Il suo primo brano, MOTHER, è tante cose. Daphne Bohémien me lo racconta subito: è un manifesto che parla di rabbia trans e di sorellanza, ma anche una provocazione al mondo ciseteropatriarcale. «È volutamente volgare, ma in maniera politica, perché si sa: le brave ragazze non dovrebbero parlare di sesso o dire parolacce». Performer da 11 anni a livello internazionale, divulgatrice per i diritti delle persone LGBTQIA+, la sua arte spazia dalla musica alla performance, dalla scrittura al teatro. Ed è politica.

Per questo, mi spiega, MOTHER (su tutte le piattaforme di streaming musicale) parla di sovversione di potere, anche sessuale: «È uno sguardo sul mondo findom; é la trasformazione di Selena Kyle in Catwoman (nerd, questa è per voi), ma è anche una mano tesa a tutte quelle persone che si sono sentite lə freaks del momento: anche io lo sono stata e lo sono ancora e ne vado fiera, vorrei lo facessero anche loro». In questa puntata di Femminismi 4.0, la rubrica di Cosmopolitan Italia che indaga i significati del femminismo nel 2025 e i modi in cui le sue pratiche si concretizzino nella nostra epoca, abbiamo chiacchierato con lei, la "Mother della House of Bohémien", come le piace definirsi. Daphne Bohémien non vuole solo prendersi gli spazi e occuparli, ma smettere di chiedere scusa e, invece, celebrare la sua esistenza. Autrice del libro autobiografico Trauma pubblicato nel 2023, quest'anno ha debuttato a teatro con il suo spettacolo Daphne-Burn your village. Sui social tratta tematiche come hiv e salute mentale, facendo formazione anche in scuole e aziende. Con lei svisceriamo il concetto di rabbia (e lotta) trans, quintessenza del femminismo del nostro tempo, e i modi in cui l'arte diventa politica.

Quando incontri per la prima volta la musica? Come si sviluppa il tuo rapporto con lei?
Quando capisci che è tra le cose che vuoi fare?

«Il mio rapporto con la musica è sempre stato molto profondo, ma arrivo da una famiglia povera che non ha avuto la possibilità di mandarmi a lezioni di canto o per imparare a suonare uno strumento. Con gli anni ho fatto miei i testi e le voci di molte donne incredibili, non ho mai ascoltato cantanti maschi, fin dalla tenera età, perché sentivo che non mi rappresentavano. Mi sono esibita su molti palchi, ma sempre con la voce altrui, bellissime voci, ma mai la mia, è questo che mi ha spinta ad intraprendere, quest'anno, questa nuova avventura. L'esigenza di essere reale, senza più nessun filtro, nemmeno artistico».

E come è andata invece con la performance? Come ti fa sentire questa disciplina?

«Io sono una perfezionista, ho sempre richiesto tantissimo da me e tendo ad autosabotarmi – sono leone ascendente vergine con altri cinque pianeti in vergine, credo sia normale, quindi non mentirò, è dura. "Sono capace?", "Sono brava abbastanza?", "E se non funzionasse?". Il palco per me è sempre stato il mio safe space, ma ora è diverso, ora significa rimettersi in gioco e ripartire da zero. Probabilmente non avessi avuto accanto i miei due producer Calasina (Cesare Manganelli) e Homologo (Francesco Bruno) mi starei ancora tormentando. Ma il mio fan numero uno resta il mio fidanzato e questo tipo di amore ti aiuta anche nei momenti più di sconforto».

Chi sono le icone a cui ti ispiri?

«Lady Gaga mi ha sempre ispirata: la sua storia, l'energia, la freakness... Ma non solo lei: personaggi controversi come Brooke Candy o grandi voci come Christina Aguilera, Nicole Scherzinger e molte altre… Sì, sono figlia di quello che fu soprannominato "puttanpop" e lo rivendico. Anche se poi il mio percorso musicale sarà sicuramente diverso, loro mi hanno dato un'identità performativa, insegnato la celebrazione del corpo femminile, della propria sensualità e sessualità».

Ci sono altri modi oltre a questi due con cui esprimi te stessa e la tua identità? Cosa significano per te?

«La mia estetica è sempre stata centrale nel mio modo di attraversare gli spazi pubblici dal momento che il mio è sempre stato un corpo politico. Sono attenta ad ogni dettaglio, make-up e unghie; amo essere extra. Sostengo brand emergenti, perché credo che ci sia davvero tanto bisogno di lasciare spazio alle nuove generazioni che si impegnano, ma che si scontrano con un'Italia troppo vecchia e radicata nella tradizione. Non mi sono mai voluta nascondere o passare inosservata, sono cresciuta ascoltando "Acida" dei Prozac+ (lo so, dopo il puttana pop non ve lo aspettavate) e anche io, come nella canzone, volevo essere una gigante. Non è solo una questione di prendersi lo spazio, ma di smetterla di chiedere scusa per la mia esistenza, voglio celebrarla. Portare meraviglia nel mondo. E poi diciamocela tutta, se dovessi morire e fossi vestita male e non potessi cambiare outfit per l'eternità avrei buttato via il lavoro di una vita intera».

La tua musica è politica. Come vivi il rapporto fra arte e lotta?

«Con la mia musica vorrei portare diverse tematiche, non solo quello della lotta trans, ma anche parlare di sessualità, di sex working, di clubbing e molti altri temi. La mia musica vuole essere politica, a modo suo, voglio mantenere il mio registro che è quello provocatorio e provocante, utilizzando l'elettronica come strumento. Credo fortemente che chi può fare arte e fa arte abbia un impegno politico: l'arte non può essere solo estetica, in qualche modo deve riflettere il nostro tempo, con paure, speranze, angosce, ma deve comunicarci qualcosa, altrimenti è solo una scatola vuota. Per quanto riguarda me, beh sono una persona borderline e probabilmente lo sarà anche la mia musica, aspettatevi di tutto».

Che cosa troviamo nelle pagine di Trauma, il tuo libro?

«Il libro per me è stato terapeutico; è come se ora, racchiusi tra quelle due copertine rigide, ci fossero i traumi più grandi della mia vita. All'inizio volevano che io scrivessi solo del mio percorso di affermazione di genere, ma io avevo molto di più da raccontare e, soprattutto, non era quello di cui volevo parlare, io volevo raccontare la mia storia attraverso una lente diversa. Il libro nasce dall'esigenza di non far sentire sole le persone. La solitudine è una compagna di vita che non ho scelto, ma resta qui, al centro del petto, anche quando non la vorrei, anche quando non sono da sola, credo faccia parte di me e credo sia dovuta dal fatto che per così tanti anni mi hanno fatto credere di essere l'unica ad essere così "strana". Io ero il glitch nel sistema, mi hanno sempre isolata e ci vuole del tempo prima di capire che ci sono altre persone al mondo che vivono situazioni come la tua o simili. Trauma non è una lettura leggera, non fa sconti a nessunə, nemmeno a me, racconto la verità, ho vissuto momenti bui e sono stata una brutta persona. Trauma parla di dolore, di abusi, di violenza, di famiglia e senso di appartenenza, ma anche di rinascita e di consapevolezza. Trauma è dedicato a tutte le persone simili a me, è una mano tesa per dire: "Non sei solə"».

E nel tuo spettacolo?

«Daphne-Burn your village è stata una grande scommessa con me stessa, uno spettacolo di quasi un'ora diretto da Ksenija Martinovich; è una performance visiva, con proiezioni e la mia voce narrante registrata che si mischia a ciò che dico al microfono. È ripetitivo e disturbante, è come stare all'interno della testa di una persona ADHD – la mia testa nello specifico. È caos puro, nel vero senso della parola, non ho imparato il copione e abbiamo deciso che va bene così, ogni volta sarà diverso, ogni volta avrò la possibilità di dire quello che voglio o di non dire nulla, di muovermi nello spazio liberamente. Per l'ennesima volta l'esigenza era quella di raccontarmi, ma questa volta in maniera ancora più cruenta. Vorrei dirvi che è un autoritratto, ma non lo è, è una vivisezione delle mie paure, dei miei pensieri, è una riflessione personale che vuole essere uno spunto collettivo. Salute mentale, disturbi alimentari, dismorfia, rapporto con la morte, con la solitudine, con la sessualità: tutto è senza filtro, è trasparente, è uno shot di vodka calda che ti fa venire i brividi. È il racconto di una strega che non ha più paura di far vedere le sue debolezze, ma che ricorda a sé e al pubblico il proprio potere e che reclama il suo posto nel mondo».

Sui tuoi canali social fai anche divulgazione. Ce ne parli un po'? Quali sono gli aspetti positivi e quali quelli negativi?

«Ho fatto divulgazione sui social per un po', partecipando anche a panel e festival, poi spostandomi in aziende e scuole, ma la verità è che sono successe tante, troppe cose, nella mia vita e per un motivo o per l'altro ho un po' abbandonato. Mi sento in colpa, ma è stata una decisione saggia per la mia salute mentale: i social mi stavano risucchiando in un vortice dove qualsiasi cosa era polarizzante, una continua battaglia, anche tra attivistə stessə. Ora cerco di fare meno e meglio, ma soprattutto di farlo dal vivo, magari arriverò a meno persone ma saranno persone a cui potrò stringere la mano o guardarle negli occhi».

Che rapporto hai con il femminismo? Secondo te che cos'è il femminismo nel 2025? Cosa significa essere femministi nel 2025?

«Questa credo sia la domanda più difficile, di recente mi sto questionando molto sul transfemminismo e sulla deriva che spesso prende, dove giustizia e vendetta sembrano confondersi. Chiariamoci subito io ero una di quelle femministe perennemente arrabbiate, con tutto e spesso con tutti: una rabbia logorante che credevo mi spingesse a costruire, e invece mi stava distruggendo. Poi mi sono staccata dai social e ho iniziato a parlare con le persone, a parlarci davvero, di persona e a cercare di costruire ponti comunicativi invece che erigere muri. C'è tanto lavoro da fare, la responsabilità di genere per i maschi è ancora un discorso molto difficile, come i gruppi di mutuo aiuto, non abbiamo un governo che ci aiuti a creare consapevolezza e anzi si fatica ancora a parlare in maniera consona di violenza di genere, è un clima faticoso e che spesso ci spaventa, ma rispondere alla violenza con altra violenza non ci porterà da nessuna parte, noi dovremmo voler costruire un mondo migliore, non semplicemente voler invertire i ruoli del gioco».

Quindi che cos'è la rabbia trans?

«Quando ho iniziato il mio percorso di affermazione di genere mi sono accorta che stavo perdendo i privilegi maschili. La rabbia trans è quella che ha spinto le mie sorelle trans a iniziare i moti di Stonewall, senza i quali ora non avremmo i pride come li conosciamo, né molti diritti. La rabbia trans è la rabbia di corpi e soggettività non conformi, è la rottura del matrix: una società ciseteropatriarcale che opprime e silenzia le diversità. La rabbia, se utilizzata e incanalata correttamente, può essere un ottimo motore d'azione per spingerci a migliorare, aiutare, creare nuovi linguaggi e spazi e a proteggerci, a fare rete. Non essere arrabbiate è un grande privilegio».

Cosa sogni per il tuo futuro artistico?

«Ho sempre sognato in grande, forse troppo, come quando senti di essere destinata a qualcosa, ma non capisci cosa. Per me è così. Ho sempre sognato di fare l'artista, la performer, quindi sogno che la mia musica arrivi a più persone possibili, collaborando anche con altrə artistə, voglio che le faccia ballare, pomiciare in discoteca, ma anche riflettere. Voglio essere la chiacchierata super profonda e intima dopo l'amplesso perfetto».

E per quello del femminismo?

«Sogno un femminismo che non viva solo attraverso dibattiti polarizzanti sui social che poi sfociano in pratiche violente. Spero in discorsi in cui la complessità venga tenuta in considerazione, dove pratiche come giustizia riparativa e giustizia trasformativa non siano solo un miraggio. Sogno un femminismo in cui le donne, tutte, riescano a costruire spazi di dialogo, spazi safe. Ma spero anche che sempre più uomini capiscano che il transfemminismo è l'unica via d'uscita, l'unico modo per cambiare le cose, anche se significa far vacillare i propri privilegi e mettersi in discussione. Ah, e uscite da internet e toccate l'erba».