Gli artisti LGBT non sono solo volti noti o performer di successo. Nella storia della musica LGBT, ogni nota ha saputo parlare di libertà, desiderio e resistenza, anche quando nessuno voleva ascoltare. Le loro canzoni, oltre a intrattenere, sono frammenti d'identità che attraversano generi, generazioni e confini. Da chi ha trasformato la solitudine in inno, a chi ha fatto del palco una casa per chiunque volesse sentirsi accolto, queste icone LGBT hanno costruito una genealogia emotiva potente e irrinunciabile. E se adesso l'Eurovision accende i riflettori su tematiche e performer LGBTQIA+ è anche grazie a chi, prima di oggi, ha fatto in modo di essere visibile.
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Le icone musicali LGBTQIA+ più amate
Quando si parla di musica e identità, ci sono canzoni il cui significato è molto più di una hit in classifica. Alcuni brani, nati decenni fa, hanno saputo raccontare - in modo più o meno diretto - realtà che all'epoca facevano fatica anche solo a esistere fuori dal silenzio. È così che cantautori e performer come David Bowie, Lou Reed o Freddie Mercury sono diventati figure di riferimento per intere generazioni queer, anche quando la parola "queer" non si usava ancora. Le loro canzoni non parlavano sempre esplicitamente di orientamento o identità, ma lasciavano spazi in cui si avvertiva un senso di appartenenza.
Le controculture new wave, post-punk e goth, invece, potevano riconoscersi in testi come Boys don't cry dei The Cure. Quando Diana Ross cantava I'm coming out, nel 1980, forse non immaginava che sarebbe diventata un inno per chi è in cerca di voce. Madonna, invece, lo ha fatto consapevolmente: ha preso posizioni nette negli anni in cui farlo era rischioso, ha portato i corpi queer nei suoi videoclip, ha parlato di AIDS quando tanti si voltavano dall'altra parte. Per molti, è stata la prima artista mainstream a dire "io vi vedo". Anche in Italia, tra le pieghe di testi come Andrea di De André, qualcuno ha trovato uno specchio. Oppure la voglia di ballare e uscire allo scoperto sulle note di Raffaella Carrà, Anna Oxa, Loredana Berté, Rettore, Giuni Russo, Patty Pravo e Renato Zero. Quelle che oggi chiamiamo icone LGBT non si sono autoproclamate tali: lo sono diventate perché hanno saputo creare connessioni reali con chi si sentiva fuori posto.
Eurovision e oltre: gli artisti LGBTQIA+ da seguire
All'Eurovision 2025, l'austriaco JJ ha conquistato il pubblico con il brano Wasted Love, ma a fare notizia è stato anche il suo coming out. In un'intervista ha dichiarato di sentirsi parte della comunità LGBTQIA+ e di voler rappresentare chi ancora fatica a trovare spazio. Il legame tra Eurovision e la visibilità queer non è nuovo: l'evento resta una delle principali vetrine europee per i performer LGBTQIA+ - su tutti si ricorda Concita Wurst che ha segnato la storia recente della manifestazione - ma oggi l'attenzione si estende ben oltre il palco della competizione e gli "Eurovision LGBT artists". Accanto a nomi emersi grazie all'ultima edizione dell'Eurovision - come Red Sebastian (Belgio), Adonxs (Repubblica Ceca) o Marko Bošnjak (Croazia) - stanno guadagnando seguito soprattutto artisti che percorrono strade diverse ma altrettanto influenti. Chappell Roan, ad esempio, descrive il proprio progetto musicale come una forma di espressione drag. Orville Peck, musicista canadese con radici sudafricane, ha costruito la propria immagine mantenendo il volto nascosto da una maschera, mentre la sua musica country affronta temi legati all'identità e all'appartenenza. Anche Lil Nas X, diventato famoso con Old Town Road, ha dichiarato la propria omosessualità nel 2019. Senza dimenticare Billie Eilish, che nel 2023 ha fatto coming out (in modo non propriamente voluto) come bisessuale durante un'intervista a Variety, ossia una delle voci più rilevanti per la Generazione Zeta. Ma l'elenco è lungo e attraversa generi diversi: dal pop-rock di Perfume Genius al Lo-fi di Clairo, passando per l'R&B di Frank Ocean, fino al punk-rock degli Idles e del loro frontman bisex Joe Talbot. Mentre Sufjan Stevens, ANOHNI e i Gossip di Beth Ditto sono progetti e personalità già affermati.
Playlist arcobaleno della musica LGBTQIA+
Scoprire la musica LGBT non è solo una questione di suoni: significa anche ascoltare storie, rivendicazioni, silenzi e rivoluzioni. Ecco 10 brani da conoscere, ognuno con un contesto che vale la pena ricordare.
Umberto Bindi, Il nostro concerto (1960)
Una ballata sull'assenza che diventa manifesto non dichiarato dell'amore omosessuale. Bindi pagò caro il fatto di essere sé stesso in un'Italia che non era pronta.
Lucio Dalla, Disperato Erotico Stomp (1977)
Un flusso di coscienza tra ironia e desiderio, dove il corpo e la notte sono protagonisti, senza dover dare spiegazioni.
Sylvester, You Make Me Feel (Mighty Real) (1978)
Voce gospel, look genderless, beat disco: Sylvester canta la libertà di sentirsi autentici sul dancefloor.
The B-52’s, Private Idaho (1980)
Surreale e danzereccio, il pezzo maschera una paranoia sociale con armonie queer e colori fluo.
Soft Cell, Tainted Love (1981)
Una cover di un brano inciso nel 1965 che diventa cupa e urgente: il desiderio si scontra con il timore, in un'epoca segnata dall'inizio dell'epidemia di AIDS.
The Smiths, This Charming Man (1983)
Ambiguità letteraria e romanticismo bizzarro: un ragazzo affascinato da un altro uomo, senza mai dirlo chiaramente.
Bronski Beat, Smalltown Boy (1984)
Fuga, esclusione, ricerca di un altrove. Il video completa il messaggio, rendendolo visibile anche fuori dalla comunità.
Tracy Chapman, Fast Car (1988)
Nessun pronome, solo amore, povertà e sogni. Una storia in cui molte persone queer si sono riconosciute.
George Michael, Freedom! ’90 (1990)
Un coming out in codice: la popstar dice addio al suo passato, senza ancora potersi dire completamente libero.
Lady Gaga, Born This Way (2011)
Un manifesto esplicito, ballabile e pop, che invita a vedersi perfetti per come si è.
Articolo scritto da collaboratori esterni, per info e collaborazioni rivolgersi alla redazione















