Quando scrivo, lo faccio per calmarmi. Sto parlando dei testi più personali e unpublished, quelli che definiscono al meglio il lato caratteriale di ragazza che scrive, di persona che rigetta il suo vissuto nella produzione, forse un po' ambiziosamente, artistica. Quando scrivo, lo faccio perché sto troppo male per non farlo, mi serve per raccontare la mia verità o inventare le mie bugie; magari ho il cuore spezzato, qualche volta sento il bisogno di capire cosa mi è successo, i traumi che mi hanno segnata. Infatti, e me ne rammarico, non scrivo molto in questo senso; lo faccio per scongiurare il rischio attacchi di panico o long text che non dovrebbero mai arrivare al destinatario, di solito un malessere, a cui ho deciso di volere bene per troppi mesi. Francesca Vanoli, mentre la intervisto per A regola d'arte, la rubrica ad episodi di Cosmopolitan Italia che vuole indagare i significati dell'arte nel 2025 attraverso le figure emergenti, mi parla di "trauma core". «Si può definire così? », mi chiede, rispondendo alla domanda sui soggetti che ritrae nei suoi dipinti, a cosa la ispira nel suo processo creativo e perché lo fa. Penso che la sua descrizione all'approccio fitti alla perfezione: ho sempre pensato a cosa fosse quello che facevo schiacciando i tasti sulla tastiera, mettendo le parole in un ordine specifico, una dietro l'altra, ma non avevo mai trovato un'etichetta così puntuale e cool.
Classe 2000, di Treviglio, Vanoli ha studiato all'Accademia di Brera a Milano e oggi è una pittrice, oltre che iscritta alla magistrale in Arti Visive presso lo IUAV di Venezia. Quello che mi piace di più di queste è interviste è impazzire per le cose in comune che legano la nostra generazioni, le ragazze, le persone – mi capita sempre. Con Vanoli condivido non solo le mille crush e le altrettante delusioni; ci uniscono anche il divertimento nel fare le cose che facciamo, la libertà, le sfocature, il fatto di non avere precisione e decisamente poco metodo, l'adorazione per Mia Goth, le emozioni e il 4 gennaio, giorno in cui siamo entrambe nate, nonché migliore dell'anno in cui essere nati. Non elenco tutto ciò per egocentrismo o vanità – palesemente in parte sì –, ma anche perché credo che ascoltando gli artisti, osservando le loro produzioni, perdendocisi all'interno, l'arte offra la possibilità preziosa e magica di connettersi, identificarsi, capirsi o ritrovarsi. Per chiunque abbia voglia di farlo, non solo per noi ragazze del capricorno.
Unghie lunghissime che abbracciano pupazzetti di Hello Kitty su sfondo rosa. Tatuaggi di Hello Kitty all'interno delle labbra. Vecchi dumb phone con sms romantici, serate con le amiche – outfit pazzeschi, make-up e hairlook ancora di più –, gattini, orsetti, corsetti un po' balletcore un po' coquette, sicuramente tanta cultura digital e ancora più pittura. Se non è Francesca Vanoli – e lo si nota aprendo il suo feed di Instagram tutto cute – a rappresentare al meglio l'arte nel 2025, sia da un punto di vista emergente che del femminile, allora non so chi. Ma non è, come le ci ricorda, solo una quesitone di estetica: qui di seguito, la nostra intervista con lei.
Come muovi i primi passi nel mondo dell'arte?
«Il mio approccio al mondo dell'arte è stato graduale e consapevole; provenivo da una realtà in cui l'arte contemporanea era quasi del tutto sconosciuta. Mi sono iscritta a Brera quasi per caso: inizialmente non volevo più studiare e pensavo di non superare il test d'ingresso, ma sono stata ammessa. I primi quattro mesi sono stati di smarrimento: vedevo molte persone già immerse nel percorso, mentre io mi sentivo spaesata. Tuttavia, grazie all'incontro con professori e colleghi/e, ho trovato il mio posto e ho iniziato a costruire il mio percorso. Dopo anni di studio e ricerca, posso dire di avere maggiore consapevolezza di ciò che faccio. Non sono nata in questo mondo e, mentre per alcuni può sembrare naturale farne parte, per me è una continua scoperta. Proprio per questo, la mia curiosità è sempre più viva e la sfida ancora più stimolante».
Cosa dovremmo sapere di te che non si evince dal tuo Instagram o dalle tue opere direttamente?
«È una domanda molto interessante, perché il mio feed è come un'estensione di me stessa. Non capisco chi distingue rigidamente il "profilo artistico" da quello personale, come se le due cose non potessero coesistere o come se ci fosse qualcosa da nascondere. Io sono esattamente ciò che vedete sui social: dai miei quadri alle foto in spiaggia con le amiche, dalle giornate in studio a lavorare ai momenti con il mio gatto sul divano. Ovviamente, ci sono aspetti che piattaforme come questa non possono restituire completamente, come la mia personalità. Attraverso le immagini non sempre si colgono certi tratti: mi sento una persona simpatica e curiosa, amo informarmi, leggere, conoscere. Mi considero solare, ma a tratti anche molto malinconica. Le mie opere sono una delle poche valvole di sfogo che mi permettono di allontanarmi da quella tristezza costante, quasi un modo per esorcizzarla».
In che cosa consiste la tua arte? Quali sono le esperienze che più ti segnano artisticamente?
«Dipingo, e basta. Ho dipinto per anni con acrilico, poi sono passata alla pittura a olio e infine sono tornata all'acrilico. Ho sempre dipinto e mi considero una pittrice. Mi piacerebbe avvicinarmi di più al video, perché mi interessa l'idea di trasferire i miei quadri su uno schermo, in un dispositivo diverso dalla tela. Ho realizzato diverse installazioni, ma fatico ad approcciarmi a questo medium: più mi allontano dalla pittura, più lei mi richiama a sé. Siamo come due ex che non sanno come comportarsi: ci lasciamo, ma torniamo sempre insieme. Forse è proprio per questo che il video mi incuriosisce tanto – per me, in fondo, è sempre pittura. Ho realizzato molte opere piccolissime, di 5x5 cm, e una serie l'ho chiamata Chewing-gum perché, rispetto agli altri quadri, mi sembravano delle cicche masticate e appiccicate al muro. Ho sempre lavorato nella mia comfort zone, senza mai uscire dal formato quadrato: è come se mi desse sicurezza. Ultimamente, però, sto sperimentando formati più grandi, superando il mio solito limite di 100x100 cm. Questo cambiamento nasce da un'esplorazione più profonda della materia stessa con cui lavoro».
«Sicuramente, le esperienze che mi hanno segnato di più artisticamente sono le relazioni fallimentari – quelle specie di situazioni che ho costruito con le mie 127 crush. Avere il cuore spezzato, sentirmi tormentata… In un modo o nell'altro, mi ha sempre portata a lavorare di più. Adesso sono serena, ma ogni tanto penso che litigare più spesso con il mio ragazzo potrebbe farmi tornare in studio a dipingere… Scherzo, ma non troppo. Un altro aspetto fondamentale nel mio percorso sono le persone che ho incontrato lungo la strada. Ho avuto accanto amicizie che mi hanno spronata e supportata in quello che faccio. Oggi faccio parte di uno studio di artisti: sono a Zolforosso da circa un anno. Prima di essere colleghi anche universitari e compagni di studio, sono amici, e per me questo è un aspetto che non si può sottovalutare nella crescita lavorativa e artistica di una persona».
A livello di tecnica, quale utilizzi?
«Da pochi anni utilizzo l'aerografo. A differenza di molti artisti che lo impiegano con estrema precisione, io non sono affatto metodica. Filippo Cegani, ad esempio, lo usa con una perfezione assoluta, mentre l'aggettivo che meglio mi descrive è curiosa. Ho in mano un nuovo strumento e sperimento. Mi ci sono approcciata in modo caotico e casuale, e continuo su questa strada, perché al momento funziona per ciò che voglio esprimere. Mi interessa molto la sfocatura, il blurred effect, quindi l’alta definizione è l'ultima cosa che cerco».
Quali sono i soggetti che rappresenti? Perché proprio loro? Che cosa ti ispira?
«Quando realizzo un nuovo lavoro, è come se creassi una sorta di comfort zone, una cameretta in cui l'intimità è la parola chiave. Questi "spazi" si configurano come incursioni nei ricordi, luoghi carichi di memoria. Ogni opera mi riflette: i personaggi che rappresento esplorano le sfumature più oscure di un sistema culturale che tende a idealizzare tutto, smascherando feticci e costruzioni di una bellezza effimera, fragile, nascosta dietro ricordi selezionati. Quando penso ai miei lavori, li immagino come un carillon, una safe zone in cui potersi rifugiare. Alcune cose non riesco a ricordarle, altre non posso dimenticarle. Non si tratta solo di un'estetica carina o di una moda: quando dipingo, spero sempre che qualcuno si riconosca nelle mie immagini, anche se so che, prima di tutto, dipingo per me stessa. Si potrebbe parlare di trauma core? Non saprei. Per me non è una terapia, ma è sicuramente un modo per esorcizzare qualcosa. I personaggi di Hello Kitty sono sempre presenti nei miei lavori perché hanno fatto parte della mia infanzia. Elementi innocui e cute, come orsacchiotti, si affiancano a scritte allusive come "I sold my soul for a cupcake" o "Boys only like girls that are super cute". Sono personaggi in qualche modo reali, carichi di energia».
«Anche i non-luoghi hanno un ruolo chiave: spazi sospesi dalla realtà, contenitori di memorie, strumenti per elaborare l'idea di un'innocenza perduta. Gino De Dominicis, uno dei miei artisti preferiti, sosteneva che il disegno, la scultura e la pittura non fossero semplici forme di espressione tradizionali, ma originarie, quindi anche del futuro. Io, invece, vedo le pratiche originarie come processi di appropriazione, remix e citazione. L'arte ha sempre funzionato così: gli artisti si sono appropriati di messaggi esistenti per svilupparne di nuovi. Oggi questi meccanismi fanno parte del DNA della cultura digitale: qualsiasi contenuto viene scambiato, condiviso, modificato, rubato. Chiunque può accedere a queste esperienze attraverso la creazione e la condivisione di immagini già esistenti. Copiare, remixare ciò che è già stato prodotto non è solo un metodo di accesso, ma anche un modo per creare comunità: genera senso di appartenenza, permette un'elaborazione collettiva del trauma, ed è qualcosa che mi interessa molto. Pensavo che questi riferimenti fossero più condivisi, invece poche persone della mia generazione conoscono PictoChat, Animal Crossing e altri giochi in cui mi perdevo da bambina. Eppure, anche se solo pochi riconoscono ciò che provo, mi va bene comunque».
Le tue opere sembrano indagare alcune sfaccettature del femminile. Vuoi comunicare qualcosa con la tua arte?
«In realtà, non so se voglio davvero indagare le sfaccettature del femminile. Sicuramente mi rivedo molto in ciò che faccio, so di essere una persona molto femminile, ma non sento la necessità di affrontare un tema così ampio. Sappiamo già che molte femministe hanno analizzato la femminilità e la mascolinità come costruzioni sociali, ma io non so se voglio addentrarmi in un discorso così complesso. Spesso mi chiedono del rosa, un colore culturalmente associato al femminile. La verità è che semplicemente mi piace. È il mio colore preferito. A casa mia, la mia stanza è completamente rosa: le pareti, i peluche, le Barbie, le Bratz, gli orsetti… Tutto mi riporta a quel mondo. Mi sento una persona dolce e sensibile e, se dovessi descrivermi con un'immagine, sarei un orsetto rosa con fiocchi di raso bianco, circondata da gattini».
Ci sono dei progetti particolari a cui sei legata? Quali?
«Attualmente, mi sono affezionata a un lavoro che ho realizzato con Rebecca Picci. È uno dei miei primi video e mi sono davvero divertita nel processo. Rebecca è un'artista che stimo profondamente, ma soprattutto un'amica preziosa, quindi questo progetto ha anche un forte valore sentimentale per me. Si tratta di un video che potrei definire post-ironico, nato dalla riscoperta di vecchi messaggi e bigliettini adolescenziali, sia miei che suoi».
«Il titolo, volutamente lungo, racchiude il senso del lavoro: Drammaturgia tragicomica della messa in scena dei messaggi adolescenziali che si muovono all’interno di chat lobbistiche, nella quale tramite codici linguistici si faceva teatro di scontri epici tra carnefici e sfigati. È un esperimento narrativo che recupera e intreccia le mie chat e i miei segreti delle medie con i suoi drammi del liceo, mettendo in scena due adolescenze caratterizzate da drammaticità totalmente differenti. Tutto questo è stato trasformato in un copione teatrale fatto di fraintendimenti epici, segreti e slang criptici: un mosaico di messaggi reali ricomposti in una drammaturgia tragicomica, dove l’incomprensione digitale diventa spettacolo. Ciò che mi appassiona di questo lavoro è la sua struttura frammentata, una narrazione alternativa in cui lo spettatore si perde, cercando di decifrare un mistero che gli sfugge. Mi sento molto legata a questo progetto anche perché, in qualche modo, riesce a restituire le nostre due personalità: siamo proprio noi».
Quali sono invece i programmi per il futuro? Hai già idee?
«Per il momento, mi sto prendendo una pausa da alcune cose. Voglio concentrarmi su nuovi lavori, dipingere di più, ma soprattutto riscoprire me stessa. Non significa che i lavori che ho realizzato finora non mi rappresentino più, ma in questo periodo di maggiore serenità non mi riconosco più nella Francesca che "ama senza amare". Voglio approfondire il mio studio sulla pittura, andando oltre ciò che ho fatto finora. Negli ultimi lavori che sto realizzando in studio, i soggetti sono scelti senza un motivo preciso, semplicemente perché mi attirano visivamente. Da un mio autoritratto alla foto di Mia Goth, il mio interesse non è tanto nel soggetto in sé, ma nella pittura stessa, nel modo in cui posso esplorarla e comprenderla meglio. In breve, il 2025 lo tengo per me».
Hai un sogno nel cassetto (grande, quasi inarrivabile) e uno realisticamente tangibile? Ce li sveli?
«Credo che tutti i miei sogni possano realizzarsi senza problemi. Sono una persona motivata e so cosa voglio dalla vita. Continuare a vivere di questo lavoro sarebbe sicuramente uno dei traguardi più belli, ma non lo vedo come qualcosa di inarrivabile. L'unico sogno che ho sempre sentito davvero irraggiungibile è andare nello spazio. Da piccola, mio padre portava me e mio fratello in campi sperduti, lontani da tutto, e ci insegnava a leggere le stelle. Immagina far parte di quelle stelle. Immagina vedere la nostra casa dall'alto. È un pensiero che mi affascina in modo assurdo, tanto che è diventato uno dei miei roman empire. Ma chissà, magari un giorno anche questo sogno potrà diventare realtà».
Che cosa aggiunge l'essere una ragazza all'essere un artista? Secondo te aggiunge qualcosa?
«Essere ragazza, donna e artista, come in ogni altra professione, non è facile. Le donne hanno meno opportunità di carriera rispetto agli uomini e affrontano più ostacoli nel mondo del lavoro. Questo diventa ancora più complicato con la precarietà che caratterizza queste professioni. Sicuramente aggiunge la grinta e la voglia di fare di più, ma personalmente sono stanca di dover lavorare il doppio per essere considerata alla pari di un collega».
Domanda di rito: che significa per te arte nel 2025? A che punto siamo? Cosa c'è, cosa manca e cosa serve secondo te?
«Domanda difficile, ma credo che non si possa fare arte se non ci si diverte. Conosco molte persone serie, molto serie nel loro lavoro, ma personalmente, se non mi diverto, non riesco a lavorare bene. Oggi, fare arte è forse più difficile. Siamo arrivati a un punto in cui siamo immersi nell'esposizione, nell'apice del consumo di immagini. Fino a qualche mese fa, mi interessava parlare di somministrazioni visive, di immagini che circolano in modo inarrestabile, ma oggi posso dire che non è più il fulcro di questo processo. Ormai è tutto così semplice: comunicare, scambiare idee. Mi affascina sapere che, in pochi secondi dopo aver postato su Instagram, qualcuno dall’altra parte del mondo può vedere ciò che pubblichi. Per questo, è molto più difficile farsi spazio e respirare in un mondo in cui tutti hanno accesso a tutto e tutto può essere usato, remixato, modificato e, soprattutto, condiviso. Ma allo stesso tempo è anche più facile farsi notare, anche da qualcuno lontano dalla tua realtà. Penso che tutto questo sia possibile solo se c'è divertimento e curiosità. In un mondo così precario, non c'è tempo per non sentirsi liberi di fare ciò che amiamo».




























