Mentre scrivo, nell’angolo della mia stanza c’è un piccolo cartonato che mi hanno regalato gli amici per scherzo all’ultimo compleanno: raffigura Taylor Swift intenta a cantare una canzone. Se fossi una persona normale non saprei dire molto altro, ma dato che sono una sua gigantesca fan posso dire con certezza, soltanto guardando il suo outfit, che è ritratta mentre canta una della canzoni di Lover, l’album del 2019, all’inizio di un concerto del suo Eras Tour. Poco distante dal cartonato, appeso alla parete, ci sono un poster e un biglietto che commemorano rispettivamente la data di Lisbona e la data di Milano dello stesso tour. Dovevo andare anche a Vienna, ma il concerto è stato cancellato per minaccia terroristica, e quindi ne ho approfittato per usare i soldi del rimborso e vederla una terza volta a Londra, la settimana dopo. In salotto ci saranno cinque o sei vinili suoi, oltre a decine di altri incisi da artisti diversi che rappresentano a modo proprio un pezzetto della mia anima. Tutto questo per dire che il tema dell'inchiesta di questo numero mi sta particolarmente a cuore, e non solo perché mi occupo spesso e volentieri di fandom per lavoro, giornalisticamente.


Alle comunità di appassionati che si sviluppano attorno a determinati artisti e prodotti mediatici – dalla musica ai videogiochi, dagli universi immaginati in film, serie tv e libri allo sport – sono molto affezionata perché hanno fatto parte della mia vita per lunghi periodi, ma soprattutto perché sono state preziosissime nei momenti di grande fragilità che ho incontrato. Così, leggo con affetto le lettrici Gen Z che scrivono che per loro il fandom è come «una grande famiglia» in cui «ci capiamo subito e non dobbiamo nascondere chi siamo, e non veniamo giudicati per ciò che ascoltiamo»; in cui «si sono creati legami fortissimi». Un «rifugio sicuro» che segue la carriera del proprio idolo «con amore e passione», uno spazio anche solo virtuale dove «incontrare persone con la tua stessa passione e molto spesso anche i tuoi stessi ideali», «un gruppo di persone che hanno compreso l’artista e che quindi in parte riusciranno a capire anche me». «Un mondo dove mi sento me stessa, mi sento di appartenere, dove posso essere libera e fiera delle mie passioni». Una lettrice scrive che nel fandom ha trovato «un gruppo di persone che mi hanno compresa da sempre, anche quando nessuno lo faceva», e la capisco moltissimo: sarei uscita molto peggio dall’infanzia un po’ travagliata che ho avuto se non avessi avuto i miei piccoli forum dove rifugiarmi a parlare di elfi, vampiri, magia e altre fantasie con centinaia di sconosciuti una volta tornata da scuola.

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Dati elaborati da INTRIBE SB SRL


Fare parte di un fandom, però, non è per tutti. Una volta, anzi, parlando con una ricercatrice che si occupa da anni specificatamente di fandom studies abbiamo scherzato sulla necessità di intraprendere uno studio che individui lo specifico gene che rende qualcuno particolarmente incline a sviluppare un amore che sfocia quasi nell’ossessione per i media in cui più si rivede. Per dire: nella vita, oltre a Taylor Swift, sono stata consumata da una passione smisurata per le Boygenius e per i Radiohead, per Doctor Who e per Il Signore degli Anelli, per Harry Potter e Game of Thrones. Media e artisti spesso distantissimi tra loro – «contengo moltitudini», per citare la poesia di Walt Whitman più amata dal web – ma che hanno bruciato per anni nella camera ardente del mio cuore, e ancora si ostinano a non morire. Questa attitudine – questo gene dell’ossessione, se vogliamo – è una cosa spesso difficile da spiegare a chi non ha mai sentito bisogno di spazi simili, o che è riuscito a trovare persone con cui condividere passioni offline, tra i compagni di scuola e gli amici del calcetto, e infatti non biasimo chi al sondaggio ha risposto che vedono i fandom come «una cosa ridicola» che può sfociare nel fanatismo o nella tossicità nei confronti di chi non ne fa parte (o non ne fa parte nel modo giusto). Altrettanto comprensibili sono le risposte di chi preferisce godere della propria passione da solo, ascoltando i propri artisti preferiti in privato, mantenendo «una visione più intima e personale», come scrive una lettrice. E però, a prescindere dall’intensità con cui si decide di vivere la propria passione per un artista, uno sportivo, un personaggio pubblico che diventa un idolo, è innegabile che la gran parte delle persone senta in qualche modo il bisogno di individuare degli esempi celebri a cui ispirarsi, a cui guardare per attingere valori o vedere riflessi i propri sogni.

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Dati elaborati da INTRIBE SB SRL


Tra i membri della generazione Z che hanno partecipato alla nostra inchiesta, soltanto poco più del 20 per cento ha detto di non averne uno. Tra chi invece ne ha, c’è chi ha citato valori particolarmente alti: l’idola menzionata più spesso nelle risposte è Taylor Swift, seguita da Harry Styles, ma c’è chi ha scritto che il suo idolo è l’autrice femminista Michela Murgia, morta nel 2023, «perché è riuscita a far sentire una voce che non voleva ascoltare», chi tira in ballo i giudici antimafia Falcone e Borsellino «per il loro senso della giustizia» e chi scomoda addirittura Enrico Berlinguer, storico leader del partito comunista italiano, in quanto «promotore di un linguaggio politico chiaro e accessibile, che ha reso il dibattito rispettoso e ideologico». Altri, altrettanto giustamente, negli idoli vedono il risultato di sforzi e fatiche continue, o di un talento particolarmente brillante. C’è chi ringrazia Miley Cyrus, ex star di Disney Channel che ha attraversato un periodo di autodeterminazione e scoperta di sé stessa molto intenso prima di essere riconosciuta come un’ottima cantante, perché «mi ha insegnato ad amare e ad amarmi, a essere indipendente e forte»; la campionessa paraolimpica Bebe Vio «per avermi insegnato che nemmeno gli ostacoli più grandi sono insormontabili»; il campione mondiale di tennis Jannik Sinner «per la sua determinazione, impegno e gentilezza», che ne fanno «un esempio da seguire»; il calciatore Lionel Messi perché «nonostante i miliardi e la fama di oggi, ha dovuto anche lui superare un’infanzia difficile e bullismo per arrivare con determinazione a ciò che è oggi» o il rapper Ghali «per i messaggi di pace che trasmette, per l’umanità, per la crescita personale che ha fatto». Non è un caso che la passione per la maggior parte degli idoli citati – dagli One Direction a Selena Gomez alla stessa Swift – trovi le proprie radici nell’infanzia e la prima adolescenza, periodi in cui è più forte la necessità di trovare qualcuno in cui riflettersi, che incarni il modo in cui vorremmo muoverci ed esistere nel mondo.

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E infatti, quando amici e colleghi mi chiedonoda dove venga una passione così smodata per Taylor Swift (considerando, soprattutto, che ascolto anche moltissime cose ben più pesanti e ben meno pop), tocca ammetterlo anche a me: è, soprattutto, perché mi ricordo di lei quando aveva 17 anni e cantava «I’m alone, on my own/ And that’s all I know/ I’ll be strong, I’ll be wrong/ Oh, but life goes on/ Oh, I’m just a girl/Trying to find a place in this world», e io di anni ne avevo 11 e non avevo gli strumenti per rendermi conto che era una canzone semplicissima, dalle rime telefonate e la voce ancora acerba. Quello che sapevo è che eravamo entrambe ragazzine sole, e entrambe non sapevamo bene cosa fare con l’esistenza, e avevamo entrambe sogni potenzialmente irraggiungibili. Quello che so adesso, e che continua a farmela amare oltre ogni senso logico, è che potevamo farcela, seppur con due gradi di “farcela” molto diversi. È stucchevole e sentimentale? Sì. Acceca il mio spirito critico? Anche. Ma gli idoli non sono davvero persone in carne e ossa: sono ciò che noi decidiamo di proiettare loro addosso, fino a quando riusciamo a farlo.