Più passa il tempo, più penso che dovremmo tenere in miglior serio conto quel piccolo ma straordinario miracolo segreto che accade quando ritroviamo noi stessi dentro una canzone. E ovunque siamo ci immergiamo in quella sospensione. E un sorriso ci sale sul viso («Oh, to see without my eyes The first time that you kissed me» – Sufjan Stevens,“Mystery of Love”). E ci culla la tenerezza («Ti ringrazio per avermi stupito, per avermi giurato che è vero» – Francesco De Gregori, “Buonanotte, Fiorellino”). E il dolore si pianta lì sotto il seno («Come si salva un amore se è così distante, è finita la poesia, è un anno che mi hai perso e quel che sono non volevo esserlo» – Tananai, “Tango”). E ho messo qui le prime tre che mi sono venute in mente ma potrei continuare, e finire mai, perché la musica anche nelle vite che meno si fanno accompagnare da lei c’è sempre, e sempre stata. Come un sottofondo, ma incisivo, fondamenta di certi nostri ricordi. Era nella radio accesa in cucina al mattino presto sulla solita stazione, per chi se chiude gli occhi la sente ancora, insieme all’armeggiare della propria mamma con la colazione. Era nel salotto delle nostre case che calda girava nei vinili, quando bambine papà ci diceva di prestare attenzione a toccare le puntine, come se la delicatezza fosse un sentimento decisivo perché il contrario è la distrazione, la prevaricazione, lo sgarbo che molto finiscono per rompere. Era nelle cuffie del walkman che conficcavamo nelle orecchie quando in motorino il casco non era ancora obbligatorio, e con lei dentro ci sembrava che anche il mondo intorno, si ammorbidisse nel vento. Era in quella stanza con noi e quell’evidenza: eccolo, allora è fatto così, l’amore. Era nelle promesse che a guardarle dal poi sono proprio come elabora l’artista Caterina Frongia in quell’arazzo poesia che non ho potuto fare a meno di avere: «Ma davvero le pensavi tutte quelle cose? Quel giorno solo un giorno quella bella luce negli occhi».
Poi la musica non ci ha lasciate neanche quando a lasciarci è stato lui, l’amore. E durante un concerto ci ha fatto riavere il coraggio, e in quel viaggio ballare, e avere una ninna nanna per addormentare nostra figlia («There’s such a lot of world to see» – “Moon River”, Audrey Hepburn), e attraversare anche la malattia, la perdita, la fine, la guerra, gli stati d’animo della sopraffazione e della noia, per ricominciare il giro di giostra dentro una nuova più consapevole leggerezza. Così succede – è Storia – al Festival di Sanremo, dove quest’anno Gaia e Olly sono i volti delle nostre copertine, che dal 2025 tornano in formato grande, e in riviera apriamo nientedimeno che il Fioraio Cosmo, perché siamo per “più fiori, meno dissing”, e facciamo uno street party karaoke per San Valentino, e abbiamo creato delle magliette stupende perché dicono solo verità: «Non piango per amore, piango per le cover». E forse già dalle pagine che seguono questa, vi ci ritroverete: in questa Generazione Nostalgia che abbiamo scoperto di essere – e che cresce anche ai margini, luminosa come Comete – e ha le sue icone. Noi che veneriamo Ornella Vanoni: «Giorno per giorno. Senza sapere. Cosa mi aspetta. Ma voglio vedere».













