È impossibile scindere Trainspotting dalla droga. Ma se lo facessimo, cosa resterebbe?Un gruppo di ventenni che annaspa in una realtà che peggiora man mano che si cresce. Un rifiuto della vita che, a trent’anni dall’uscita del film, riconosco in me e nei miei coetanei. La rabbia dei protagonisti del capolavoro di Irvine Welsh mi ipnotizza, ma non la comprendo né la sento mia. E forse, un po’ mi dispiace.

Un’irrefrenabile voglia di trasgressione

Mia sorella, sette anni più grande di me, ha un tatuaggio sul braccio: choose life. Lo fece dopo anni di ammirazione per Trainspotting. Fu lei a introdurmi, in modo del tutto inconscio (visto che all’epoca avevo dodici anni), al libro di Irvine Welsh e poi al film. Ne rimasi ipnotizzata. Era un mondo sconosciuto, sporco, assurdo, ma reale, vivo. Provai la stessa fascinazione ribelle che sentii guardando Il grande Lebowski, leggendo Il giovane Holden e poi Bukowski. Tutto ciò che ci era stato detto di non dire o fare era lì, in prosa, versi, e infine sullo schermo. A dodici anni, quando sgattaiolai fra i DVD e vidi Trainspotting, non ci vidi la droga - assurdo ma vero. Vedevo la libertà di dare voce ai pensieri proibiti, alle azioni immorali che tutti (in qualche modo) immaginiamo ma non confessiamo: rubare il porno del tuo migliore amico, aizzare una rissa, portarsi a letto uno dieci anni più grande nella casa condivisa coi genitori. Tutto disgustoso e sbagliato. Ma anche imprevedibile, autentico, tentatore.

Edimburgo, in quel film, era decadente ma vibrante di personalità, complici le diverse località scozzese in cui il film era stato girato. A quindici anni scelsi di andarci in colonia studio. Ero adolescente e avevo voglia di toccare il proibito da vicino. Ovviamente, una Edimburgo del 2016 non poteva equivalere a quella del ’96. Ma , antecedente alla gentrificazione che ho visto tornandoci quest’anno, la città mi si presentò colma di pub straripanti, da cui uscivano urla, giovani, orde punk, a volte qualche bicchiere volante. In quel caos liberatorio uscivo da sola per i charity shops, ripercorrevo le location del film e mi promettevo una vita così. Non fatta di eroina, ma di libertà assoluta, il che, per me, significava rottura dalle aspettative. Quella, per me, era la vera trasgressione. Non vedevo l’ora di crescere.

Ribellarsi contro…cosa?

Guardarlo oggi, a ventitré anni, fa un altro effetto. I protagonisti sono quasi miei coetanei, eppure non potrebbero sembrarmi più distanti: alieni, lontani da me per cultura, per rabbia, per urgenza. La mia amica Ella, britannica, me lo conferma. Se un tempo Trainspotting poteva sembrare “cool”, oggi il nostro ideale è cambiato: prediligiamo il benessere. Matcha, pelle sana, vita bilanciata. L’esatto opposto del monologo di Renton, che disprezzava il colesterolo basso, le scarpe firmate, le passeggiate al parco. Io amo il matcha, e sono grande sostenitrice delle mental health walks, così come difendo il politically correct, perché se posso usare un linguaggio che non offende o ferisce, ben venga. Sono cresciuta, e con me è cresciuta la consapevolezza che sono cambiati gli ideali: per questo si, rivedo in loro il rifiuto del conformismo, ma non riesco a percepirne la rabbia. La loro era un’esplosione. La nostra, un rantolo. Perché, d’altronde, a cosa dovremmo ribellarci?

Viviamo in un’epoca in cui, dice Welsh stesso in un’intervista recente, predomina l’odio.
Che sia un’intolleranza gridata o un rancore più sottile, questo si manifesta nel modo in cui conviviamo, scrolliamo, consumiamo, ci attacchiamo a vicenda. E forse è proprio a questo che mi voglio ribellare. Perché uscendo di casa oggi sento giudizio. Non più solo quello degli adulti, di una generazione che non mi appartiene, lontana e austera. Il giudizio arriva dai coetanei. E questo, più di tutto, massacra la costruzione di un’identità: siamo talmente esposti a stile, trend e idee preconfezionate, che anche la nostra ribellione è prefabbricata. Sento di coetanei che si giudicano a vicenda, di nascosto, non additando comportamenti o valori morali, ma perché “X ha messo su peso”, “Y si è laureata con un voto basso”, “È uscita senza reggiseno”, “Ha fatto un piercing al capezzolo”, e altre cavolate varie. Sebbene la democratizzazione di moda, arte e benessere abbia abbattuto l’elitismo che li circondava, sembra ne abbia anche limitato individualità ed estrosità, e guai a chi si ribella. La trasgressione oggi non avviene più solo tra generazioni, tra classi, tra autorità. È intra-individuale. Ed è sfiancante.

La nostalgia per un contesto mai vissuto

Guardo Trainspotting con un occhio quindi diverso, ma con un continuo interesse quasi ipnotico. Non è la droga o la sporcizia semi-comica che mi colpisce: è la libertà. La libertà di vivere senza filtri. Di dire quello che pensi. Di ammettere che i tuoi amici sono persone orribili, che tu stessa lo sei. La libertà di essere fuori posto. Trainspotting ti fa pensare che, se ti senti un outsider, forse non sei tu il problema. Forse il problema è il mondo. E penso che ogni ventenne debba sentirsi, almeno per un po’, contro il mondo. Non per rubare in Princes Street o farsi di eroina. Ma per vivere senza il rimpianto di essersi spenti nel tentativo di conformarsi. E forse, paradossalmente, il modo di oggi di essere ‘contro il mondo’ è prediligendo la gentilezza, la mancanza di giudizio. Vivere fregandosene di come si è percepiti, l'importante è essere empatici, e concedersi due parole buone. Perché è questo oggi sinonimo di inaspettato ed autentico.

Oggi come allora, siamo in una lotta costante contro il tempo che passa, con le dovute differenze dettate dalle sfide generazionali: non posso vedere sullo schermo una ventina di birre su un tavolo e non pensare che oggi una scena del genere sarebbe improponibile ad un ventenne squattrinato. Uscire senza fare budget, che bel mondo. O forse no? Perché mentre noi siamo di corsa, ambendo costantemente ad un futuro brillante ed invidiabile, facendoci spazio tra competizione e paura di fallire, le birre di Trainspotting servivano a rallentare il tempo, fino all’estremo. Perché il paradosso di dover diventare qualcuno in un mondo che ti ha già etichettato è troppo grande da affrontare a vent’anni. Sia per noi oggi, che per loro.

E per questo, Trainspotting è eterno.