Nel 1996, a Cabo Frio, una città costiera nello stato di Rio de Janerio, nasceva Larissa Laban, visual artist che ad oggi lavora come designer e pittrice nel suo studio a São Paulo. I centri brasiliani, dalle sue stesse parole, luoghi di «caos meraviglioso», l'avrebbero ispirata nelle realizzazione delle sue opere. E se uno stralcio di queste si può osservare dal 12 al 15 giugno a Milano, in occasione di ReA Art Fair, noi l'abbiamo intervistata in quanto portavoce di una generazione di talenti emergenti che non può passare sotto silenzio. Innamorata e appassionatissima delle tempere ad olio e dell'aerografo, i suoi quadri si nutrono di radici latinoamericane, sentimenti di tenerezza ma anche di sconcerto. Animali dolci, come gattini, e animali più spaventosi; peluche morbidi ma che col tempo si sono usurati; antiquariato vintage, colori intensi e ciò che sembra essere a tutti gli effetti umano.
Per Laban le cose importanti rimangono l'accessibilità dell'arte e le sensazioni che questa può generare in chi guarda. Come ci racconta di seguito, non è facile, in Brasile, guadagnarsi da vivere in quanto artista, soprattutto se si tratta di chi cerca di emergere. La domanda è bassa e il mercato è chiuso. Anche per questo, mentre ricercava in modo indipendente i processi artistici che riteneva più adatti a ciò che voleva creare, si è specializzata in art direction e design. Per otto anni ha lavorato come presso alcune agenzie della città in cui vive e due anni fa ha seguito un corso di pittura realista. Ma, a quel tempo, già dipingeva professionalmente. Lei è la protagonista di questa puntata di A regola d'arte, la rubrica di Cosmopolitan Italia dedicata ai significati dell'arte, nel 2025, secondo gli artisti e le artiste emergenti. Con la sua produzione, Laban, fra le altre cose, risponde anche a una domanda che si pone la prima fiera italiana senza intermediazione di gallerie o musei: che cosa ci resta dopo che il futuro ci ha delusi?
Che tecnica utilizzi nelle tue opere?
«Le mie tecniche preferite sono l'oil painting e l'air brushing. Mi piace combinarle assieme perché creano un contrasto di texture, che unisce il realismo accademico alla pittura contemporanea. Ciò che mi piace di più è mettere insieme elementi che solitamente non vanno insieme. Ultimamente sto lavorando anche con sculture in resina e materiali di peluche, due media che raramente interagiscono, ma sto esplorando modi per farle funzionare. Apprezzo molto questo processo, che si integra perfettamente con i concetti che esploro nella mia arte».
Nel tuo portfolio ho visto un sacco di gattini (molto cute). Perché i gattini? Quali sono i tuoi soggetti?
«Ho sempre amato i gatti e i felini in generale, ne ho cinque di miei. C'è qualcosa in loro che trovo bellissimo: sono indipendenti e feroci, ma anche buffi e dolci. Sono una grand fan di Carl Kahler, un artista austriaco che è famoso per dipingere gatti in uno stile realista molto vittoriano e accademico. Ho sempre trovato straordinario quel mix di temi; uno stile così tradizionalmente serio usato per dipingere così tanti gatti scemi mi ha ispirato davvero. Per il resto mi piace dipingere ogni sorta di cose e oggetti, come mobilia d'antiquariato, peluche vintage e persino gelati o caramelle con dei volti. Sono attratta da tutto ciò che assomiglia anche solo vagamente a un essere vivente. Divani con cuscini a simili a degli occhi, vecchi peluche che sembrano sul punto di parlare... Quel tipo di fascino strano mi affascina».
In che cosa consiste il tuo processo creativo? Cosa ti ispira?
«Mi ispirano tante cose, ma dire che più di tutto mi piacciono appunto gli oggetti che sembrano vivi. Spesso curiosando nei negozi di antiquariato, nei blog online e persino in cianfrusaglie che ho a casa o che vedo dagli amici, vecchi giocattoli, shih tzu, vestiti scintillanti, biscotti confezionati. Qualsiasi cosa può far nascere un'idea. Anche l'arte mi ispira. Adoro i bizzarri dipinti di gatti medievali e sono una grande fan di diversi artisti contemporanei, come Kozo Mio ed Emilio Villalba».
Le tue opere veicolano sentimenti che sono un mix di innocenza e pericolo. Vuoi comunicare qualcosa?
«Non sono sicura di poter dire che esiste uno specifico messaggio che voglio trasmettere, ma quello che cerco è un tipo di ricerca visivamente d'impatto. Voglio dipingere creature e texture insolite, esplorare risultati unici mescolando materiali inaspettati. Il mio obiettivo potrebbe essere più quello di provocare sensazioni che di trasmettere un messaggio chiaro; mi piace l'idea che l'osservatore provi qualcosa, soprattutto se non è del tutto sicuro di cosa sia».
Come le tue radici, tra lingua e cultura, influenzano la tua produzione artistica?
«Sono nata in una piccola città del Brasile, che mi ha dato un background unico. Amo moltissimo l'estetica delle piccole città brasiliane. È tipo un caos meraviglioso. Le persone qui sono spesso creative e divertenti, anche quando devono avere a che fare con gravi problemi sociali. Penso che il contrasto sia uno dei nostri punti di forza maggiori: il modo in cui riusciamo ad essere divertenti, in mezzo a tutto quel caos. Nello specifico del paesaggio, mi hanno sempre affascinata i nomi dei negozi locali, i loghi delle gelaterie, le insegne aerografate delle officine e cose così; un linguaggio visivo crudo e senza filtri, che mi è rimasto molto impresso. Tutto ciò ha plasmato il mio modo di vedere il mondo e il mio modo di pensare visivamente da artista».
Cosa significa essere un'artista donna nella nostra società? L'essere una ragazza influenza in qualche modo le tue creazioni?
«A dire il vero, se già essere una donna nel mondo dell'arte è di per sé una sfida, essere una persona latinoamericana in un luogo dove l'arte non è accessibile è ancora più difficile. Il genere è spesso visto come il problema principale, ma per me è anche una questione di accesso e risorse. L'arte ha un impatto completamente diverso a seconda del background».
A ReA Art Fair 2025 presenti Particular 5. Ce ne parli un po?
«La serie Particular è stata divertentissima da creare. Come già ti dicevo, ero ossessionata dagli animali di peluche vintage, ho persino trovato un blog che cataloga i peluche dagli Anni '40 agli Anni '90 e mi è piaciuto tantissimo curiosare al suo interno. Ho pensato sarebbe stato interessante integrare questa passione nel mio lavoro creando delle creature di peluche, che in qualche modo sembrano anche vive. È anche per questo che ho usato l'aerografo, per aggiungere un tocco etereo, quasi soprannaturale, a questi esseri viventi, come se esistessero da qualche parte tra il reale e l'immaginario. Per me, questi due elementi hanno dato origine a un forte contrasto, due fattori molto diversi che allo stesso tempo parlano di presenza e assenza».
Che cos'è l'arte nel 2025 secondo te? Che cosa gli manca e perché è invece ancora così bella e necessaria?
«Molte voci accademiche disprezzano ancora l'opinione pubblica quando si tratta di arte. Ma a me sta molto a cuore comunicare con le persone. Voglio che le persone si godano davvero la visita a una mostra, non che sentano il bisogno di decifrare un testo curatoriale molto complesso. Mi piacciono le mostre che fanno venir voglia di esserci, che sono divertenti, coinvolgenti o che fanno mettere in discussione senza essere eccessivamente complicate. Voglio che l'arte sia accessibile e interessante».


















