«La mia ambizione era diventare una celebrità ma non sapevo fare molte cose», mi dice Alice Pilusi, quando la sento per indagare i significati dell'arte nel 2025. La sua frase mi colpisce molto perché è la stessa che ripetevo a mio padre da ragazzina, o comunque una molto simile: «Io sono un'artista senza particolari talenti». Da subito ci connette una vibe. Lei però un'artista lo è, e pure poliedrica. Cresciuta in una cittadina confinante con Pescara, si è laureata prima in Scultura, all'Accademia di Brera di Milano, e poi in Arti visive allo Iuav di Venezia. Sul suo profilo Instagram, un feed brutalmente dolce propone in sequenza le sue opere principali: per la maggior parte torte dagli articolati cake design, a tratti esteticamente raffinati, a tratti inquietanti. Poi ancora, alcune installazioni, mostre, allestimenti, tantissime parole colme di significati. Di quelle che leggi e lo sai subito che non sono solo lettere che si susseguono macchinosamente l'un l'altra, ma immagini armoniche, universi in cui tuffarsi, perdersi per poi ritrovarsi.
Le scintille che ci uniscono sono forse queste dell'arte e del linguaggio, forse quella del desiderio, ancora nella sua forma più primordiale, di esplorare un mondo all'apparenza promettente, quello della fama o del successo, che tuttavia non può che confrontarsi, prima o dopo, con i suoi aspetti più frustranti. Le ingiustizie sociali, gli stereotipi, la fomo, la sua sostanziale e reiterata vuotezza che tuttavia ci rende schiavi. I temi, in fondo, che affrontano le sue opere.
Non inizia subito con le torte. Da bambina, Pilusi trascorreva molti pomeriggi con sua nonna, passava il tempo a disegnare corpi di modelle e personaggi di fantasia ispirati alle star del cinema e della televisione che ammirava. «Ero una piccola diva, emulavo i loro atteggiamenti inscenando teatrini con le bambole o piccoli spettacoli insieme alle mie cuginette. L’unica in cui riuscivo abbastanza bene era proprio copiare quelle silhouette femminili da cui ero tanto affascinata, e ben presto la mia abilità si è convertita in passione».
«Con l’obiettivo di diventare magari più avanti, una stilista – un tempo si diceva così, continua Pilusi – mi sono iscritta al liceo artistico, dove ho scoperto la storia dell’arte e la scultura come medium espressivo. Sono stati anni estremamente costruttivi, che mi hanno dato gli strumenti per "ribellarmi" all’educazione cristiana dei miei e disinnescare quelle sovrastrutture patriarcali di cui ero stata, fino a quel momento, impregnata». Un altro tassello che accomuna molti scenari di ragazze Gen Z o Millenials, i miei e forse quelli di chi legge. «Il desiderio di profonda emancipazione che ha caratterizzato gli anni della mia adolescenza, mi ha condotta dritta dritta al mondo dell’arte contemporanea e, in modo molto naturale, ho intrapreso il percorso di studi che mi ha condotta dove sono ora». Per questo capitolo di A regola d'arte, Alice Pilusi ci racconta le sue visioni.
Che genere di artista sei? Sei una scultrice, ma ti avvicini molto anche ad altre discipline
«Fare scultura mi diverte: amo toccare i materiali e sporcarmi dando forma alle cose. Mi piace pensare che la mia prima scultura sia stata una piccola formina di sabbia, rimossa dal suo stampo come un grazioso budino e offerta a qualche malcapitato sulla spiaggia a suon di: "Assaggia!". Recentemente mi sono avvicinata ad altri linguaggi come il disegno, che avevo accantonato da tempo, e la performance, che invece è stata una bellissima scoperta. Il mio approccio è sempre ludico e ironico – anche se nei miei ultimi lavori compaiono autoritratti di una me piangente e disperatissima – e penso che questo senso di "zuccherina decadenza" sia un po’ il fil rouge che accompagna la mia pratica».
Perché le torte?
«I dolci sono sempre stati il mio guilty pleasure: per anni non ho festeggiato compleanni, e la torta, per me, ne è un po’ il simbolo. Seducente ma dolce e affabile, incarna, nei miei lavori, gli stereotipi femminili per eccellenza che, proprio come se fossero stati congelati sul punto di disfarsi una volta per tutte, rimangono ancora disgustosamente intatti. C’è qualcosa di profondamente autobiografico, ma anche di universalmente riconoscibile in questo soggetto, tanto pregno di significato quanto semplice da decodificare».
Ma com'è successa questa cosa delle torte? Come hai partorito questa idea?
«Ho iniziato nel 2020 realizzando la prima torta poche settimane prima che in Italia comparissero i primi casi di COVID19, anticipando forse l’epidemia di pastry lovers da cui il nostro paese è stato conseguentemente investito. Volevo celebrare la mia rinascita come artista dopo una fase di confusione e improduttività, e dedicarmi una torta come buon auspicio. Progettandola, però, ho capito subito che ne avrei volute realizzare molte altre, sperimentando con forme, materiali, nuances e dimensioni diverse, e che non mi sarebbe bastato fermarmi a quell’esperimento embrionale, seppur soddisfacente».
Con che materiali e tecniche le realizzi? Non sono mai edibili?
«Utilizzo materiali con texture organiche cercando di ottenere degli effetti al contempo piacevoli e repellenti; di solito in base al progetto che ho in mente scelgo quello che penso possa funzionare meglio, sfruttando le sue qualità intrinseche o esasperandone i limiti. Ne ho provati diversi, anche combinandoli assieme: cartapesta, schiuma di poliuretano espanso, resina, silicone e ceramica, diversificando le varie torte fra loro pur mantenendo una continuità estetica/stilistica. Alcune hanno una struttura più massiccia e articolata, altre sono decorate esternamente ma vuote. Ci sono torte che sembrano torte e torte che sembrano fontane di chewing gum masticato. Mi piace che siano finte perché penso che l’artificialità nelle mie sculture conferisca quel sentimento uncanny, leggermente disturbante, che è poi ciò che le rende, in qualche modo, interessanti».
Come funziona il tuo processo creativo? Cosa ti ispira?
«Col tempo i significati che attribuivo alle torte sono cambiati, così come sono cambiata io e le mie urgenze espressive. Sono una grandissima fan della "tv spazzatura", guardo molti tutorial di beauty, pasticceria - e cucina in generale - ASMR e satisfying video, da cui il mio feed di Tik Tok è invaso; leggo romanzi, articoli di attualità, di moda, design. Tutte queste cose entrano indistintamente nel lavoro e lo influenzano radicalmente, tanto il talk sulla separazione fra i Ferragnez quanto l’approfondimento sull’ultimo femminicidio della settimana. Di solito ho un’idea molto chiara, che è un mix di una serie di suggestioni diverse. Cerco di farle confluire in un’immagine sintetica, "facile" per certi versi. Non mi interessa sovraccaricare il lavoro di elementi, reference o allusioni intellettualoidi. Faccio dei disegni progettuali approssimativi ma che spesso assomigliano davvero al risultato finale. Non sempre quello che viene fuori è poi realmente efficace come avevo sperato/immaginato però raramente procedo per tentativi».
Mi parli invece di Heartbreaker? Che cos'è?
«Quando frequentavo il secondo anno di università a Venezia non avevo uno spazio tutto mio dove poter lavorare ai miei progetti; inizialmente questo mi ha molto scoraggiata ma poi è diventato lo stimolo che mi ha permesso di trovare nuove modalità di fare. Insieme a Paloma Pertot e Niccolò Pagni, che all’epoca erano studenti del corso di Arti Visive con me, ho fondato un progetto ibrido fra arte e musica chiamato Heartbreaker. Si presenta come un'operazione eclettica e stratificata in cui vengono narrate le avventure di una giovane sirena/star emergente – di cui vesto i panni – assetata di fama e potere ma ancora acerba e vulnerabile. Tra spregiudicatezza e folclore, la storia esplora le paure e le insicurezze che investono un'intera generazione di giovani adulti, indagando il confine che separa l’ambizione dal raggiungimento del successo. Abbiamo finora prodotto due tracce musicali e un videoclip con tanto di merchandising correlato, e ogni episodio/evento in cui abbiamo presentato la vicenda prevedeva performance e installazioni di vario genere, che hanno contribuito ad arricchire la trama».
Sia nelle tue opere che nei nomi che dai alle tue mostre, oppure, banalmente, nelle tue caption su Instagram, comunichi con frasi dolci e significative: "Someone said sometimes stupid and cute are enough"; "Corri se senti le sirene" e così via. Che significato hanno per te le parole?
«Mi piace pensare ai titoli come a delle frasi che accompagnano e che, un po' come accade per i meme – da cui molti di essi sono tratti – possano dare non solo un discreto suggerimento o un valore aggiunto al lavoro, ma addirittura ribaltarne il significato. Li visualizzo come un insieme e nelle prossime opere vorrei renderli più protagonisti».
Vuoi comunicare qualcosa con la tua arte?
«Il mio lavoro affronta il tema del fallimento, critica il lato sinistro della nostra società, basata sul culto del successo, e le sfumature più oscure di un sistema di valori che feticizza giovinezza, bellezza e innocenza. Le opere cavalcano e rovesciano stereotipi esorcizzando, per mezzo di espedienti irriverenti e spesso autoironici, la paura di non essere abbastanza. I miei soggetti - seducenti e desiderabili leccornie o alter ego invincibili - sono strumenti/ossessioni che si nutrono di micro-trend e meme. Torte e personaggi inventati che animano un mondo caricaturale e grottesco caratterizzato da scenari deliziosamente ambigui».
Che significa per te arte nel 2025? A che punto siamo? Cosa c'è, cosa manca e cosa serve ancora secondo te?
«Questa domanda mi mette in difficoltà. Per me fare arte è un processo naturale di traduzione: vomito il senso di frustrazione, la rabbia e i pensieri che accompagnano le mie giornate e li converto in qualcosa che, al contrario, mi possa riempire e dare la carica per affrontare le ingiustizie sociali. L’arte oggi è contaminazione fra i linguaggi, supera i confini dello spazio museale e della galleria pettinata; è un abito, una fanzine, un album, un dj set, una scritta sul muro. Oggi ci sono possibilità espressive pressoché infinite (alcune, probabilmente, sono ancora del tutto inesplorate o non legittimate come tali). Ma l’arte è soprattutto quel potente strumento che ha ancora la capacità di influenzare la collettività e la responsabilità di doverlo fare in primis politicamente. Prescinde probabilmente dagli scopi più pragmatici dell'attivismo ma si muove su territori e in direzioni analoghe. Spesso gli artisti si confrontano con dinamiche di posizionamento e coltivano delle peculiarità che possano in qualche modo contraddistinguerli sulla scena, ma penso ci siano altre priorità sulla quale valga la pena investire le proprie energie».





















