateni: «Ciò che pensiamo è di fondamentale valore, anzi non smettete mai di credere in qualcosa, di porvi dubbi su ciò che vi circonda, di vivere desiderando un cambiamento che sia vostro o collettivo. Ma i vostri, ed i miei, resteranno pensieri; con cui dovremo fare i conti, certo, che non devono però aggiungersi ai conti della Storia che avanza».











